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Selma Lagerlöf, Il libro di Natale

Pubblicato il 17 gennaio 2013 su Cabaret Bisanzio.

La Vigilia di Natale a Sundborn di Carl Larsson fa da copertina a questa selezione di racconti a tema natalizio di Selma Lagerlöf, suggerendo subito alcuni rimandi tematici. Larsson, contemporaneo della Lagerlöf, di cui aveva anche eseguito dei ritratti, è probabilmente il più noto pittore svedese e, sebbene avesse una maggiore considerazione per la propria produzione ufficiale e di grande formato, deve la sua fama internazionale in buona parte ai numerosi ritratti della sua famiglia, eseguiti nella casa che lui e la moglie, anche lei artista, avevano arredato e decorato nel villaggio di Sundborn, non lontano da Falun.
La stessa ricorrenza e la medesima atmosfera casalinga e familiare ritornano anche nel racconto che apre e dà il titolo alla raccolta: l’autrice ricorda la tradizionale vigilia di Natale della propria infanzia, nella tenuta di Mårbacka in cui era cresciuta. Selma rimase legata a quella tenuta per la vita: quando la famiglia fu costretta a venderla per motivi economici, lei decise di diventare maestra elementare per poterla riacquistare (altri tempi per gli educatori, ma soprattutto altri lidi); desiderio che realizzò infine con la somma in denaro del premio Nobel.

Selma Lagerlöf ritratta da Carl Larsson nel 1902

Similarmente, le candele che adornano l’albero natalizio nel quadro di Larsson riportano alla mente i riti pagani del solstizio d’inverno, sopravvissuti nei tradizionali festeggiamenti per il giorno di Santa Lucia. “La leggenda della festa di Santa Lucia” è il titolo del secondo racconto, ambientato anch’esso nel Värmland tanto caro all’autrice, ma in un’epoca ancora pienamente cavalleresca. In questo mondo di ricchi castelli e poveri contadini, di antichi valori legati alla terra, le trame per il potere di una vecchia aristocratica crudele e meschina sono ostacolate da una giovane devota a Lucia, la santa siciliana di cui porta il nome.

Appaiono a questo punto già chiare le due tematiche cardine del libro. Da una parte la Svezia e il Värmland in particolare, regione di grandi distese naturali, di laghi e di poeti, qui evocata nei toponomastici, nelle inflessioni del parlato, nel costante richiamo alla semplicità dei suoi abitanti e della loro spiritualità. Dall’altra parte la devozione popolare, declinata volta per volta in agiografia (è il caso delle due novelle in cui compare Gesù, in una Terra Santa che acquista tuttavia le connotazioni dei boschi nordici) o in fiducia nel divino come unica risorsa contro le avversità—e non di rado, infatti, elemento risolutore delle vicende: lo è nel racconto appena citato, grazie alla compassione della santa; lo è, grazie ad un Dio amorevole seppur enigmatico e severo, in “Il teschio”, una storia con una vena macabra quasi sorniona; lo è infine nel racconto conclusivo, “Il Capodanno degli animali”, in cui la magia dei boschi, che pure pervade la narrazione di un’atmosfera incantata in una notte di luna piena, si scontra apertamente con il cristianesimo.

In questi otto racconti, di provenienza eterogenea e pubblicati in origine nell’arco di oltre trent’anni, ritornano molti elementi propri della Lagerlöf: a quelli già citati si aggiungono il talento per la narrazione e una fascinazione per storie e personaggi solo in apparenza semplici e modesti. Uno dei racconti, “La principessa di Babilonia”, riprende i personaggi del romanzo L’imperatore di Portugallia, pubblicato l’anno precedente (1914): quasi un capitolo scartato, una outtake letteraria; quando non una postilla divertita da parte dell’autrice.
Un’ultima parola sull’edizione, che Iperborea ha impreziosito con illustrazioni a tema natalizio e bei capolettera per ogni racconto; dopo L’anello rubato dell’anno scorso (in realtà una ristampa) i libri della Lagerlöf sotto Natale stanno diventando una tradizione. La traduzione è frutto del «Laboratorio di traduzione di Lingue e Letterature Nordiche» curato da Maria Cristina Lombardi alla Orientale di Napoli; il lavoro è buono, anche se occasionalmente alcune soluzioni troppo vicine all’originale paiono sgraziate in italiano.

Selma Lagerlöf
Il libro di Natale
traduzione di Maria Cristina Lombardi
pp. 130, €12,5
Iperborea, 2012

Giudizio: 3/5.

Franco Perrelli, August Strindberg: Il teatro della vita

Spesso tutta la mia vita mi sembra messa in scena perché possa patirla e perché possa descriverla” (lettera a Emil Schering, 2 aprile 1907).

Fin dall’incipit è chiaro che si tratta di un saggio di taglio bibliografico: senza alcuna prefazione, senza un preludio sull’infanzia e la giovinezza di Strindberg, il testo ci conduce subito alla trattazione delle sue prime prove come scrittore.
Ogni capitolo tratta di un’opera, o più di una nel caso in cui siano cronologicamente vicine e tematicamente affini; la suddivisione complessiva in quattro parti ripercorre le fasi più importanti attraversate da Strindberg:

  1. Scrivere per colpire (1869-1885)
  2. Il combattimento di cervelli (1886-1893)
  3. Uno scrittore religioso (1894-1901)
  4. Il più moderno dei moderni (1902-1912)

Perrelli compie così una ricognizione dell’intera produzione strindberghiana: i temi, l’evoluzione dello stile dell’autore e del suo pensiero sono analizzati con precisione, con l’ausilio di un ampio corredo di citazioni ben integrate nel testo e molto puntuali nel cogliere i punti focali di ciascuna opera. Perrelli dimostra una conoscenza virtualmente perfetta non solo della sterminata bibliografia dell’autore svedese (72 i volumi dell’edizione critica, diecimila le missive dell’epistolario) ma apparentemente anche degli scrittori, drammaturghi, filosofi, psicologi, intellettuali, alchimisti […] che nel corso della vita lo influenzarono: Strindberg era un genio e un innovatore, ma (o meglio: quindi) era anche estremamente ricettivo ai fermenti della sua epoca.
Il problema di questo saggio è che lo spazio è tiranno, e nonostante la limpidezza dell’esposizione 176 pagine sono davvero troppo poche per dedicare più di qualche pagina alle opere maggiori e qualche paragrafo a quelle minori. Ma d’altro canto un saggio dev’essere anzitutto utile, e in quest’ottica Perrelli ha conseguito un risultato pressoché titanico. Strindberg ha scritto moltissimo, e credo che alcuni testi non siano nemmeno disponibili in traduzione; una panoramica come questa, competente ma snella, è imprescindibile. A fini consultivi sarebbe forse stato utile un indice dei nomi, soprattutto in considerazione del numero di persone e di opere citate; ma dopotutto il saggio è breve, organizzato chiaramente in paragrafi di facile consultazione, e non è complicato ritrovare un determinato brano.

L’introduzione a Strindberg, ed. Laterza 1990, ISBN 8842036552, è la prima versione di questo stesso saggio.

Franco Perrelli
August Strindberg: Il teatro della vita (1990)
pp. 176, €10,5
Iperborea, 2003

Giudizio: 4/5.

August Strindberg, Il sogno

Sposato e divorziato nel 1901, nel breve volgere di un’estate, all’attrice norvegese Harriet Bosse, abbandonato dalla moglie incinta, August Strindberg distillò il proprio dolore nel Sogno quello stesso inverno (non a caso nel Preludio il dio Indra menziona l’equinozio autunnale e “la Bilancia, la Settima Dimora del Sole”). Ancora una volta furono le vicende biografiche a catalizzare la produzione artistica; ma la statura del suo genio letterario è data dalla sua capacità di sublimare il contingente in un’opera universale. Il sogno parla della condizione umana con immediatezza, potenza espressiva e una profondità d’analisi apparentemente infinita. Un capolavoro da rileggere negli anni, per cogliere significati, simboli e connessioni sempre nuovi.
Uso il verbo ‘leggere’ colpevolmente, perché, come giustamente nota Giorgio Zampa nella postfazione, non si tratta di “un dramma da leggere, come si disse, al suo apparire, di Peer Gynt”; bensì ‘semplicemente’ di un’opera tanto avant da inaugurare il ‘900 precorrendo di decenni le soluzioni sceniche dell’espressionismo, del su(pe)rrealismo e del teatro dell’assurdo. Quanto alla sensibilità di Strindberg nel cogliere lo zeitgeist, basterebbe ricordare la pubblicazione nel 1900 dell’Interpretazione dei sogni di Freud. Un testo pienamente moderno, quindi, e nondimeno erede di una precisa tradizione, che ha proprio nel Peer Gynt di Ibsen il suo precedente immediato; inoltre l’autore stesso, nella sua Nota iniziale, cita La vida es sueño, il Prospero e il Macbeth di Shakespeare. Dimostrando di essere il miglior interprete di se stesso. Scrive Strindberg: “In questo «sogno», richiamandosi a un suo sogno precedente, Verso Damasco, l’autore ha cercato di imitare la forma sconnessa ma apparentemente logica del sogno. Tutto può avvenire, tutto è possibile e probabile. Tempo e spazio non esistono; su base minima di realtà, l’immaginazione disegna nuovi motivi: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, assurdità e improvvisazioni”.

 p.s. fu lo stesso Strindberg a scegliere il titolo Le songe per l’edizione francese dell’opera, semplificando l’intraducibile polisemia del neologismo originale Ett drömspel.

August Strindberg
Il
sogno (1901)
A cura di Giorgio Zampa
pp. 121, €9
Adelphi, 1994

Giudizio: 5/5.

21 maggio 2013: Shellac al New Age Club di Roncade (TV)

Todd Trainer, un batterista dalle mille risorse.

Pubblicato il 28 maggio 2013 su La Balena Bianca.

La notizia è delle più inattese. Al termine dei festeggiamenti che dovutamente avevano trasferito alla storica osteria trevigiana Muscoli’s la Festa del cinema ormai conclusa, un’occhiata alle locandine appese ha riservato uno scoop da copertina: gli Shellac in concerto a Treviso! O meglio in provincia, al New Age Club di Roncade. Il trio  di Chicago (Steve Albini, Bob Weston, Todd Trainer) è un nome imprescindibile nell’indie rock, ma è famoso per i suoi concerti rari e in luoghi selezionati—quelli a Reykjavík sono diventati un cliché: che ci fanno dunque da queste parti? E le buone nuove non sono esaurite: un rapido aggiornamento in rete m’informa che, a sei anni di distanza dal precedente Excellent Italian Greyhound, il trio sta masterizzando un nuovo album; e che Steve Albini ha un debole per la polenta. In una parola, un’occasione imperdibile.
Oltretutto sembra che con il passare degli anni i concerti si siano fatti meno sporadici: l’attuale tour europeo prevede undici date in due settimane. Nelle prime l’opening act sono le Amavo, duo femminile di Venezia il cui ultimo disco Gracefool è stato masterizzato nel 2012 da Bob Weston. E forse è questa la chiusura del cerchio: gli Shellac portano le Amavo in tour, le Amavo portano gli Shellac in Veneto. Everybody wins. Specialmente noi.

Dal vivo le ragazze dimostrano subito di meritare l’attenzione guadagnata anche all’estero. Mai accomodanti nel corso dell’intero set, sgranano una sequenza di brani eredi dell’art rock più spigoloso e intelligente con nonchalance consumata: i riff angolari si sovrappongono in loops dall’incastro sorprendente, in grooves disarticolati eppure saldi; mentre i pattern ritmici diseguali sono condotti con grande precisione, e con un balletto sui pedali della batteria dalla grazia tutta femminile. Che il vostro avvenire sia radioso e sghembo, ladies.

Durante il cambio palco, mentre suona Les Revenants dei Mogwai, più di qualcuno tra il pubblico scambia osservazioni sulle dimensioni di amplificatori e testate. Le aspettative sono palpabili; gli Shellac sono una garanzia di autenticità da vent’anni. Non hanno cambiato barbiere, e sul palco si montano ancora la strumentazione, disponendo la batteria non in posizione arretrata ma frontale, di modo che i tre siano fianco a fianco. Albini indossa la tuta da lavoro dei suoi studi di registrazione Electrical Audio. Si può non amarli?
L’apertura mostra subito i muscoli e brucia My Black Ass e Copper. Il sound è quello che hanno brevettato, e che forse non colpisce più con la stessa forza solamente perché ha fatto scuola: asciuttissimo, crudo, sgraziato, stridente, scomodo. Dal vivo scuote ancora di più, e con pochissime sbavature. Sul palco, inoltre, i tre danno spettacolo. Bob Weston alterna posizioni assertive a gambe divaricate a spostamenti strategici; pochi passi, poche note. Todd Trainer è il più dinoccolato, eppure pesta come su disco, dimostrando che non è la dimensione del drum set a fare la differenza; gronda sudore per buona parte del concerto, e a più riprese è lui ad avere un ruolo solista, quando gli strumenti a corde perseverano matematicamente sullo stesso riff. Ha un piatto posizionato ad un’altezza degna dei Battles. Steve Albini si lega ancora la chitarra alla vita e a volte gesticola come fosse posseduto; e a giudicare dai testi nervosi che snocciola, non c’è di che stupirsi. Per la verità, nonostante la fama polemica, i tre Shellac si dimostrano molto affabili. Non mancano sketch come le reiterate false partenze, o lo stop & go volutamente slabbrato con cui A Minute diventa la Squirrel Song.
La scaletta pesca dall’intero repertorio, con meno frequenza da Terraform che infatti è tra i loro dischi più deboli. Uno dei momenti topici è offerto da Wingtalker, da uno degli EP’s d’esordio, il cui ritornello “I’m a plane!” dà adito alla tipica provocazione albiniana: abbiamo perso il senso della meraviglia per il volo, e cerchiamo di evocarlo togliendoci le scarpe ai check-in…

They are all planes.

Per quanto è dato sapere, i pezzi inediti faranno parte del nuovo album, la cui registrazione si è conclusa due settimane fa e la cui pubblicazione dovrebbe quindi arrivare più avanti nel corso dell’anno, come ci assicura Bob in una delle tradizionali sessioni di Q&A con il pubblico (“Questions? Any questions for me?”). A Steve viene chiesto cosa pensa del nuovo disco dei My Bloody Valentine, occasione perfetta per una delle sue tirate; ma la risposta è un semplice “Sarò sincero, non l’ho ascoltato”, a cui segue un “Ma sono assolutamente certo che sia strepitoso” perfettamente tongue in cheek. “A me piace”, chiosa Bob. La chiusura con Prayer to God e Crow lascia terra bruciata.

Dopo il concerto, mentre i tre si offrono a domande e foto e i ragazzi del pubblico si fanno firmare poster, biglietti del concerto e i vinili da 180 grammi che sono uno dei marchi di fabbrica della band, ripenso alla storia degli Shellac. I primi EP’s e soprattutto l’album d’esordio At Action Park segnarono indelebilmente il post rock e il math rock (etichette che il gruppo disapprova) con il suono abrasivo e le strutture decostruite dei loro pezzi. Forse solo i Fugazi godevano della credibilità che Albini e soci si erano guadagnati sulla scena indie, e tutti li hanno ascoltati con attenzione. Ma gli Shellac non sono mai stati un lavoro a tempo pieno; e se i primi tre dischi erano arrivati nel giro di sei anni, ne sono stati necessari altri sei per il seguente, e altrettanti, pare, per quello in uscita. I gruppi in cui i tre avevano militato in precedenza erano stati autentiche meteore, per buona parte: Big Black, Rapeman, Volcano Suns, Breaking Circus… eppure queste due modalità sono facce della stessa medaglia, della medesima coerenza. È spiazzante pensare agli Shellac come una band con cui invecchiare; ma di certo hanno dimostrato come si invecchia.

Mogwai, Les Revenants

Pubblicato su Cabaret Bisanzio il 13 marzo 2013.

Les Revenants è un telefilm della francese Canal+, adattamento del film omonimo, che narra di una cittadina i cui morti ritornano improvvisamente fra i vivi; non per trascinarli con sé, ma al contrario per riprendere il posto che era stato loro.
La colonna sonora della prima stagione (la seconda verrà girata in primavera) è stata composta dai Mogwai. Il gruppo scozzese non è nuovo ad impegni simili, avendo già nel curriculum la colonna sonora di Zidane: A 21st Century Portrait e una collaborazione con il compositore Clint Mansell per lo score di The Fountain. E d’altro canto è il post-rock stesso ad avere un’intrinseca qualità cinematica: Sigur Rós e Godspeed You! Black Emperor usano regolarmente proiezioni video durante i loro concerti, e il rovesciamento dei ruoli era naturale. Lo stesso Mansell, citato su Pitchfork, ha confessato di essersi ispirato ai Mogwai, in un momento culturale in cui post-rock e colonne sonore stavano diventando contigui.
Ora anche i Mogwai hanno il loro 28 Days After.

Si tratta beninteso di un capitolo minore nella discografia di una band che ha peraltro abituato gli appassionati a una costellazione di EPs, registrazioni dal vivo, singoli promozionali, varie ed eventuali. Ma proprio i gesti più piccoli, a volte, sono rivelatori. Lo Young Team degli esordi, promettente ma acerbo, ha maturato da tempo un invidiabile controllo su textures e dettagli.
Coerentemente con il concept della serie, l’album evita le drammatiche esplosioni post-Slint che hanno reso celebri i Mogwai, offrendo invece paesaggi sonori di quieta malinconia; un congedo adeguato a quest’ultimo scorcio d’inverno, come suggerisce anche la copertina. A volte il gonfiarsi dei feedback o lo scorrere delle dita sulle corde del basso rivelano la potenza elettrica imbrigliata ma pronta a mostrare i muscoli; fino ad episodi più ricchi di dinamiche, come l’iniziale Hungry Face o la conclusiva Wizard Motor. Il tono è comunque elegiaco più che apocalittico, e i momenti più sottilmente inquietanti sono spesso proprio i più quieti, come la pulsazione che accompagna il pianoforte di Jaguar o lo xilofono di Fridge Magic.
Subito prima della fine, inattesa e davvero sorprendente in un disco dei Mogwai, estemporanea come se fossero gli stessi personaggi della serie a intonarla, compare una cover del gospel What Are They Doing in Heaven Today? di Washington Phillips:

There’s some whose bodies were full of disease
Physicians and doctors couldn’t give them much ease
But they suffered ’til death brought a final release
But what are they doing there now?

What are they doing in heaven today,
Where sin and sorrow are all done away?
Peace abounds like a river, they say.
What are they doing there now?

Il brano ripropone una delle questioni fondamentali sollevate dalla storia: seppelliamo i nostri morti, ma ci piace pensare che vadano in cielo. Cosa staranno facendo lassù, oggi? E cosa succederebbe se un giorno di questi, semplicemente, tornassero tra noi?

 p.s.: in questa recensione non compare il termine “zombies”.

Mogwai
Les Revenants
Rock Action Records, 2013

Giudizio: 3/5.

My Bloody Valentine, m b v

Pubblicato su Cabaret Bisanzio il 23 marzo 2013.

Nel 1966, dopo la pubblicazione di Pet Sounds, Brian Wilson entrò in crisi. Come dare seguito a un capolavoro di tale portata — e a Sgt. Pepper che, in un gioco al rialzo che durava da alcuni anni, era stata la risposta dei Beatles? Tale era il perfezionismo raggiunto da Wilson che SMiLE, il disco che aveva in mente, rimase nel cassetto per decenni e venne pubblicato ufficialmente solo nel 2004.

 Il paragone è parso inevitabile quando, lo scorso 2 febbraio, i My Bloody Valentine hanno consegnato al mondo il loro nuovo album, ventidue anni dopo il precedente. Parlare di “aspettative” per questo gesto sarebbe fuorviante. L’intera carriera di gruppi esplicitamente ispirati ai Valentines (gli Smashing Pumpkins, tanto per fare un nome: Sometimes è il prototipo d’innumerevoli melodie composte da Billy Corgan) si è consumata all’ombra di questa attesa. Se Isn’t Anything aveva fondato o contribuito a fondare un genere, il successivo Loveless ne aveva ispirati un florilegio, in uno spettro estetico ed emotivo che spazia dai Mogwai ai Boards of Canada e oltre. Kevin Shields, il geniale fautore di quella visione, si è tormentato a lungo per portarla avanti; lavorando ossessivamente, cestinando a volte il materiale già pronto. Ma negli ultimi tempi andava ripetendo che il nuovo album era quasi pronto. E, a quanto pare, stavolta era deciso ad andare fino in fondo.
Nelle scelte del gruppo irlandese sembra di poter leggere il desiderio di smitizzare l’evento. Il disco è stato reso disponibile sul loro sito e, quando questo è prevedibilmente collassato sotto il numero delle richieste, anche su youtube. Un ritorno all’insegna dell’understatement, senza maiuscole, a cominciare dai titoli dell’album e delle canzoni — che d’altro canto sono già un commento alla propria genesi.

L’iniziale she found now riallaccia il discorso interrotto ai tempi di Loveless, riportando a quelle sonorità; sono già stati tracciati a questo proposito paragoni con Sometimes. Anni dopo, Shields e la Butcher suonano ancora come li ricordiamo, e ascoltarli cantare di nuovo è come risentire le voci di vecchi amici. La sensazione di familiarità prosegue anche con only tomorrow, che sommerge Bilinda Butcher sotto una tormenta elettrica grondante di feedback; eppure il suono è più angolare che in passato, e la stratificazione delle chitarre risulta a volte spigolosa piuttosto che impalpabile. Un’impressione che si ripete con la successiva who sees you, introdotta dalla rincorsa della batteria di Ó Cíosóig in un riff aggressivo per quanto attutito, una delle caratteristiche peculiari del suono del gruppo. Stridente è anche l’assolo finale, in un disco che per contro fa un ricorso limitato alle alte frequenze. E la conclusione del brano, che si interrompe bruscamente come un risveglio improvviso, offre la prima sorpresa.
Le aspettative vengono ulteriormente spiazzate da is this and yes, in cui la voce della Butcher è accompagnata unicamente da un vaporoso organo elettrico e da percussioni che fungono più da contrappunto tonale che da ossatura ritmica, tanto da non seguire apparentemente alcun pattern. La coda sussurrata suggerisce il passaggio ad un’altra fase REM, e riporta alla memoria i pezzi dell’EP Tremolo. is this and yes non avrebbe stonato nella colonna sonora di Lost in Translation, vale a dire in un contesto post-MBV. La successiva if i am sviluppa un’idea melodica molto simile, come lo stato d’animo di un sogno che persista anche durante la veglia. A conclusione del trio di brani più morbidi dell’album, new you è il più orecchiabile, sintomo della vocazione pop di Shields, che ha confessato di essersi ispirato proprio ai Beach Boys — citati anche dal Fennesz di Endless Summer, un altro musicista che ha costruito una carriera su textures e rumore. Ma l’ostinato quasi motorik della sezione ritmica prelude piuttosto a quanto segue.
L’ultimo terzo del disco suggerisce infatti una nuova direzione, affatto accomodante. in another way è annunciata da un paio di feedback a malapena imbrigliati e da una batteria al galoppo; l’intero brano, come i seguenti, è percorso, quasi lacerato da un’energia cinetica che fa pressione su tutti i punti d’appoggio alla ricerca di una via d’uscita; l’unico sollievo è offerto da un synth etereo. Dopo l’ennesima conclusione brusca, la tensione è mantenuta da nothing is, brano strumentale che per duecentoquindici secondi ripete lo stesso martellante riff: una soluzione più vicina al motorik, appunto, che non allo shoegaze. Ma è nella conclusiva wonder 2 che la tensione cresce al punto che il brano pare letteralmente voler decollare.

 m b v è sorprendente in più di un senso. Nonostante la lunga gestazione e la cura certosina cui Shields ci ha assuefatti, suona (volutamente, a suo dire) grezzo, spontaneo e aggressivo. E d’altro canto non avrebbe senso considerarlo un disco del 2013: è uscito da un buco nero di ventidue anni, e non può che essere fuori dal tempo.

Alla fine, ci rendiamo conto di aver ascoltato per l’ennesima volta un disco dei My Bloody Valentine a volume troppo alto. Ci fischiano le orecchie. I MBV sono tornati.

 My Bloody Valentine
m b v

Pickpocket, 2013

Giudizio: 4/5

Godspeed You! Black Emperor, ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

Pubblicato su Cabaret Bisanzio il 18 dicembre 2012.

For us, every tune started with the blues but pointed to heaven near the end, because how could you find heaven without acknowledging the current blues?” (guardian.co.uk, 11 ottobre 2012)

Il nuovo album dei Godspeed You! Black Emperor arriva esattamente dieci anni dopo il precedente Yanqui U.X.O., a sua volta capitolo conclusivo di un quinquennio discograficamente intenso: in tre LP e un EP, il collettivo di Montreal ha disegnato uno scenario musicale originale, che unisce dinamiche post-rock, dimensione cameristica, vocazioni avanguardistiche, voci di strada e suoni trovati in composizioni dal respiro cinematografico.

Irresistibile la tentazione di fare il punto della situazione, come Pitchfork che ha recensito il disco con un punteggio stellare: “Once again, their timing is impeccable. If Godspeed around the turn of the millennium felt like a band of the moment, now, in a time of rapid cultural turnover and bite-sized music consumption, they feel out of step in a very necessary way. It’s tempting to look at ‘Allelujah! through the lens of politics, especially since Godspeed themselves have so often encouraged this viewpoint”.
Yanqui U.X.O. era il loro disco più apertamente e urgentemente politico: la copertina, i brani con titoli quali Rockets Fall On Rocket Falls e lo stesso titolo dell’album — un acronimo insolitamente conciso per Yankee Unexploded Ordnance, con riferimento alla guerra in corso in Afghanistan e a quella allora imminente in Iraq — puntavano nella stessa direzione, svelata nel booklet dall’ormai noto diagramma che illustrava le connessioni delle principali compagnie musicali con l’industria bellica. Ma il modus operandi del collettivo è sempre stato programmaticamente politico. La prassi anti-corporativa della loro casa discografica, la Constellation Records, favorisce i rivenditori indipendenti, supporta la scena musicale di Montreal e impiega artigiani locali nella manifattura dei packaging, che sono sempre piccole meraviglie. La stessa coerenza e consapevolezza si ritrova ora in una rara, e bellissima, intervista per il Guardian: “All music is political, right? You either make music that pleases the king and his court, or you make music for the serfs outside the walls”.

A seguito di Yanqui U.X.O. i GYBE aveva stabilito una pausa lavorativa, interrotta nel dicembre 2010 dall’All Tomorrow Parties inglese e quindi da una rinnovata e incessante attività concertistica, convogliata ora nell’inattesa pubblicazione del nuovo disco. In un certo senso il gruppo ha ripreso il discorso interrotto un decennio fa: le due principali composizioni in scaletta, venti minuti scarsi ciascuna, erano già parte del loro repertorio live e note all’epoca come Albanian e Gamelan. Conseguentemente è proprio a Yanqui U.X.O. che il disco assomiglia, alla sua urgenza, potenza ed essenzialità. Per l’occasione i due brani sono stati affilati e portati al punto di massima tensione.

L’iniziale Mladic si apre con un sample vocale (l’unico del disco, insolitamente): “With his arms outstretched. Ok? Can you get him? Can you see him?” seguito da un bordone di chitarre e archi, punteggiato da una pioggia di note. Un crescendo della sezione ritmica conduce ad una successione di riff minacciosi e scuri che si stagliano sul rombo dei due batteristi, fino a raggiungere una pesantezza quasi doom metal.
We Drift Like Worried Fire è inaugurato da una chitarra pizzicata sul brusio del contrabbasso, presto sostituito da un violino straniante. Segue una sezione di lirismo maestoso, introdotta dagli archi in contrappunto con gli strumenti elettrici, che suggeriscono fraseggi di disperata bellezza. Circa a metà il pezzo si spegne, per poi sviluppare progressivamente un’altra sezione, forse il punto più alto del disco, dall’incedere inquietante e quasi marziale finché non si volge al cielo, per poi chiudersi in modo accorato.
Oggi che il cosiddetto post-rock è giunto alla seconda (o meglio terza) generazione, queste composizioni ristabiliscono il primato. Pochi gruppi possono vantare la sensibilità dei GYBE per la composizione, l’arrangiamento e anche solo per l’atmosfera di un brano, la sua tessitura. Quest’ultimo punto è dimostrato dai due pezzi brevi dell’album (sotto i dieci minuti, sono in effetti i più ‘brevi’ del loro repertorio): due drones, ribollenti di feedback, dallo sviluppo orizzontale anziché verticale. Nella scaletta del CD i due brani sono alternati alle due composizioni più lunghe, e fungono da intermezzo. Sul vinile sono però stampati su un apposito 7”, a causa del minutaggio complessivo dell’opera; e non è mancato chi ha osservato come questa disposizione permetta l’ascolto reiterato di Their Helicopters’ Sing e Strung Like Lights at Thee Printemps Erable come se si trattassero, per l’appunto, di una pubblicazione a sé stante. A cui in effetti è stata dedicato anche un articolo sul mensile di Pitchfork, The Out Door.

Il canone di questo ensemble è ricco di inviti alla trascendenza, dalla notazione F A che dava il titolo alla loro prima uscita discografica alla tensione verso il cielo di Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven. Il nuovo album incita a non piegarsi ad un momento storico scoraggiante, ma a prenderne atto e a reagire risolutamente. Una prova di forza e maestria.

Godspeed You! Black Emperor
‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!
Constellation Records, 2012

Giudizio: 5/5.

A.B. Spellman, Quattro vite jazz

Pubblicato su Cabaret Bisanzio il 30 maggio 2013.

in the morning part
of evening he would stand
before his crowd. the voice
would call his name &
redlight fell around him.

Per A.B. Spellman, poesia, jazz e critica musicale si fondono nel quotidiano; come nell’incipit di questa lirica, dedicata a John Coltrane e contenuta in The Beautiful Days del 1965, che è rimasta a lungo l’unica sua raccolta poetica. Come il più famoso Amiri Baraka, Spellman si legò prima al movimento beat e fu poi tra i fondatori del Black Arts Movement, come lui coniugando la produzione letteraria all’attività di critico e studioso della cultura afro-americana. Di recente è tornato a pubblicare poesia, e sul versante della critica musicale collabora con NPR, per cui ha curato in particolare un’interessante Basic Jazz Record Library con Murray Horwitz. Poesia e critica musicale sono del resto intrecciati nella sua produzione fin dagli esordi editoriali: un anno dopo The Beautiful Days, mentre ad Oakland veniva fondato il partito delle Pantere Nere, Spellman pubblicò Four Lives in the Bebop Business, ristampato nel 2004 come Four Jazz Lives e pubblicato ora da minimum fax con una bella copertina, che sembra suggerire una scansione sincopata dei 4/4.

Spellman delinea il quadro della scena jazz a lui contemporanea non con astratte generalizzazioni ma attraverso quattro case studies, quattro ritratti composti principalmente da interviste: “Ho cercato di far parlare il più possibile i musicisti. Fosse stato per me, avrei preferito una sequenza di quattro autobiografie”. La scelta è esemplare: “Ornette Coleman e Cecil Taylor”, l’uno texano autodidatta e l’altro uscito dalle migliori scuole musicali del New England, “sono due dei tre più importanti nuovi musicisti jazz del decennio (il terzo, John Coltrane, non ha voluto essere incluso nel mio lavoro)”, scrive l’autore —e l’assenza di Trane è una perdita significativa, considerando che sarebbe morto l’anno successivo—; Jackie McLean è un veterano che si è aperto e ha inglobato ogni successiva innovazione jazzistica in uno stile fortemente personale; Herbie Nichols infine è un compositore di grandissimo talento ma ignorato da case discografiche e proprietari di locali, relegato a side-man dei gruppi più retrogradi, “finendo a morire di vecchiaia a soli quarantaquattro anni”.
Il testo restituisce, con un’ampia casistica e spesso nelle parole degli stessi protagonisti, le condizioni precarie e degradanti del “business del bebop”, espressione con cui Spellman definisce il contesto economico creato da una rivoluzione musicale che sottrasse il jazz all’intrattenimento e ne fece una forma d’arte consapevole, spostandolo dalle sale da ballo ai locali notturni. Di questo “business”, sostiene, fanno parte anche i musicisti che non suonano bebop, che ne hanno portato avanti lo spirito radicale più che la forma, e che si scontrano con la convinzione pregiudiziale che il jazz d’avanguardia non venda. Tra i numerosi esempi riportati nel testo, sintomatico è quello del Five Spot, locale leggendario della scena newyorkese: come riconosce lo stesso proprietario Joe Termini, fu Cecil Taylor a farne la fortuna nel 1956; ma pur ammettendo che «riempiamo di più il locale con lui che con tanti che hanno ben altre reputazioni», Termini gli preferisce spesso proprio questi ultimi. Innovatori come Taylor e Coleman, insieme ai loro sidemen (tutti e quattro i musicisti sono stati bandleaders), sono pertanto ridotti in condizioni di tale indigenza da compromettere l’evoluzione stessa della loro arte; oppure costretti ad abbandonare le loro comunità d’origine, condannandosi a sradicamento e alienazione. Nelle parole di Coleman: «Sono un nero, sono un musicista jazz. Poco importa se esecutore o compositore. In quanto nero e in quanto jazzista, mi sento del tutto avvilito. Il fatto è che per avere un profitto, o almeno per andare in pari, devi calcolare ogni cosa, fino alla carta igienica. Gratis non te la danno, e ti serve».

Il testo è fitto dello slang e delle voci di strada, oltre che di numerosi aneddoti; lo stile è discorsivo, il taglio prettamente biografico piuttosto che discografico (anche perché i jazzisti di rado venivano a sapere dove andavano a finire le loro sedute di registrazione, e si trovavano quindi nella paradossale situazione di non conoscer la loro stessa discografia), l’aspirazione è al racconto e all’intervista piuttosto che al saggio. Manca un indice dei nomi, abbondano le testimonianze dirette. Un documento storico imprescindibile.

Post scriptum: jazz & hip hop.

Nella prefazione all’edizione italiana, Spellman sostiene che “quello spirito del ghetto così flagrante in Jackie McLean, in Herbie Nichols, in Ornette Coleman, è migrato nello hip hop”. La contiguità fra i due generi è stata celebrata anche da Herbie Hancock in occasione del concerto del secondo International Jazz Day, il 30 aprile 2013 a Hagia Irene, Istanbul. Coerente quindi la scelta di Baz Luhrmann per il suo The Great Gatsby, nel trasporre la Jazz Age di Fitzgerald allo hip hop, la più recente espressione culturale afro-americana ad essere cooptata dalla cultura mainstream e bianca. Un aggiornamento dal modernismo al postmoderno, da Jay G. a Jay-Z. Non a caso anche Cosmopolis, tanto il libro quanto il film, mostrava una simile contiguità fra hip hop e alta società.

A.B. Spellman
Quattro vite jazz: Cecil Taylor, Ornette Coleman, Herbie Nichols, Jackie McLean
(1966 e 2004)
traduzione di Marco Bertoli
pp. 272, €16
minimum fax, 2013

Giudizio: 4/5.