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Gianni Celati, Narratori delle pianure

I racconti di questa raccolta segnarono nel 1985 la seconda maniera narrativa di Celati, dopo i romanzi dei ’70, cui aveva fatto seguito un periodo dedicato all’insegnamento ed alla saggistica (v. Finzioni occidentali). Frutto del periodo al DAMS dirante il ’77 bolognese è il volume collettivo Alice disambientata
Nel nuovo decennio il suo stile era cambiato, ed alle voci narrative sguaiate, sgrammaticate, esuberanti dei Parlamenti buffi fanno seguito queste storie asciutte, terse, ma ormai prive d’innocenza, e che avrebbero trovato ulteriore sviluppo nelle Quattro novelle sulle apparenze (1987).

A segnare la continuità con il passato è però il titolo stesso, la cui semplicità cela significati profondi: lo scrittore afferma di aver raccolto personalmente queste storie; e il libro è dedicato proprio a chi le ha raccontate a lui. Dovremmo quindi credere che siano testimonianze autentiche, e non invenzioni dell’autore? Alcune sono presentate come leggende che circolano in un certo luogo. Ci sono perfino delle ghost stories.
Ed a conferma del valore testimoniale, nella sequenza dei racconti è nascosta una trilogia autobiografica, sulla vicende storiche della famiglia Celati. Ad ogni modo il titolo sottolinea pluralità e oralità delle voci narranti. L’elemento che le accomuna, anch’esso citato nel titolo, è geografico: ancora una volta per Celati la vera protagonista è la val Padana emiliano-lombarda. I racconti sembrano organizzati proprio secondo un criterio geografico, lungo il corso del Po: dalla Lombardia seguendo la Via Emilia fino alla foce e al delta.
In apertura c’è una mappa con tutti i luoghi descritti nei racconti.

Ma pare che, a metà degli Ottanta, i narratori di Celati non abbiano più le parole adeguate per esprimersi, oltre che per raccontare anche solo a se stessi la propria interiorità, i propri sentimenti, i dubbi, i problemi.
Per quanto strampalata e sbilenca fosse la voce di Garibaldi in La banda dei sospiri (1976), la sua capacità narrativa non era inadeguata o insufficiente; il suo vocabolario era ricco, sebbene questa ricchezza venisse abilmente dissimulata da Celati.
Dieci anni dopo siamo di fronte ad un autentico degrado linguistico, specchio di un diffuso degrado umano: squallore, solitudine, alienazione, noia, egoismo, bassezza morale, e su tutto la generale incapacità di fare fronte a questi problemi, un grande senso di smarrimento. Non a caso, in uno dei primissimi racconti, la protagonista si trasferisce dai sobborghi di Los Angeles a Bollate: dallo sprawl losangelino a quello padano.
Il finale dell’ultimo racconto è agghiacciante.

Molto bella la foto di copertina, frutto della collaborazione che proprio in quel periodo Celati andava sviluppando con alcuni fotografi.

Letto più volte, assieme ad altri dello stesso autore, per un corso tenuto da Enrico Palandri (un ex-alunno di Celati). Non ho il volume sotto mano, ma ho ritrovato i miei appunti & ne ho approfittato per scrivere una recensione.

Gianni Celati
Narratori delle pianure (1984)
pp. 158, €8
Feltrinelli, 2003

Giudizio: 3/5.

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