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Göran Tunström, Lettera dal deserto

Pubblicato l’8 novembre 2012 su Cabaret Bisanzio.

Lo svedese Göran Tunström deve la propria notorietà, in Italia e altrove, principalmente al suo capolavoro L’Oratorio di Natale, del quale sembra aver posto le basi nel suo precedente romanzo.
Lettera dal deserto affronta il tema religioso con un approccio spregiudicato: un’autobiografia fittizia dell’infanzia e giovinezza di Gesù, che assimila in modo poco ortodosso episodi evangelici mostrando però gli anni che i Vangeli canonici trascurano. Una prospettiva prettamente romanzesca, che relega sullo sfondo il sacro e il divino e trascura volutamente l’accuratezza storica (come fa notare Fulvio Ferrari nella postfazione, sono presenti dettagli manifestamente anacronistici, quali pantaloni, tacchini e campi di pomodori) nell’intento di dimostrare piuttosto quanto la persona che i Vangeli ci mostrano, con le sue doti straordinarie di amore e compassione (così peculiari alla narrativa di Tunström), sia il risultato di una evoluzione interiore personale, biografica.
L’empatia fuori dal comune di Gesù provoca negli altri stupore, sbigottimento, nei più meschini anche invidia e odio. I suoi genitori sono freddi, e lui trova l’amore che loro non sanno dargli nei frequenti soggiorni al lago di Tiberiade, presso gli zii Elisabetta e Zaccaria, già anziani. Durante la sua prima visita a Gerusalemme, attesa a lungo per vedere finalmente la grande metropoli ma anche per conoscere i “collaborazionisti”, capisce di odiare profondamente anche gli stessi sacerdoti del Tempio:

Il Tempio mi aveva spaventato. L’avevo visto come un enorme ragno apostato al centro del paese. Risucchiava il denaro dalle tasche dei poveri, gente come Giuseppe. Avevano portato con sé i loro quattro soldi, avevano viaggiato per monti e per valli e li avevano consegnati a sacerdoti, che magari poi li davano ai romani. Ma il Tempio aveva risucchiato anche me, in una tenebra paurosa”.

Nella Galilea di quegli anni, sottoposta al ferreo dominio politico, militare ed economico dei romani, l’odio per i conquistatori è forte; messianismo biblico e aspirazione all’autodeterminazione sono inscindibili. Al Tempio Gesù incontra però un gruppo di sacerdoti, conoscenti di Zaccaria, che gli rivelano: “c’è un tempio interiore cui i romani non avranno mai, mai accesso. In quel tempio non c’è oro. Non c’è incenso, né mirra. Non ha cortili, né mura che siano da ostacolo. E tuttavia ti dico: è più facile camminare sulle acque che entrarvi”.
Questo colloquio aprirà a Gesù le porte del monastero di Khirbet Qumran, “il più duro di tutti i templi, il più implacabile”: un simbolo di purezza contrapposto alla corruzione di Gerusalemme. Qui entra in contatto con la lotta armata di liberazione degli zeloti, punita dai romani con il carcere e la tortura. È combattuto: condivide la loro causa ma rinnega l’uso della violenza, convinto dell’esistenza di una “terza via”. Quando gli zeloti vengono denunciati ai romani da un suo compagno di studi che sostiene di agire per amore dell’ “ordine”, Gesù lo affronta:

“Tobia e gli zeloti non predicano la libertà. Predicano la rivolta. E la rivolta esige dei morti”.
“Siamo occupati da una potenza straniera. Ci sfruttano. Prendono le nostre sementi, il nostro bestiame. Dalle miniere cavano argento e oro. Ci tolgono la nostra lingua, le nostre donne. Non è una parte di libertà per cui vale la pena di combattere?”
“Sì, certo”, disse brusco. “Ma quelli che vogliono la rivolta farebbero esattamente le stesse cose non appena preso il potere”.
“In questo caso la lotta dovrebbe continuare. Non capisci? Non capisci con quanta lentezza si procede? Possono volerci mille anni, può durare fino alla fine del mondo,
noi non vedremo mai il momento della libertà. Ma per questo motivo dobbiamo rifiutarci di stare dalla sua parte? È necessario che ci sia sempre qualcuno che ha le immagini della Libertà dentro di sé, che le predichi, che le diffonda ovunque, perché non siano dimenticate. Capisci quel che dico?”

Costretto a fuggire a causa della delazione, Gesù decide di unirsi ai braccianti nei vigneti al nord del paese. E proprio grazie quell’esperienza, in un episodio apparentemente secondario del romanzo, capisce che “Era là che doveva accadere. Nei cortili della fame, nei giardini della sete. Il regno di Dio non si manifestava tra le fiamme dell’estasi, nel cuore dell’urlo, al centro della danza”. Capisce che “siamo noi stessi il regno che deve venire”.
Il romanzo si chiude come si era aperto: Gesù ha trascorso quaranta giorni di meditazione nel deserto, ripercorrendo con la memoria ogni tappa della propria vita: “il mio passato è con me”. Questa è la sua lettera dal deserto.

Göran Tunström sembra aver fatto buon uso dei suoi esordi come poeta, giungendo ad una prosa capace di esprimere splendidamente il lirismo del quotidiano attraverso la sensibilità del protagonista. Lettera dal deserto ne fa un tipico personaggio tunströmiano, quasi un archetipo; come nota Ferrari, “niente di tutto questo è “vero”, e tutto questo è utile a dipanare la riflessione dell’autore su come una personalità possa aprirsi nel modo più radicale e completo all’esperienza dell’amore, della condivsione”. Forse per questo motivo il romanzo è stato ben accolto dagli ambienti ecclesiastici, come La buona novella di De Andrè e al contrario del dissacrante Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago.

Göran Tunström
Lettera dal deserto (1978)
traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari
pp. 240, €16
Iperborea, 2011

Giudizio: 4/5.

NOTA: Una selezione della produzione poetica di Göran Tunström è disponibile in italiano nell’Antologia della poesia svedese contemporanea curata da Helena Samson ed Edoardo Zuccato, Crocetti Editore, Milano, 1996.

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