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Herman Bang, La casa bianca

Pubblicato il 4 giugno 2013 su Cabaret Bisanzio.

Georg Brandes definì “det moderne gennembrud” il movimento naturalista e anti-romantico che negli ultimi trent’anni del diciannovesimo secolo diede visibilità europea ai letterati scandinavi. Uno degli esponenti di spicco fu Herman Bang (1857-1912), che, dopo aver dimostrato un talento precoce pubblicando a vent’anni due volumi di saggi critici sul naturalismo, viaggiò molto come giornalista. Ma a costringerlo all’esilio fu anche lo scandalo provocato dai suoi romanzi, oltre che dalla sua omosessualità. Come Oscar Wilde, era una penna raffinata e un dandy eccentrico, non privo di affettazioni, satireggiate da Strindberg nell’opera Predatori del 1886.
Nei due memoriali gemelli La casa bianca e La casa grigia, pubblicati a cavallo del nuovo secolo, Bang offre un ritratto della propria infanzia e giovinezza, sullo sfondo della decadenza del casato dei Hvide (ovvero “bianco” in danese); quasi a voler avvallare le parole di Thomas Mann, che in Bang vedeva un fratello del lontano nord danese.

La casa bianca che fornisce titolo e ambientazione al primo dei due romanzi è la residenza dei Hvide sull’isola di Als, teatro dell’ultima battaglia della seconda guerra dello Schleswig (1864). La sconfitta bellica e la conseguente cessione alla Prussia dello Schleswig-Holstein aveva segnato profondamente il senso nazionale danese, e questo sentimento serpeggia agli angoli della narrazione: la magione è arredata con i mobili provenienti dall’asta del castello di Augustenborg, che per secoli era stato la sede del ducato. Il tono prevalente è tuttavia quello elegiaco e dolcemente malinconico dei ricordi d’infanzia, fin dall’invocazione iniziale:

“Giorni d’infanzia, vi voglio richiamare, tempi ignari di malignità, tempi gentili, di voi voglio rievocare i ricordi.
I passi leggeri di mia madre risuoneranno per le stanze luminose e coloro che ora sopportano mesti il fardello della vita sorrideranno come chi non è consapevole della propria sorte. Che parlino di nuovo con voci soavi quelli che sono morti, e antiche canzoni riaffioreranno attraverso il coro dei ricordi.
Anche parole amare riecheggeranno, parole gravi, pronunciate da chi conosce la dura resa dei conti con la vita”.

È proprio la voce materna a risuonare al di sopra della narrazione corale: nella prima scena è suo il canto sullo sfondo di un crepuscolo innevato. Volubile e scostante, Stella è sempre pronta a trascinare i figli e le cameriere in un turbine di giochi, canzoni, scherzi, travestimenti; appassionata origliatrice dei pettegolezzi nella cucina della servitù; troppo indulgente con i dipendenti, che se ne approfittano; intraprendente nel prendere parte ai lavori domestici, solo per accasciarsi stremata pochi attimi dopo: “tutto quel far niente l’aveva stancata”. Ma questa iperattività, che s’interrompe bruscamente non appena il marito Fritz rientra a casa o si affaccia dal suo studio, cela una profonda infelicità:

“Sa, Tine, cosa vorrei tanto fare? Vorrei poter scrivere una canzone che fosse triste come la vita”.
Taceva di nuovo, mentre le bianche mani risplendevano sui tasti.
“Ma è ben pensato che la felicità non abbia alcun plurale”.
“Già, è strano”.
La madre posava il capo sulla mano.
“No, non è strano”, diceva “perché ce n’è una sola
”.

La cameriera Tine era già stata protagonista del romanzo omonimo di Bang, che ambientava una storia d’amore fallita sullo sfondo della sconfitta danese del 1864.

Con uno stile che Claude Monet in persona aveva definito impressionista, il testo scivola da un ricordo all’altro senza soluzione di continuità, disponendoli secondo il ciclo delle stagioni: di modo che la narrazione si apra con il lungo inverno che termina con lo spuntare dei bucaneve e l’allungarsi delle giornate, prosegua con la primavera e il raccolto estivo e si concluda con la vendemmia.

Nella postfazione, Luca Scarlini osserva che “la celebrazione del passato lontano e splendente di infinite infanzie è aspetto di un risarcimento emotivo che non giunge mai, nella perpetua celebrazione di una «nobiltà della sconfitta» più sognata che reale”. Non è un caso che il tono sia ovattato, a differenza di quanto avverrà ne La casa grigia; eppure, come recita il brano di Georg Hirschfeld citato nell’exerga, “ho dato loro parte del mio cuore — ma io non ho provato emozioni, non ho provato felicità”.

Herman Bang
La casa bianca (1898)
traduzione di Hanne Jansen e Claudio Torchia
pp. 144, €13
Iperborea, 2012

Giudizio: 4/5.

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