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Francesco Cataluccio, Chernobyl

Artemisia, o della dimenticanza.

Non essendo rimaste che pochissime tracce del mondo ebraico di quelle zone, per provare almeno a immaginarlo, conviene fare come Pavel, l’anziano padre di un amico praghese, che, avendo perso tutti i parenti e anche il villaggio dove abitavano, prese, nel dopoguerra, a praticare una strana magia. Di fronte a un oggetto (un candelabro, una foto, un libro, una tazza, un palazzo…)  si copriva ambedue gli occhi con le mani e iniziava a «tirare i fili della memoria».

L’impressione è che Cataluccio, ebreo e polonista, applichi ossessivamente il ‘metodo Pavel’ anche alla storia e alla letteratura. Ogni episodio, ogni incontro, ogni legame merita di venire raccontato e ricordato per non cadere nell’oblio, che fin dal titolo è uno dei temi ricorrenti del libro: nell’episodio iniziale un anacronistico chimico “principe di non so dove”, che parla “un francese un po’ asiatico” e un italiano dal “beffardo accento napoletano”, fa notare a Cataluccio, intento ad acquistare una mappa dell’Ucraina del 1705, che l’etimo di Černobyl’ sarebbe ‘nero stelo d’erba’; forse l’artemisia, pianta della dimenticanza e ingrediente fondamentale dell’assenzio.

Il libro riassume la storia di Černobyl’ sul lungo periodo, ben oltre il suo episodio più celebre; nelle mani di Cataluccio il testo diventa anche un libro sull’Ucraina, ‘sorella’ della sua Polonia: un terzo del volume è occupato dalla ricostruzione di “Che cos’era Chernobyl”, con una particolare attenzione alla sua componente maggioritaria, quella ebraica. Con profusione di nomi e grande sfoggio d’erudizione, Cataluccio racconta di un popolo che accolse lo hassidismo (scomunicato nella Lituania d’origine) e che fu spesso capro espiatorio nelle tensioni etniche di una terra contesa da almeno quattro potenze: Ucraina, Polonia, Russia e Austria. Non a caso ben due guerre russo-polacche, quella del 1654-67 e quella del 1919-20 successiva alla rivoluzione bolscevica, si svolsero principalmente in terra ucraina.
Sono secoli di violenze, rappresaglie, “regolamenti di conti”, pogrom, che tuttavia impallidiscono alla luce degli eventi del Novecento: la carestia degli anni trenta (Holodomor) e l’occupazione nazista. “In Ucraina, sovietici e nazisti compirono massacri simili e indiscriminati”, sostiene l’autore. Tale fu la dimensione della tragedia, se questo termine non è fuori luogo, da portare molti a convincersi che fosse provocata non dall’uomo ma da Satana stesso. E Cataluccio, che da par suo ha già snocciolato citazioni a Taràs Bul’ba di Gogol’ e a L’armata a cavallo di Babel’, oltre a ricordare affettatamente che Józef Konrad Korzeniowski e Vasilij Semënovič Grossman erano concittadini di Berdicev, “la seconda comunità ebraica dell’impero russo”, il nostro Cataluccio ci vede il pretesto per una imprescindibile ricognizione del tema satanico nell’intera letteratura russa. La mia citazione preferita a riguardo è dalla Notte sul Monte Calvo di Modest Mussorgskij (quel Monte Calvo su cui i nazisti compirono fucilazioni di massa): in quell’opera Satana viene chiamato Černobog, “dio nero”, creando ovvie assonanze con Černobyl’.
E c’è chi ha visto la zampa del diavolo anche in quanto successe il 26 aprile 1986, a cui è dedicato il capitolo più importante del libro. L’autore illustra il funzionamento della centrale e le ragioni dell’incidente; riepiloga i primi soccorsi, che “mostrarono da subito impreparazione e improvvisazione”, causando la morte di molte persone coinvolte senza una vera consapevolezza della portata del pericolo; raccoglie in un elenco ragionato le testimonianze, soprattutto fotografiche, realizzate sia in quei giorni che negli anni seguenti; e conclude:

La catastrofe di Chernobyl fu il risultato non voluto, ma fin troppo prevedibile, di un sistema disfunzionale. L’Unione Sovietica scoprì definitivamente l’ormai fragile castello di menzogne e cialtronerie sul quale si basava e il disprezzo totale che il potere cosiddetto comunista aveva per i propri cittadini. L’approssimazione tecnologica, le incertezze organizzative, la paura di alimentare un ingestibile panico e far brutta figura con i superiori, aggravarono ulteriormente le conseguenze dell’incidente e compromisero per gli anni futuri la possibilità di un ritorno alla normalità.

Durante il periodo dell’incidente, Cataluccio era a Varsavia per studio; il fortunoso “Ritrovamento del diario polacco” che aveva redatto in quei giorni restituisce un’atmosfera di un’ironia glaciale, da danza macabra: “Per ora mi diverto ad osservare la campagna per l’invio di tende e sacchi a pelo ai senzatetto di New York. È questa la risposta dell’offeso governo polacco all’offerta di quintali di latte in polvere da parte delle autorità statunitensi”. Il governo polacco, come quello russo, rassicura, zittisce, e solo dopo giorni, “alla buona grazia della Glasnost”, inizia a dar conto dell’accaduto. Nel frattempo, iodio e cibo in scatola spariscono dagli scaffali, mentre arrivano, dall’Italia, notizie allarmanti.

Il tramonto è di un rosso abbagliante. La gente fissa quello strano sole come se stesse per esplodere da un momento all’altro. Gli uccelli volano bassissimi. Persino le cicogne, e sono pericolose.
Tutti sembrano non desiderare altro che dimenticare in fretta.

 Dimenticare. Nell’ultimo capitolo, “La Disneyland della radioattività”, l’autore si chiede se Černobyl’ e la vicina Pripjat’ diverranno un’attrazione turistica della catastrofe (vedi www.pripyat.com) con tanto di ‘finti’ allarmismi sulle radiazioni. “Come a Cracovia, ti propongono la gita in giornata ad Auschwitz”, scrive il polonista. Per ora, attorno a Kiev continuano a spuntare lussuose dacie in riva al Dnepr, pericolosamente vicine al sito del disastro. E la “generale ‘lumpenizzazione’ di tutto e di tutti” provocata dai soldi dei nuovi ricchi e della mafia ucraina (parole del poeta Andruchowycz) ha anche cause profonde:

 il carnevale del sesso facile post-sovietico, oltre che un rapido mezzo per fare soldi, rappresenta anche un diffuso desiderio di oblio: si dimenticano le tragedie del passato in una sorta di orgia che esclude però la maggioranza della popolazione, che continua a impoverirsi.

 Con l’episodio iniziale Cataluccio voleva forse guadagnarsi un posto tra i fautori degli etimi inventati. I miei contatti slavisti mi spiegano, libri alla mano, che se černij significa nero, byl è il passato maschile del verbo essere. Ma anche questo etimo ha risonanze profonde con Černobyl’, non solo con il suo oscuro passato ma anche con quanto accadde in quell’aprile del 1986:

Katija P., anche lei di Pripjat’, racconta: «A mezzogiorno non c’erano più i soliti pescatori sulla riva del fiume, erano rientrati a casa tutti neri, con un’abbronzatura che nemmeno un mese di villeggiatura a Šoci… l’abbronzatura nucleare!»
I volti dei primi vigili del fuoco erano neri come la grafite e gli occhi «erano già gli occhi di persone consapevoli di doverci lasciare».

p.s. forse Cataluccio vive sul lato oscuro della luna, ma il disco più famoso dei Pink Floyd non è Atom Heart Mother, e citarlo giusto perché c’è l’atomo nel titolo è del tutto gratuito.

Francesco Cataluccio
Chernobyl

pp. 170, €12
Sellerio, 2011

Giudizio: 4/5.

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