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Herman Melville, Poesie

Il poeta
Dopo una carriera da romanziere durata poco più di un decennio (1846-57, se escludiamo il tardo Billy Budd), Melville si dedicò per trent’anni alla poesia. Nel 1866 pubblicò una raccolta sulla guerra civile statunitense, Battle Pieces and Aspects of the War, che sarebbe interessante leggere a fianco dei Drum-Taps di Whitman. Pubblicò anche altre due raccolte, a proprie spese e in sole 25 copie ciascuna; e soprattutto pubblicò Clarel: A Poem and Pilgrimage to the Holy Land, un poema epico che è il più lungo componimento poetico della letteratura americana, e conta più versi di opere quali l’Iliade, l’Eneide e Paradise Lost. Alla sua morte, Melville lasciò inoltre molte poesie manoscritte—come del resto lo stesso Billy Budd.
Oltre ad una vena narrativa probabilmente senza eguali, Melville ne possedeva quindi una lirica invidiabile. E se è vero che scrisse più prosa che poesia, questo è vero anche di Whitman e di Eliot, la cui produzione poetica è minore di quella melvilliana (confesso di averlo scoperto da wikipedia).

I poemi
Le poesie qui presenti sono di lunghezza contenuta: raramente eccedono qualche decina di versi, e in un paio di casi si tratta perfino di singole quartine. Nei pezzi della prima raccolta, la guerra civile è rappresentata vividamente. Ad esempio in The House-Top. A Night Piece:

All civil charms
And priestly spells which late held hearts in awe—
Fear-bound, subjected to a better sway
Than sway of self; these like a dream dissolve,
And man rebounds whole aeons back in nature
.

Il pezzo, composto nel luglio del 1863, nel bel mezzo della guerra, dipinge un deserto di tetti oppresso da una calura tropicale, in una notte illuminata di roghi e animata dal rombo degli scontri.

Prevedibilmente, nei versi di Melville torna spesso la sua principale fonte d’ispirazione: il mare. To Ned, apparentemente autobiografico, è un ricordo nostalgico della giovinezza spensierata passata nei porti del mondo, negli Eden dei mari pagani, tra “gli ozi dei Taipi, sotto stelle ignote alla shakespeariana Notte di mezza estate”. Ovviamente, trattandosi di Melville, il mare diventa metafora: The Berg. A Dream descrive una nave impeccabilmente equipaggiata e “dallo scafo marziale” fare rotta contro un iceberg, fino a schiantarsi. Una simile risolutezza autodistruttiva, “guidata dalla sola pazzia”, richiama quella del Pequod, ed entrambi i testi sembrano commentare la situazione politica di una nazione lanciata senza rimorsi verso la guerra civile.
Anche quando sono ben piantate sulla terra ferma, nelle poesie di Melville si respira la salsedine: come nell’incipit di Misgivings (una delle mie preferite), in cui nuvole oceaniche sorvolano colline e valli dell’interno, cupe di presagi. Il poema è del 1860, l’anno precedente all’inizio del conflitto. Di fronte ad una simile potenza lirica, i battle pieces commemorativi sono in fin dei conti i meno interessanti.

L’edizione
Una delle cose che faccio quando mi annoio è spulciare il catalogo della biblioteca, e questa è una delle curiosità scovate. Si tratta della prima pubblicazione italiana delle poesie di Melville, un’edizione del 1947 della fiorentina Fussi. In questa stessa collana (Il Melagrano) avevo già letto La terra desolata di Eliot, la cui prefazione mi aveva quasi commosso: parlava al presente dell’autore, all’epoca ancora vivo. E se a questo aggiungete la copertina vissuta e le pagine ingiallite… oltre al fatto che la collana è molto curata: libri programmaticamente piccoli (un’ottantina di pagine), con testo a fronte e una bella veste tipografica. E numerati! Questa è la copia n. 893 di 1500. Davvero una scoperta gradevole, ed una buona introduzione alla poesia melvilliana.

Ed ora posso passare ai racconti di Whitman…

Herman Melville
Poesie
traduzione di Luigi Berti
pp. 75
Fussi, 1947

Giudizio: 3/5.

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