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Gianni Celati, La banda dei sospiri

E questo è il famoso sonno della giovinezza quando si fanno tanti sogni, e poi qualcuno riesce a svegliarsi e altri no”.

Seconda parte della trilogia composta da Le avventure di Guizzardi (1972), La banda dei sospiri (1976) e Lunario del paradiso (1978), riunita nel 1989 sotto il titolo di Parlamenti buffi.

Uno dei libri più divertenti mai letti.
È un romanzo di formazione, anche se me ne sono accorto dopo un pezzo. È anche uno dei più belli, e pure questo io l’ho capito tardi. Perché Celati è un maestro della dissimulazione.

Il libro è il racconto in prima persona di  un bambino (soprannominato Garibaldi “perché corre sempre”) della propria infanzia e giovinezza, e delle persone che la popolano. La galleria dei personaggi è impagabile; nessuno ha un nome proprio, solo soprannomi. L’indolente fratello maggiore di Garibaldi addirittura li cambia a seconda delle sue letture più recenti: prima Strogoff, poi Nemo e infine Fogg. Il padre, guardia notturna perennemente inviperito con i superiori, viene chiamato Barbarossa per il carattere irascibile. Molti soprannomi poi sono cinematografici: l’aiutante della madre sarta è chiamata Veronica Lake (con prevedibili conseguenze sui maschi della famiglia, quando lei si trasferirà in casa…), il fratello di lei Alan Ladd.
Spesso Garibaldi, a causa della giovane età, non capisce appieno le situazioni in cui si trova coinvolto, generando equivoci che per le risate faranno rovesciare dalla sedia i lettori: ad esempio nei suoi primi approcci sessuali…

Ma, come dicevo, Celati è un maestro della dissimulazione.
La voce narrativa di Garibaldi è colloquiale, bassa, sgrammaticata: uno slapstick assolutamente esilarante. Eppure dissimula un vocabolario ricco per quanto strampalato. L’immediatezza della narrazione cela una ricerca ed uno studio accurati; tra le righe del racconto di Garibaldi bambino va spesso ricostruito il non detto. Come nel caso dello zio d’Australia, fratello di Barbarossa e “un bel po’ ammalato di politica, che in Australia non si trovava bene perché il governo voleva assassinarlo” la cui bella moglie è vedova di un altro emigrante “morto laggiù di crepacuore assassinato dal governo”. E questo è solamente un esempio di quanto sia smaliziato Celati, e di quale sia la sua maestria nel filtrare il tutto attraverso lo sguardo di Garibaldi.
Il titolo stesso cela più di un significato.
La banda dei sospiri non è solo la sgangherata famiglia perennemente afflitta di Garibaldi, ma anche il nastro magnetico su cui il racconto del narratore, ovviamente orale, viene registrato. Allo stesso modo i Parlamenti buffi non sono curiosi assembramenti politici quanto racconti, chiacchiere, parole nel registro basso. Non a caso, nella copertina dell’edizione Feltrinelli Impronte 1989 c’è un quadro di Pieter Bruegel, Giochi di fanciulli del 1560.
Non sono sicuro che quell’edizione sia ancora reperibile, ma il libro è nel catalogo Feltrinelli—sebbene fosse stato pubblicato in origine da Einaudi, probabilmente per intercessione di Calvino, a cui Celati era legato da ammirazione e stima reciproca. I parlamenti buffi sono infatti dedicati alla memoria di Calvino.

Ho letto il libro per un corso universitario: Enrico Palandri, il professore, era un ex-allievo di Celati,  e questo ha creato un curioso corto circuito docente/studente. Mentre preparavo l’esame nella biblioteca umanistica dell’università, nella sala al primo piano (molto più tranquilla di quella al pian terreno, dove per forza di cose c’è sempre un certo via vai di gente che entra ed esce), non riuscivo a smettere di ridere ogni due paragrafi.
Il libro ho dovuto portarmelo a casa.
Mica potevo continuare a ridere a quel modo.
Non in pubblico!

Gianni Celati
La banda dei sospiri: Romanzo d’infanzia, in Parlamenti buffi
pp. 400, €16,53
Feltrinelli, 1989

Giudizio: 4/5.

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