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Henry James, Racconti di fantasmi

Il soprannaturale jamesiano.

Premessa
Gli studi jamesiani erano così promimenti nel mio dipartimento di anglo-americano che ben tre esami del mio curriculm includevano Henry James: uno era monografico, un secondo analizzava storia ed istituzioni degli States attraverso le opere dei fratelli James… Ho quindi sviluppato un persistente e malcelato odio per il romanziere. Conservo ancora, in compenso, un buon ricordo dei suoi racconti. James era un maestro della short story, degno erede di Poe e Hawthorne. Le sue storie, inoltre, hanno il vantaggio non secondario di offrire la complessità e la finezza della sua prosa in una dimensione abbordabile.

The Beast in the Jungle (1903)

Concepito e composto contemporaneamente alla celebrata major phase jamesiana e pubblicato nello stesso anno di The Ambassadors. La storia condivide fonte d’ispirazione e diversi temi con il primo romanzo della trilogia ad essere pubblicato, The Wings of the Dove:

Il contenuto biografico del racconto – l’elemento personale nell’impersonale – ci riporta alla graduale percezione dello scrittore di non essere riuscito, nonostante la sua grande capacità di intuito, a capire il proprio legame con la sua amica Miss Woolson, la romanziera americana che si suicidò a Venezia nel 1894. James aveva nutrito nei suoi confronti amicizia, e anche un sentimento di devozione, ma, nel suo egotismo, non aveva compreso quale effetto esercitasse su di lei e quanto ella lo avesse amato, come testimoniano alcune lettere allo scrittore. Dopo una decina d’anni, quella profonda e intima esperienza fu trasposta da James in questo strano e ossessivo racconto.
Dalle note del dattilografo di James, risulta che The Beast in the Jungle fu scritto in pochissimo tempo, in tre o quattro mattinate di intenso lavoro, nel 1902, proprio dopo che lo scrittore aveva ultimato The Wings of the Dove. Questo romanzo ha per tema la «morte a Venezia», avendo in effetti dato forma concreta alla tragedia, vissuta da James otto anni prima, della scomparsa di Miss Woolson. La protagonista Milly Theale muore in solitudine nel suo palazzo veneziano, circondata unicamente da domestici e con un solo amico vicino. Anche Miss Woolson era morta sola, e James scelse la stessa stagione dell’anno – l’epoca in cui i canali e la grande piazza sono battuti dalla pioggia frequente e dalle tempeste. Egli era a Londra quando Miss Woolson morì: non c’era stato un ultimo incontro. E così anche per il protagonista di The Wings of the Dove: anch’egli è a Londra e non vede più Milly. Nel racconto, invece, sembra che James cerchi di immaginare le scene rimaste fuori dalla sua vita e dal suo romanzo: qui infatti c’è un confronto fra i due protagonisti. May muore, e Marcher, visitando la sua tomba – come James aveva fatto a Roma nel 1894 – ha la rivelazione.

Il racconto è la storia di John Marcher, un uomo convinto che il proprio futuro abbia in serbo per lui “qualcosa di raro e strano, probabilmente prodigioso e terribile”: un evento misterioso che lui definisce la Bestia nella Giungla della sua vita. Nel corso di una visita ad una casa di campagna dell’aristocrazia inglese, John rinnova la sua conoscenza di May Bartram—una giovane donna che aveva incontrato a Napoli dieci anni prima. In quell’occasione lui aveva, per la prima ed unica volta in vita sua, raccontato il proprio segreto; May confessa ora di non aver mai dimenticato quella rivelazione e si propone di ‘vegliare’ assieme a John l’arrivo della cosa.
La storia diventa più ariosa e si allarga a coprire le loro vite. Grazie alla prosa di James, una meraviglia di sensibilità e delicatezza, diventa chiaro che, mentre la dedizione di May implica sentimenti più profondi dell’amicizia che nasce tra di loro, l’ego ossessivo di John gli impedisce in ultima analisi di vedere al di là della curiosità e della fermezza. La ‘veglia’ è la sua unica preoccupazione, e lo rende incapace di un serio impegno: “un uomo di cuore non si fa accompagnare da una signora durante una caccia alla tigre”.

A questo punto della sua carriera, James aveva raffinato la sua prosa fino a farne uno strumento in grado di registrare e riprodurre la più delicata delle emozioni, con una precisione che lascia basiti. Il suo tardo stile è al contempo famigerato per la sua complessità e giustamente celebrato per la sua accuratezza psicologica, “più vicino a Joyce che a Balzac” (il laborioso progresso dal naturalismo al modernismo mi ricorda quello di Pirandello, che similmente da Verga era giunto a Ionesco) come diceva uno dei miei professori—subito prima di aggiungere che una interpretazione di James come modernista ante-litteram ha senso solamente a posteriori, dal nostro punto di vista. La realtà è che James odiava il Modernismo. Eppure, a sessant’anni, lo anticipò con la sua trilogia novecentesca, la sua major phase secondo la definizione di Mathiessen. E i suoi racconti, per mia fortuna, sono lunghi 40 pagine anziché 400.
E non è tutto. L’abilità di James nell’intessere i propri testi è impressionante. Un esempio fra i tanti potrebbero essere i vari riferimenti alle stagioni, a cominciare dai nomi stessi dei personaggi: May e Marcher (e se credete che James non fosse incline a giocare con i nomi, non avete mai letto testi come The Beldonald Holbein). Quando John e May s’incontrano nella casa di campagna è autunno. I loro ultimi incontri nella casa londinese di lei, in cambio, hanno luogo in primavera: “May si presentò a lui in quella luce lunga e fresca delle giornate morenti d’aprile che instilla spesso una tristezza più acuta delle più grigie ore d’autunno”. Nel mezzo, il freddo e sterile inverno che è stata la loro intera relazione: una lunga attesa per una fioritura che non avrà mai luogo, nemmeno tardivamente. E poi c’è il tocco jamesiano, il dettaglio che passa inosservato alla prima lettura: la casa di campagna dove loro s’incontrano si chiama Weatherend.

The Jolly Corner (1908)

L’ultima storia di fantasmi di Henry James, e la migliore dopo The Turn of the Screw, è anche la sua riflessione finale su alcuni dei suoi maggiori interessi: il tema internazionale, lo statunitense che torna in patria dopo un lungo periodo trascorso nel vecchio mondo e le sue impressioni di un paese in rapido mutamento, che al volgere del secolo si apprestava a diventare una potenza mondiale.

Spencer Brydon, un newyorkese 56enne che ha vissuto in “Europa” [sic] per 33 anni, torna a casa per occuparsi delle sue proprietà: due edifici a NY, i cui affitti costituiscono la sua rendita e che ora saranno soggetti a rinnovo. Si scopre, conseguentemente, disponibile a supervisionare i lavori –cosa che mai avrebbe neppure sognato nei suoi anni europei– e rivela un talento prima dormiente. Brydon è quindi un tardo esempio del tema jamesiano della vita non vissuta, che aveva già attraversato la major phase, spesso nella forma di quel che avrebbe potuto essere di un personaggio se (non) avesse vissuto all’estero.
Il tema, ad ogni modo, prende una piega peculiare in questo caso. Brydon, che ha acconsentito alla conversione di uno dei palazzi in appartamenti, è riluttante riguardo al secondo: la casa all’angolo (l’angolo prediletto) tra strada ed Avenue, dove lui e la sua famiglia avevano sempre vissuto. Nottetempo visita segretamente la casa, ora priva di arredamento ma per lui ancora colma di ricordi. Nel corso di queste visite notturne sviluppa la convinzione che la casa sia abitata dal suo senso di straniamento per la New York che ha trovato al suo ritorno, e che la vita che non vi ha vissuto sia impersonata in una figura umana, il suo alter-ego. Quest’ossessione cresce, fino a farlo superare la paura e ad intraprendere un’autentica caccia al fantasma: James qui rovescia il tradizionale tema della storia di fantasmi. Leon Edel ha dimostrato che quest’idea aveva origine in un’esperienza personale: tanto il padre quanto il fratello maggiore (Henry senior e William junior) avevano ad un certo punto della loro vita avuto allucinazioni di invisibili presenze malefiche; Henry James invece aveva sognato una situazione simile, ma nel suo incoscio era stato capace di reagire e di affrontare il fantasma, fino a metterlo in fuga.

C’è in questi incubi una straordinaria «manipolazione» di sogni. James comincia con una forte sensazione di terrore o di ansietà, poi, nello stesso sogno, ricorre a un’azione che si oppone a questa ansietà. Spaventato, capovolge la situazione e diventa colui che minaccia. Ciò è espresso nel sogno del Louvre: «Io, nel mio stato di paura, ero probabilmente ancora più terribile dello spaventoso essere, creatura o presenza che fosse». Non lo avrebbe mai dimenticato: il terrore di una persona perseguitata può anche risultare terrorizzante. È quanto ci viene chiaramente suggerito in The Turn of the Screw. E’ il tema dell’incompiuto romanzo di fantasmi The Sense of the Past, nel quale un uomo si ritrova proiettato dal presente nel passato ed è atterrito all’idea di rimanervi prigioniero. Nella sua paura egli suscita terrore negli altri personaggi. I sogni prendono la forma di un faccia a faccia reale tra «io» e «non-io», come nell’ultimo suo racconto soprannaturale The Jolly Corner.

The Jolly Corner rielabora quindi temi che erano già emersi nel canone di James, ed è in effetti una rielaborazione del romanzo incompiuto The Sense of the Past. Numerosi sono i parallellismi con il racconto precedente: John Marcher è ossessionato quanto Spencer Brydon; con la differenza che la Bestia, l’evento che lui crede renderà eccezionale la propria vita, lo aspetta nel futuro (sempre nel futuro), mentre Brydon è perseguitato dal proprio passato—o meglio, dal fantasma del passato che non ha mai vissuto. I due racconti sono elaborazioni diverse dello stesso tema, quello della strada non percorsa: The Road Not Taken è in effetti il titolo di un poema di Robert Frost, di cui TJC è considerato una resa narrativa. Entrambi i protagonisti, oltretutto, sono egocentrici di mezza età, ciascuno affiancato tuttavia dalle cure premurose di una donna sensibile e altruista, il cui amore è l’agente della sua redenzione.
Curiosamente, poi, in entrambi i casi è possibile un’interpretazione influenzata dalla queer theory e basata sull’omosessualità non dichiarata di James: il misterioso perturbante di entrambi i protagonisti sarebbe un impulso omoerotico non riconosciuto. L’ossessione per se stesso di Spencer Brydon (chi mai si sognerebbe di essere perseguitato dal fantasma di se stesso?) può quindi essere letto in termini narcisistici. E prima di bollare il tutto come improbabile, ricordate che sia il padre che la sorella di Henry James erano probabilmente closeted homosexuals.

Come dicevo, TJC, specialmente nelle prime pagine, è una meditazione profonda sui rapidi cambiamenti degli USA nei primi anni del ventesimo secolo. Il tema aveva , ancora una volta, forti connotazioni autobiografiche:

Con la sua ultima «storia del soprannaturale» Henry James ha creato una delle sue funzioni più raffinate: il fantasma di un uomo alla ricerca di se stesso; anzi, di quell’aspetto di se stesso ch’egli ha ripudiato. Lo scrittore era tornato negli Stati Uniti nel 1904-905 dopo un’assenza di vent’anni: aveva ripreso possesso del suo vecchio New England, della sua vecchia New York, e per la prima volta era stato nel Sud e nell’Ovest del Paese. Ma alcune delle sue ore migliori le aveva passate a New York, nei paraggi della Washington Square della sua infanzia, tra le vie di Greenwich Village, alla riscoperta di alcuni edifici superstiti, di certi vecchi angoli della sua adolescenza. Conseguenza diretta di questa riscoperta fu – nel 1907 – la stesura di The Jolly Corner. L’io a confronto con se stesso, l’americano rimpatriato che va alla ricerca del personaggio che avrebbe potuto essere se fosse rimasto a casa, in patria. James introdusse in questo racconto ciò che costituiva il mito centrale della sua vita: il mito dell’America in contrasto con l’Europa, il problema della propria identità personale. È questo uno dei più autobiografici dei racconti di James, ed è nello stesso tempo parabola di ogni vita, una ricerca di «ciò che sarebbe potuto essere».

Il ritorno a New York aveva rappresentato per James il ritorno «a casa», e la casa significava il tetto materno e paterno. In The Jolly Corner incontriamo una figura materna che aveva aspettato Brydon per tutti gli anni del suo volontario esilio in Europa: il suo nome è Alice e abita in Irving Place… : un riferimento alla famiglia, perché Alice era stato il nome della sorella di Henry, e William James aveva sposato un’Alice, e abitavano a Cambridge, in Irving Street.

A prescindere da tutto questo, tuttavia, rimane dopo The Turn of the Screw la più complessa ed emozionante delle storie di fantasmi di James, ricca di suspence e finezze psicologiche. Nonché il mio preferito tra i suoi racconti, finora.

Questa raccolta
Tales of the Supernatural (1970): selezione di 18 racconti curata da Leon Edel, il maggior esperto jamesiano contemporaneo (fidatevi) che ha scritto anche un’introduzione, qui pubblicata in coda, ed un approfondimento per ciascuno dei racconti. L’apparato critico è ottimo, dato che Edel sa tutto su James; il saggio iniziale di Virginia Woolf al confronto fa una magra figura.
L’unico problema di questa raccolta è che non tutte sono ghost stories. Non sono nemmeno racconti di fantasmi senza fantasma. James li aveva definiti ‘ghostly tales’, che è ben altra cosa. E Leon Edel aveva usato il termine ‘soprannaturale’ per il titolo, che è stiracchiato ma non fuori luogo come quel ‘di fantasmi’.
Ah no, c’è un altro problema. Le traduzioni lasciano spesso a desiderare. E considerando l’importanza che la prosa di James ha nell’economia generale dell’opera…

Henry James
Storie di fantasmi
traduzione di Maria Luisa Castellani Agosti, Fausto Cialente, Carlo Izzo, con un saggio di Virginia Woolf, cura di Leon Edel
pp. XIV – 688, €14
Einaudi, 1998 e 2005

Giudizio: 4/5.

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