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A.B. Spellman, Quattro vite jazz

Pubblicato su Cabaret Bisanzio il 30 maggio 2013.

in the morning part
of evening he would stand
before his crowd. the voice
would call his name &
redlight fell around him.

Per A.B. Spellman, poesia, jazz e critica musicale si fondono nel quotidiano; come nell’incipit di questa lirica, dedicata a John Coltrane e contenuta in The Beautiful Days del 1965, che è rimasta a lungo l’unica sua raccolta poetica. Come il più famoso Amiri Baraka, Spellman si legò prima al movimento beat e fu poi tra i fondatori del Black Arts Movement, come lui coniugando la produzione letteraria all’attività di critico e studioso della cultura afro-americana. Di recente è tornato a pubblicare poesia, e sul versante della critica musicale collabora con NPR, per cui ha curato in particolare un’interessante Basic Jazz Record Library con Murray Horwitz. Poesia e critica musicale sono del resto intrecciati nella sua produzione fin dagli esordi editoriali: un anno dopo The Beautiful Days, mentre ad Oakland veniva fondato il partito delle Pantere Nere, Spellman pubblicò Four Lives in the Bebop Business, ristampato nel 2004 come Four Jazz Lives e pubblicato ora da minimum fax con una bella copertina, che sembra suggerire una scansione sincopata dei 4/4.

Spellman delinea il quadro della scena jazz a lui contemporanea non con astratte generalizzazioni ma attraverso quattro case studies, quattro ritratti composti principalmente da interviste: “Ho cercato di far parlare il più possibile i musicisti. Fosse stato per me, avrei preferito una sequenza di quattro autobiografie”. La scelta è esemplare: “Ornette Coleman e Cecil Taylor”, l’uno texano autodidatta e l’altro uscito dalle migliori scuole musicali del New England, “sono due dei tre più importanti nuovi musicisti jazz del decennio (il terzo, John Coltrane, non ha voluto essere incluso nel mio lavoro)”, scrive l’autore —e l’assenza di Trane è una perdita significativa, considerando che sarebbe morto l’anno successivo—; Jackie McLean è un veterano che si è aperto e ha inglobato ogni successiva innovazione jazzistica in uno stile fortemente personale; Herbie Nichols infine è un compositore di grandissimo talento ma ignorato da case discografiche e proprietari di locali, relegato a side-man dei gruppi più retrogradi, “finendo a morire di vecchiaia a soli quarantaquattro anni”.
Il testo restituisce, con un’ampia casistica e spesso nelle parole degli stessi protagonisti, le condizioni precarie e degradanti del “business del bebop”, espressione con cui Spellman definisce il contesto economico creato da una rivoluzione musicale che sottrasse il jazz all’intrattenimento e ne fece una forma d’arte consapevole, spostandolo dalle sale da ballo ai locali notturni. Di questo “business”, sostiene, fanno parte anche i musicisti che non suonano bebop, che ne hanno portato avanti lo spirito radicale più che la forma, e che si scontrano con la convinzione pregiudiziale che il jazz d’avanguardia non venda. Tra i numerosi esempi riportati nel testo, sintomatico è quello del Five Spot, locale leggendario della scena newyorkese: come riconosce lo stesso proprietario Joe Termini, fu Cecil Taylor a farne la fortuna nel 1956; ma pur ammettendo che «riempiamo di più il locale con lui che con tanti che hanno ben altre reputazioni», Termini gli preferisce spesso proprio questi ultimi. Innovatori come Taylor e Coleman, insieme ai loro sidemen (tutti e quattro i musicisti sono stati bandleaders), sono pertanto ridotti in condizioni di tale indigenza da compromettere l’evoluzione stessa della loro arte; oppure costretti ad abbandonare le loro comunità d’origine, condannandosi a sradicamento e alienazione. Nelle parole di Coleman: «Sono un nero, sono un musicista jazz. Poco importa se esecutore o compositore. In quanto nero e in quanto jazzista, mi sento del tutto avvilito. Il fatto è che per avere un profitto, o almeno per andare in pari, devi calcolare ogni cosa, fino alla carta igienica. Gratis non te la danno, e ti serve».

Il testo è fitto dello slang e delle voci di strada, oltre che di numerosi aneddoti; lo stile è discorsivo, il taglio prettamente biografico piuttosto che discografico (anche perché i jazzisti di rado venivano a sapere dove andavano a finire le loro sedute di registrazione, e si trovavano quindi nella paradossale situazione di non conoscer la loro stessa discografia), l’aspirazione è al racconto e all’intervista piuttosto che al saggio. Manca un indice dei nomi, abbondano le testimonianze dirette. Un documento storico imprescindibile.

Post scriptum: jazz & hip hop.

Nella prefazione all’edizione italiana, Spellman sostiene che “quello spirito del ghetto così flagrante in Jackie McLean, in Herbie Nichols, in Ornette Coleman, è migrato nello hip hop”. La contiguità fra i due generi è stata celebrata anche da Herbie Hancock in occasione del concerto del secondo International Jazz Day, il 30 aprile 2013 a Hagia Irene, Istanbul. Coerente quindi la scelta di Baz Luhrmann per il suo The Great Gatsby, nel trasporre la Jazz Age di Fitzgerald allo hip hop, la più recente espressione culturale afro-americana ad essere cooptata dalla cultura mainstream e bianca. Un aggiornamento dal modernismo al postmoderno, da Jay G. a Jay-Z. Non a caso anche Cosmopolis, tanto il libro quanto il film, mostrava una simile contiguità fra hip hop e alta società.

A.B. Spellman
Quattro vite jazz: Cecil Taylor, Ornette Coleman, Herbie Nichols, Jackie McLean
(1966 e 2004)
traduzione di Marco Bertoli
pp. 272, €16
minimum fax, 2013

Giudizio: 4/5.

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