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Thomas Wolfe, Orgogliosa sorella morte

Giù in città avevo già visto la morte in faccia tre volte, e quella primavera stavo per incontrarla di nuovo”.

L’incipit, come si dice, è fulminante, e l’intera prima pagina è memorabile.
Purtroppo è seguita da uno dei brani più pretenziosi che mi sia capitato di leggere recentemente: un monologo in cui New York City deride beffardamente il “piccolo misero uomo” sbigottito dall’indifferenza della città alle umane vicissitudini. E lo fa con una prosa altisonante, ampollosa, talmente appesantita da incisi e subordinate da conservare solamente una parvenza di sintassi. C’è di che augurarsi che la voce della città non sia davvero questa.
Fortunatamente questa caduta di stile è limitata, seppur non isolata, e nelle pagine seguenti Wolfe dà prova degli aspetti migliori della sua prosa: ricca, torrenziale, quasi fotografica nell’abbondanza e minuzia dei dettagli.

Il resoconto delle quattro occasioni in cui Wolfe ha “visto la morte in faccia” a NY diventa quindi l’occasione di consegnare alla letteratura l’incessante fluire dei suoi concittadini newyorkesi: aspetto vestiario gestualità portamento e, in più di un’occasione, perfino i loro presunti pensieri.
È più che evidente la soddisfazione, il bisogno di Wolfe di rivivere nella scrittura gli eventi a cui ha assistito. Considerando il carattere di autobiografia appena dissimulata dei suoi romanzi (che gli portò più di un risentimento nel paese natale di Asheville, NC), non stupisce che nel riportare episodi in buona parte impersonali preferisca eliminare ogni artificio e adottare il resoconto personale.

Non sorprende nemmeno che Thomas Wolfe abbia influenzato Jack Kerouac: ritrovo la stessa urgenza nel raccontare il proprio vissuto (dissimulato in entrambi i casi da un velo narrativo che non nasconde nulla), la stessa prodigiosa memoria per i dettagli, la stessa prosa travolgente — un torrente in piena, tanto gonfio e impetuoso da ridisegnare il proprio corso nel momento stesso in cui scorre.
Tuttavia è proprio in questo aspetto cruciale che lo stile di Kerouac mi pare più riuscito e compiuto: nel suo abbandonare la sintassi completamente e senza remore, in favore di un fraseggio mutuato dal jazz. In questo testo di Wolfe alcuni sintagmi vengono ripetuti a poche frasi di distanza, con la tecnica propriamente jazzistica di ‘suonare’ un tema con le sue variazioni fino a esaurirne le potenzialità espressive.
Quella di Wolfe è però una prosa che, nei passaggi di maggior trasporto emotivo, ribolle e straripa senza davvero trovare un respiro proprio. Forse il problema è contenutistico più che strutturale, dato che “intenso” qui corrisponde, purtroppo, a “retorico”, e le pagine migliori non sono quelle più ispirate ma piuttosto quelle più cronachistiche. Lo stile di Wolfe è spesso lirico, ma anche in questo preferisco Kerouac. Non è un caso che entrambi fossero anche poeti oltre che romanzieri. Wolfe mutua dalla poesia il florilegio lirico ma non l’amore per il termine esatto, per l’essenzialità della parola.
O forse dovrei rimettere la questione nella corretta prospettiva storica. Wolfe era contemporaneo di Hemingway, Faulkner e Fitzgerald, e all’epoca era considerato uno dei più dotati scrittori della sua generazione, forse il più geniale. Solamente la morte prematura gli tolse il posto in un ideale podio con i colleghi succitati. Il suo stile era ammirato e ritenuto innovativo dallo stesso Faulkner; i beats lo svilupparono e affinarono in modi che non sarebbero forse stati possibili vent’anni prima. Senza Wolfe, Kerouac sarebbe stato probabilmente altrettanto geniale ma irrimediabilmente diverso.

I libri della Mattioli 1885 hanno spesso un buon apparto critico; questo caso è un’eccezione, dato che l’unica cosa classificabile come ‘apparato critico’ è la quarta di copertina, che è copiata di peso da wikipedia. Rimane la consueta eleganza editoriale; per quanto, come notava una lettrice su aNobii, scegliere fotografie di copertina così belle solo per poi ometterne i credits è un autentico controsenso. Sono contento di aver letto questo testo grazie ad uno scambio (liberandomi al contempo di un Eschilo che avevo in due diverse edizioni, residui del liceo); decisamente non sarei stato felice di spenderci €12.

Thomas Wolfe
Orgogliosa sorella morte (1935)
traduzione di Cecilia Mutti
pp. 94, €12
Mattioli 1885, 2010

Giudizio: 3/5.

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