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Stig Dagerman, I giochi della notte

Pubblicato il 4 maggio 2012 su Cabaret Bisanzio.

Perfino la morte è meno crudele”.

 Karl è tormentato dal pensiero che la moglie Mona lo tradisca con l’amico Edgar, appena giunto in visita in casa della coppia. Karl ha un difetto fisico che già in età scolare gli era valso un nomignolo spregiativo, e si sente perciò indegno di “quella donna graziosa e delicata”, soffrendo dell’insensibilità con cui Edgar e Mona lo canzonano. A tormentarlo è soprattutto il fatto che, istigata dall’amico, la moglie abbia riso di lui. Nel bosco che circonda la casa c’è un albero, a cui un uomo si è impiccato da poco. Karl ne è irresistibilmente attratto: perché perfino il suicidio è preferibile all’angoscia e alla paura che lo opprimono.

 Stig Dagerman aveva 24 anni quando pubblicò questa raccolta di racconti, nel 1947; eppure aveva già provato la stessa angoscia che descrive in “L’albero dell’impiccato”, e nel corso della sua vita adulta si sentì più volte attratto da ciò che quell’albero rappresenta; fino alla sua fine prematura, nel 1954, a soli 31 anni. La sua carriera letteraria era iniziata due anni prima della pubblicazione de I giochi della notte, e sarebbe finita praticamente due anni dopo. Quattro romanzi, cinque drammi, un reportage dalla Germania del secondo dopoguerra, oltre a racconti e poesie. Il successo critico fu immediato, e le ragioni risultano evidenti a una lettura di questa breve raccolta, pubblicata in Italia da Iperborea nel 1996 e  ristampata nel 2011 (in verità l’edizione originale conta un numero di pagine quasi doppio di quella italiana, e gli otto racconti qui presenti erano in realtà sedici).

Dagerman ha la stupefacente, dolorosa capacità di restituire la sensibilità spesso ferita e calpestata dei suoi personaggi. Un’umanità che soffre in silenzio; incapace di comunicare e di farsi comprendere, anche dai propri cari, ciascuno è condannato ad un isolamento interiore tanto più terminale quanto più a portata di mano sembrano le parole per romperlo. Protagonisti del racconto “Lo sconosciuto” sono due coniugi, tra i quali è sceso un silenzio apparentemente infrangibile, “uno di quei silenzi che fanno sentire soli”. Entrambi aspettano che sia l’altro a fare il primo passo, scivolando sempre più in un’incomunicabilità di cui s’incolpano reciprocamente e tacitamente.
Speculare a questa incapacità di articolazione è la falsità dei comportamenti socialmente prescritti, dietro cui nascondersi. All’inizio de “Gli implacabili”, due amici attendono in un ristorante l’arrivo di un terzo amico, novello sposo. Quella che sembra una cena in onore del matrimonio si rivela però essere il ‘funerale’ di un’amicizia, che a sua volta era tale solo in apparenza: “Personalmente penso che non ci sia nulla che apra più vaste, più terribili, più funeste prospettive dell’amicizia”. E se gli adulti hanno imparato a nascondere dietro uno schermo di parole fasulle i propri sentimenti, i bambini rimangono ammutoliti, sgomenti di fronte al dolore e alla sofferenza.
La sequenza dei racconti è disposta in modo tale che l’età dei protagonisti cresca progressivamente, quasi a voler tracciare l’arco di un’esistenza. C’è però uno scarto tra l’infanzia e l’età adulta, come a suggerire una mancanza; oppure, come scrive Andrea Ghibellini nella postfazione, un’infanzia terminata precocemente.

La prosa di Dagerman è asciutta, essenziale, per quanto dietro lo stile piano si celi una grande maestria nell’uso delle tecniche narrative; oltre alla straordinaria, e già menzionata, empatia dell’autore, che nega la salvezza ai suoi personaggi proprio svelandone l’interiorità. Non sorprende, purtroppo, che una visione così amara dell’umanità abbia infine portato Dagerman a togliersi la vita.

 Stig Dagerman
I giochi della
notte (1947)
traduzione di Carmen Giorgetti Cima, postfazione di Andrea Gibellini
pp. 168, €12
Iperborea, 1996 e 2011

Giudizio: 5/5.

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