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T.S. Eliot, La terra desolata

“These fragments I have shored against my ruins”.

T.S. Eliot legge The Waste Land.
Qui il testo integrale.

I frammenti con cui Eliot ha puntellato le proprie rovine provengono dalla letteratura europea, classica medioevale e moderna. Brandelli orfani e dispersi in quella Babele che a prima vista è il poema: una mezza dozzina di lingue, antiche e moderne. Il poema speaks in tongues.
Molte sezioni sono alla prima persona singolare, ma a dire “io” è una voce sempre diversa, e questo può trarre in inganno. Un’autentica galleria di voci, che prendono la parola una dopo l’altra, senza mediazione. Più che di flusso di coscienza, io parlerei in questo caso di flusso di coscienze.

Inoltre il passaggio logico da un frammento all’altro è spesso oscuro o assente. A legarli è infatti il metodo mitico, che Eliot aveva letto ed ammirato nell’Ulysses di Joyce nel corso di quello stesso 1922, proprio mentre lavorava a The Waste Land. Eliot, lettore attento e critico acuto, riconosce a Yeats il primato dell’aver intuito l’importanza fondamentale del metodo mitico, e di essere stato il primo a metterlo in pratica.

Nell’usare il mito, nel manipolare un continuo parallellismo fra il mondo antico e il mondo contemporaneo, Joyce sta seguendo un metodo che altri devono seguire dopo di lui (…) È semplicemente un modo di controllare, ordinare, dare forma e significato all’immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea. È un metodo già adombrato da Yeats, e della cui necessità credo che Yeats sia stato il primo contemporaneo a rendersi conto. È, lo credo seriamente, un passo verso la possibile resa del mondo moderno in termini artistici (…) Invece del metodo narrativo, noi possiamo ora usare il metodo mitico”.
— da “‘Ulysses’, Order and Myth”.

D’altro canto, nel primo dopoguerra furono molti gli scrittori, specialmente britannici, che si rivolsero al mito―probabilmente alla ricerca di una palingenesi dopo la distruzione bellica: J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, che dalla mitologia passarono alla mitografia; i War Poets, tra cui Sigfried Sassoon e specialmente Robert Graves, che compose opere antropologiche importanti e seminali, l’equivalente per la propria generazione di The Golden Bough di Frazer.
Nelle proprie annotazioni, Eliot sostiene di essersi ispirato proprio quest’ultima opera, oltre a From Ritual to Romance di “Miss” Jessie Weston; testo che all’epoca era fresco di stampa (1920) e che a tutt’oggi, sono pronto a scommettere, deve la sua fama principalmente alla citazione eliotiana. Per inciso Eliot bollerà in seguito le proprie note al testo come “bogus scolarship” e confesserà che gli furono chieste espressamente come ‘riempitivo’ per la pubblicazione in volume del poema, che di per sé era troppo breve. E chiunque abbia avuto occasione di leggerle sa che le note di Eliot chiariscono alcune questioni ma ne tralasciano altre, più oscure, e che sono a tratti più enigmatiche del poema stesso.

Quanto ai riferimenti intertestuali presenti nel poema, vi rimando alla lista (spero!) completa su wikipedia.

Curiosamente per un testo che diverrà una delle principali metafore della desolazione post-bellica, la Grande Guerra non viene mai menzionata. A suscitare la condanna di Eliot non è la guerra ma, come in molti altri modernisti, la modernità tout court. Di qui l’immagine della terra desolata: la cultura moderna priva di riferimenti spirituali, ormai decaduti e ridotti appunto a rovine.
Parte dell’impenetrabilità del testo, ad ogni modo, è imputabile a Pound, che in veste di editor sui generis depennò dalla stesura originaria del poema lunghi brani, che spesso fornivano spiegazioni e/o nessi logici tra le sezioni superstiti. Avendo avuto la possibilità di sfogliare il facsimile del manoscritto originale con le correzioni, posso affermare che Pound fece un favore a tutti.
Ma il punto, come già accennato, è che legami sotterranei tra i vari episodi del testo sono creati dal sottotesto mitico, un autentico doppio occulto di quanto emerge in superficie. Eliot stesso, nel’intro alle sue note al poema, offre una chiave di lettura indicando come principale mito di riferimento quello del Re Pescatore: una tradizione pagana ripresa nel rito iniziatico dei cavalieri Templari, che la introdussero nel cristianesimo. In accordo con la dimensione misterica del culto, il poema diviene un autentico cammino iniziatico che dalle ‘rovine’ giunge fino alla rinascita spirituale.

ed. Crocetti
Molto curata: carta con filigrana, rilegata a filo, bella tipografia; ad un prezzo abbordabile, meno di €10. L’intro è breve ma densa e puntuale, e le note al testo sono esaurienti. Anche se il maggior contributo critico è la citazione integrale di un lungo brano di Mario Praz, dall’edizione Fussi del  1958, che sintetizza i temi di From Ritual to Romance ripresi da Eliot. Non ho letto la traduzione.

T.S. Eliot
La terra desolata (1922)
a cura di Angelo Tonelli
pp. 68, € 9,81
Crocetti, 1993

Giudizio: 4/5.

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