Skip to content

Herman Melville, Benito Cereno

SCN_0289Una mattina dell’agosto 1799 una nave statunitense, ancorata in una sperduta isola cilena per rifornirsi d’acqua, avvista un’altra nave, in pessime condizioni di manutenzione, che si rivela carica di schiavi neri quando il capitano yankee decide di salire a bordo in visita. Cpt. Delano incontra così cpt. Cereno, suo collega cileno, che gli racconta di tempeste, bonacce prolungate, epidemie. Ma il comportamento di Cereno è sospetto, tanto quanto la sua salute è cagionevole. Nasconde qualcosa? E qual è la ragione dei comportamenti ambigui dei membri del suo equipaggio, dei bianchi quanto dei neri?

Forse devo ricredermi riguardo a Melville―o forse no.
In seguito alla lettura (e ripetuta rilettura) di Moby Dick e Bartleby, stavo iniziando a convincermi che per tutte le sue opere valesse lo stesso principio, ovvero che la loro fruizione prescindesse dal fatto di conoscerne già la trama. Benito Cereno funziona in un modo diverso, direi opposto: l’intera costruzione narrativa si fonda sulla conoscenza (o meno) di alcuni dettagli. Perciò ha ragione chi vi mette in guardia dal rischio di rovinarvi la sorpresa, ma in fin dei conti il risultato sarebbe il medesimo: vi ritroverete comunque a rileggere una seconda volta questa novella magistrale, alla luce delle rivelazioni apprese nel frattempo; e poi a rileggerla ancora, e ancora, perché a Melville non si sfugge. Questo è l’ennesimo suo capolavoro (il 2011 è stato finora il mio personale anno melvilliano) e a questo punto sono davvero molto curioso delle altre Piazza Tales: finora ne ho lette due, e se tanto mi dà tanto…

Benito Cereno quindi è una novella basata sulle sottigliezze della trama e del linguaggio, uno studio sopraffino su punti di vista e verità apparenti. È una storia di mare, l’ennesima, e più simile alle prime pubblicate da Melville che non al capodoglio letterario. Ma è successiva a quest’ultimo di quattro anni, e si vede. Si tratta del suo testo più sofisticato, e del più attuale.
La dimensione marinara è uno dei livelli di lettura (prediletto da Pavese), e ci sono pagine splendide anche in traduzione.
Ma, come già in Moby Dick, Melville riesce a condensare metaforicamente la situazione politica mondiale nel microcosmo di una nave. Come in Moby Dick, la vicenda è ispirata ad un fatto di cronaca ma lo trascende. La quantità di rimandi politici nel testo è impressionante.

Il capitano Amasa Delano del Massachusetts, il capitano Benito Cereno del Cile (all’epoca ancora colonia dell’impero spagnolo) e gli schiavi neri a bordo della S. Domenico, tra cui Babo servo personale di Cereno, sono simboli della realtà coloniale dell’epoca, persino dei tre continenti. Anche la data assume un valore simbolico, la vigilia del 19° secolo. Cereno appare chiaramente inadatto al comando (è davvero così?), ma anche lo yankee Delano non ci fa una bella figura. E i neri?
Chi accusa Benito Cereno di razzismo travisa la complessità e la profondità del testo. La verità è che Melville era post-coloniale mezzo secolo prima che Kipling parlasse di ‘fardello dell’uomo bianco’. Melville dimostra che una società schiavista, anche una ‘dal volto umano’, non può che portare ad una rivolta violenta―magari insensatamente e spropositatamente violenta.
La dimensione politica di Moby Dick viene spesso sottostimata. Ma la carriera di romanziere di Melville, che durò solamente una decina d’anni (1846-57, altro fatto poco noto), si sviluppò alla vigilia della guerra civile statunitense (1861-5): e le sue opere, questa inclusa, risentirono dello zeitgeist.

Quanto alla preveggenza ed importanza di questo testo, basterebbe citare un dettaglio.
Il nome della nave fa riferimento allo stato di Santo Domingo, teatro della rivoluzione haitiana (1791-1804), la rivolta degli schiavi neri guidata da Toussaint Louverture, in seguito alla quale Haiti divenne il primo stato indipendente fondato da ex-schiavi, il primo stato nero moderno: il primo post-coloniale. L’isola, oggi nota come La Española, era stata il primo approdo di Colombo nel Nuovo Continente, che la battezzò Hispaniola.
Con un rovesciamento surreale e tipicamente sudamericano, la rivolta ispirata alla rivoluzione francese venne poi repressa da Napoleone. Quello fu l’inizio del 19° secolo americano, il secolo melvilliano. Concluso, non a caso, dalla guerra ispano-americana del 1898 (che gli States vinsero, ottenendo Puerto Rico e Cuba).

Come fa notare De Cataldo nell’intro (breve ed essenziale, bravo!), il nostro è il punto di vista privilegiato di chi ha conosciuto il primo presidente statunitense di colore. La strada è stata lunga, e non è questo il luogo per ripercorrerla. Ma la strada è ancora molto, molto lunga per “l’elezione del prossimo, inevitabile, Obama europeo”. In questo senso l’Italia, retta da un’economia schiavista, è uno stato compiutamente sudista.
Per contro, ‘Babo’ è diventato presidente: Laurent Gbagbo è stato presidente della Costa d’Avorio negli ultimi 11 anni.

Poi ci sarebbe la questione femminile in Benito Cereno. Perché, nonostante sia l’ennesimo racconto di mare, questo non è esclusivamente maschile. Però l’ho già tirata anche troppo per le lunghe… insomma, leggetelo!

Dulcis in fundo, ho appena scoperto che esiste anche una Melville House Publishing: http://www.mhpbooks.com

Herman Melville
Benito Cereno (1856)
traduzione di Massimo Bacigalupo, introduzione di Giancarlo De Cataldo
pp. 112
L’Espresso, 2011

Giudizio: 5/5.

Post a Comment

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *
*
*