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Brian Wood, Ribelli vol. 1: Una milizia ben regolamentata

Nell’attuale panorama fumettistico statunitense, Brian Wood è un nome di spicco, uno scrittore la cui prolificità pare non intaccare un’inesauribile riserva di concepts originali e intriganti, oltre che molto eclettici.
Alcuni temi tuttavia tornano regolarmente nella sua produzione, o bisognerebbe parlare piuttosto di pratiche narrative: i suoi personaggi ad esempio sono spesso portatori di un’ideologia radicale (attivisti, ribelli, rivoluzionari) costretti tuttavia dagli eventi storici a mettere in discussione le proprie convinzioni e a confrontarsi con la propria etica.
Questo meccanismo, declinato da Wood di volta in volta come affresco storico (l’epopea vichinga di Northlanders), distopia urbana (DMZ) o ecologica (The Massive), è anche il cuore tematico di Rebels, serie che rivisita uno degli episodi cruciali della storia statunitense, la guerra d’indipendenza. Di nuovo un’ambientazione storica quindi, che conferma tuttavia l’abilità di Wood di osservare criticamente il presente anche attraverso le lenti della narrativa storica o distopica. Non sembra casuale, in quest’ottica, che abbia scelto uno dei miti fondativi della nazione proprio alla vigilia della stagione elettorale statunitense. La serie ha infatti esordito in patria nel 2015 per la Dark Horse Comics, storica e raffinata casa editrice di Sin City, Hellboy e Concrete; il primo arco narrativo, seguendo la pratica ormai standard nei comics di raggruppare tematicamente i singoli albi in previsione della ristampa in volume, è stato pubblicato l’inverno scorso in Italia da Mondadori nella prestigiosa collana Historica, dedicata finora principalmente al fumetto franco-belga.

Protagonista di questo primo ciclo è Seth Abbott, figlio di un contadino dei New Hampshire Grants, i terreni dati in concessione dalla corona britannica ai coloni. Ma quando il governo centrale sembra intenzionato a riprendere il controllo dei grants, anche forzatamente, il malcontento cresce soprattutto fra i proprietari terrieri, e non tarda a diventare violento. Di conseguenza Seth è ancora un bambino quando viene coinvolto dal padre Jacob in un agguato alle giubbe rosse, e vanta già una lunga gavetta nella guerriglia al momento dello scoppio ufficiale del conflitto, pur non avendo ancora compiuto diciassette anni. È cresciuto nella lotta indipendentista, e nel 1775 gli viene offerto di unirsi a una milizia privata, i Green Mountain Boys, spesata da un possidente che si dichiara “patriota”. Wood, originario del New England, ne fa il teatro della vicenda; la precisione con cui riporta la località di ciascun episodio permette di ricostruire quasi topograficamente l’evoluzione del conflitto e, parallelamente, degli stati indipendenti. Il secondo episodio si apre “a ovest del Connecticut River, a nord del confine con il Massachusetts, a est di Wood Creek e Lake Champlain e appena a sud del Quebec e del territorio indiano”; nella terra che “sarebbe stata chiamata Vermont, e prima della fine del secolo sarebbe diventata il quattordicesimo stato della nazione”, quello che due secoli dopo avrebbe dato i natali a Wood.

Non è casuale la definizione dei confini mediante gli elementi naturali: uno dei sottotesti della serie (spesso impliciti, come vedremo) è la dimensione ancora incontaminata del paesaggio nordamericano, dei corsi e degli specchi d’acqua e specialmente delle vaste foreste che saturano i numerosi campi medi delle ampie vignette, esaltate per l’occasione dall’edizione di grande formato. A sorprendere è piuttosto che il compito di raffigurare questi scorci della nascente nazione americana sia stato affidato all’italiano Andrea Mutti, di scuola bonelliana e forse per questo a proprio agio con quello che pare inevitabile definire ‘selvaggio nordest’. Doverosa menzione anche per i bellissimi colori di Jordie Bellaire, efficaci e mai sopra le righe.
Pare volersi accordare ai cicli naturali dei raccolti, al ritmo di una società ancora rurale che si spostava a dorso di bue, anche lo storytelling lento e cadenzato, che scandisce le tappe della guerra con l’avanzare delle stagioni. Intere settimane sono necessarie per spostarsi da un fronte all’altro, giorni e giorni spesi percorrendo a piedi, silenziosamente, i folti boschi che i Green Mountain Boys conoscono così bene; nel tragitto non hanno bisogno di scambiarsi che poche parole, e allo stesso modo Wood, Mutti e Bellaire riescono con pochi elementi a intessere una narrazione stratificata, che solo ad una lettura attenta mostra tutta la sua profondità.
L’attenzione per il dettaglio storico e geografico si estende ai dialoghi (peculiare l’uso sistematico della formula ‘sir’) e al vestiario (le fodere di cuoio usate per proteggere le canne dei fucili ad avancarica dall’umidità dei boschi) ma coinvolge soprattutto, com’è naturale nel caso della historical fiction, l’interazione fra il contesto storico e l’individuo con la propria agency: un concetto fondamentale nella cultura statunitense, che chiama in causa il libero arbitrio e l’autodeterminazione. E se il sottotitolo di questo primo volume è Una milizia ben regolamentata, la serie concentra l’attenzione sulle scelte dei singoli piuttosto che sulla funzione della milizia in quanto tale; sebbene la prefazione italiana di Sergio Brancato sottolinei l’attualità contemporanea della riflessione “sul ruolo delle milizie armate nel contesto della contrapposizione tra la dimensione locale e quella federale”.

Nel giro di pochi mesi i Green Mountain Boys passano dalle azioni di guerriglia agli scontri in campo aperto a supporto dell’esercito continentale — seppure “non ufficialmente”, come chiosa Seth. Un’operazione ordinata nientemeno che da “sua maestà George Washington” in persona (“immagino che non sarà chiamato così quando sarà tutto finito, no?” osserva il responsabile, in realtà un libraio) si rivelerà irta di complicazioni e povera di riconoscimenti; i miliziani montanari dovranno fare i conti con la diffidenza del ‘sudista’ Washington nei confronti del New England oltre che con la “solita arroganza di Boston”.
Wood dimostra qui, ancora una volta, la capacità di rileggere la vicenda in maniera ricca di sfumature e tutt’altro che monolitica.
Seth è legato alla milizia da un contratto biennale, al termine del quale diverrà proprietario della sua fattoria e potrà dedicarsi alla famiglia; eppure decide di continuare a combattere, non solo per la sua terra e il suo stato ma per un concetto più astratto, una nuova nazione federale. Ironico che sia proprio lui, diffidente della proprie capacità retoriche (che peraltro si scopriranno prontamente notevoli) fin da quel primo agguato nei boschi della sua infanzia, a tentare di spiegare il valore della causa patriottica con parole che alla giovane moglie suonano pompose: “L’ideale è che le colonie siano un’unica cosa, unite. Questo le rende tutte casa nostra. Questo le rende degne di lottare”. La guerra costringe a crescere in fretta, e impone dure scelte anche a chi, come Seth, è in fondo poco più di un adolescente.

E alla fine della guerra, dopo aver combattuto tra l’altro a fianco di un gruppo di donne afro-americane, i New Englanders si vedono costretti a fare i conti con l’avvallo che il nuovo governo federale riconosce allo schiavismo sudista. Esausto, amareggiato, Seth non trova risposta migliore che lavarsene le mani: “Rifiuto di far parte di [un popolo] che commercia gli uomini come bestiame. Non è la guerra che io ho combattuto”.
Quando poi, dopo anni di sacrifici, ha l’opportunità di tornare dalla sua famiglia, scoprirà che la vita non è stata meno dura per chi è rimasto a casa, e che la fine della guerra è solo la premessa per iniziare a costruire qualcos’altro: meno avventuroso e spregiudicato, ma non meno impegnativo.

 Brian Wood
Ribelli: Una milizia ben regolamentata
disegni di Andrea Mutti, colori di Jordie Bellaire
pp. 144, €13
Mondadori, 2015

Giudizio: 4/5

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