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Jean Toomer, Canne

Un capolavoro assoluto, un’opera unica in quello che forse fu il decennio d’oro della narrativa statunitense; qui pubblicato in un’ottima edizione.
Dicono sia fuori catalogo; ma se vi capita per le mani (biblioteche, bancarelle, prestiti, furti) questo è un libro che vale assolutamente la pena di leggere.

Nathan Eugene “Jean” Toomer, nipote per parte di madre del primo governatore di colore della Louisiana (che guardacaso fino a quel momento si era dichiarato bianco), passò infanzia e giovinezza attraversando la color line razziale, considerato di volta in volta “black” oppure “white” come già i suoi genitori prima di lui. Di qui il suo desiderio di unità universale. Il nome stesso che si scelse, sebbene ispirato ad attori francesi, indica un desiderio di superare i confini di genere.
Un’esperienza ormai proverbiale come insegnante a Sparta, Georgia, risvegliò il senso di appartenenza alla cultura afro-americana, che lui considerava morente a causa dell’enorme esodo (The Great Migration) dal sud rurale ma segregazionista al nord urbano e ricco, cosmopolita ma alienante. Di qui l’urgenza di fissare nella letteratura una cultura al tramonto.
La Great Migration creò le condizioni per una delle maggiori esplosioni culturali della storia staunitense, la Harlem Renaissance. Toomer superò in corsa i maggiori esponenti del movimento pubblicandone la migliore opera già nel 1923; salvo poi rinnegare l’etichetta di scrittore afro-americano. Per questo motivo litigò con Alain Locke, che nel 1925 lo incluse nell’antologia manifesto del movimento, The New Negro, e ruppe l’amicizia con Sherwood Anderson, il cui Winesburg, Ohio era stato una grande ispirazione per Cane (andò meglio con un altro esponente del local color, Waldo Frank, a cui è dedicata la parte terza dell’opera).
Entro la fine degli anni ’20 Toomer aveva perso interesse per la letteratura, dopo aver pubblicato uno dei migliori testi di un decennio che pure vide molti dei più grandi romanzi del secolo (tra gli altri quelli di Faulkner, Fitzgerald e Hemingway, tanto per non uscire dai confini nazionali).

Cane è un libro unico, sui generis, a partire dalla struttura.
Non è un romanzo. La Harlem Renaissance ne produsse pochi e tardi, e questo è un tratto comune ad altri ‘rinascimenti’ letterari (ad esempio la nahḍah araba del diciannovesimo secolo): un romanzo ha bisogno di tempo per essere letto e ancor di più per essere scritto. Altri generi sono di più immediata fruizione: poesia, racconto, eventualmente il teatro; forme brevi che si prestano alla pubblicazione su rivista prima che in volume. Cane contiene tutti questi generi.
È diviso in tre parti; le prime due sono costituite da racconti e poesie, alternate secondo uno schema fisso (nella seconda parte i racconti sono occasionalmente sostituiti da poemi in prosa). La terza parte è occupata da un testo teatrale, Kabnis.
Ciascuna delle tre parti ha una diversa ambientazione: il sud rurale nella prima, il nord urbano nella seconda (soprattutto Chicago e Washington DC, curiosamente non la New York della Harlem Renaissance); mentre la terza parla di un giovane insegnante, educato al nord, cui viene assegnata una cattedra in Georgia, dove riscopre la cultura degli africani d’America—quest’ultima parte contiene evidenti elementi autobiografici. Qualcuno si è spinto a proporre una interpretazione per generi musicali di questa tripartizione: blues, jazz, spiritual (il ritorno alle radici).
Toomer mira dunque a salvaguardare il patrimonio di un popolo che si era affrancato solo parzialmente dalla schiavitù, un patrimonio in buona parte orale di canzoni e folktales. Ma vuole farlo con mezzi d’avanguardia. Il suo è un testo profondamente modernista: Toomer adorava Joyce e Dubliners fu uno dei suoi punti di riferimento, e forte è anche l’influenza imagista. Senonché spesso le sue poesie sono migliori di quelle imagiste… Non è un caso, ad ogni modo, che l’autore cogliesse volutamente ispirazione dalle più innovative raccolte di racconti e di poesia di quegli anni.

Lo sperimentalismo si spinge fino a confondere i limiti dei generi letterari: spesso le storie brevi contengono delle strofe in poesia, le cui frasi sono a loro volta riprese anche in prosa. Le storie hanno un forte componente lirica, mentre le poesie sono discorsive e in versi liberi (l’ammirazione per Whitman è palese fin dalla citazione nel titolo: le canne da zucchero come le foglie d’erba). I poemi in prosa sono una roba indescrivibile. “Bona and Paul”, il racconto che conclude la seconda parte, potrebbe essere considerato un play nonostante l’ingombrante presenza di una voce narrativa, che del resto ritorna anche nel seguente “Kabnis” (è forse ipotizzabile per questo dettaglio l’influenza di Thornton Wilder, che completerebbe anche nell’ambito teatrale il contesto di innovazione).
In questo delirio avantgarde, immagini e topoi letterari ritornano silenziosamente da un pezzo all’altro, stabilendo legami tematici sotterranei ma saldi.
Toomer ha un’abilità impressionante nel restituire la vividezza delle esperienze sensoriali che descrive: suoni, rumori, melodie e sensazioni tattili; su tutte l’odore e il sapore dello sciroppo della canna da zucchero che dà il titolo all’opera. Oltre naturalmente ad un’intera gamma di stati d’animo, di blues.

Potrei sperticare le lodi di quest’opera ancora a lungo, ma farei bene a fermarmi qui.

Marsilio
In chiusura vorrei sottolineare che questa è un’edizione ottima, che farebbe la felicità degli addetti ai lavori. Non a caso la Marsilio è veneziana e le sue scelte editoriali sono influenzate da ca’ Foscari, i cui professori fungono spesso da editori. In questo caso il contributo è particolarmente significativo: Werner Sollors è uno dei massimi esponenti dei race studies, particolarmente in ambito afro-americano; io ho potuto seguire alcune sue lezioni a Venezia. La sua introduzione è imperdibile.
Utile anche la bibliografia.
La traduzione una volta tanto è ben fatta e precisa; inevitabilmente la musicalità dell’originale va perduta, ma le numerose sfumature di significato si possono cogliere appieno. Inclusi alcuni sottintesi che in inglese mi erano sfuggiti… Il testo a fronte è l’ideale per tutti: chi non sa l’inglese, chi vuole esercitarsi e chi è curioso di scoprire le soluzioni adottate dalla traduttrice.

Jean Toomer
Canne (1923)
traduzione di Daniela Fink, introduzione di Werner Sollors
pp. 408, fuori commercio
Marsilio, 1993

Giudizio: 5/5.

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