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Tim Severin, La vendetta del vichingo (Viking #2)

Tim Severin è uno che si diverte. Era ancora un under graduate ad Oxford quando nel 1961 intraprese il primo dei suoi viaggi, che solo anni dopo sarebbero diventati resoconti—o travelogues, per usare un termine di moda. A quel primo exploit, appropriatamente sulle orme di Marco Polo, ne seguirono molti altri, sempre sulla scorta di un’autorità letteraria storica, o non di rado narrativa: Giasone degli Argonauti, Sindbad delle Mille e una notte, Ulisse, Genghis Khan, e avanti di questo passo. Tra 1976 e 1977, Severin si costruì un’imbarcazione secondo le tecniche in uso all’epoca di San Brendano (VI sec.), per dimostrare che la Navigatio Sancti Brendani Abbatis narra di un viaggio nientemeno che al Nuovo Mondo. E riuscì a replicare la presunta traversata dell’oceano, con tanto di soste alle Ebridi e in Islanda. L’ultima sua impresa, nel 1999, seguì il tragitto del Pequod.
A quel punto, a sessant’anni compiuti, Severin deve aver pensato di averne combinate a sufficienza. I suoi travelogues si vendono a secchiate, e gli hanno guadagnato anche riconoscimenti ufficiali. Ma il nostro Tim non sa starsene quieto, e ha iniziato a comporre cicli di narrativa storica. Ovviamente, non avendo più l’impegno dei suoi viaggi, gli rimane più tempo per la scrittura; tanto che l’intera trilogia di cui questo volume è il secondo capitolo è stata pubblicata in un singolo anno, il 2005.

Non sottilizziamo sul fatto d’iniziare la lettura di una trilogia a partire dal capitolo di mezzo: ho avuto gentilmente il volume in prestito da un’aNobiana mia concittadina, che a sua volta l’ha acquistato a meno di €3 (l’immagine del secchio, poco sopra, non era casuale).

Protagonista della saga Viking è Thorgils Leifsson: nato alle soglie dell’anno Mille in Groenlandia, nei possedimenti terrieri del padre, cresciuto in Irlanda, Islanda, Scozia e se non ricordo male anche Norvegia. Ah, e ovviamente Vinland; che vichingo sarebbe, altrimenti. Non so quanti di questi dettagli facciano parte del primo volume della saga, e quanti costituiscano semplicemente il background del personaggio. Nell’uno o nell’altro caso, il primo difetto della saga è evidente: Thorgils soffre di un involontario Wanderlust pari solamente a quello del suo creatore, e nel corso dei suoi vagabondaggi riesce ad essere presente praticamente a tutti gli eventi chiave del periodo, sopra il Mare del Nord e non solo. All’inizio di questo secondo volume lo troviamo, appena diciannovenne, a letto con Aelfgifu, regina e moglie nientemeno che di Canuto il Grande, re vichingo d’Inghilterra (e a chi stesse pensando che il nome Aelfgifu sia il dettaglio più inverosimile dell’intera questione, faccio notare che questi sono personaggi storici), alla cui corte Thorgils è arrivato accompagnando il suo maestro, un aedo islandese. Ed ecco il secondo difetto: fin dal primo capitolo, Severin strizza tutti gli occhi strizzabili agli appassionati di storia nordica, in modo fin troppo smaccato.

Al contempo, è chiaro che dietro la narrazione c’è una vasta ricerca storica, spero accurata, e che l’autore non perde occasione di usare il suo personaggio per svelarci man mano nuovi dettagli della vita in quel periodo e a quelle latitudini. Scopriamo così delle rivalità politiche tra vichinghi pagani e sassoni cristiani; delle norme che regolano il conio regale; dei vichinghi di Jom; e avanti spoilerando.

Certo, Thorgils gode di un tasso di paraculaggine strepitoso: dopo aver guarda caso ricevuto l’invito ad unirsi al seguito di Aelfgifu nella visita regale di costei a Northampton, viene sbrigativamente assegnato come aiutante all’addestratore dei cani da caccia, che però guarda caso è anche falconiere privato della regina, il cui migliore uccello appartiene ad una specie che vive guarda caso solamente in Groenlandia, &c.
L’apice del parossismo si raggiunge forse con l’entrata in scena di Grettir il Forte, figura (forse) storica cui è perfino dedicata una saga islandese, la Grettis saga Ásmundarsonar. Per la cronaca, il titolo originale del volume, Sworn Brother, ovvero “fratello di sangue”, fa riferimento appunto al legame tra Grettir e Thorgils; e anche il cinematografico titolo italiano si ricollega alle vicende di Grettir. Senonché nelle pagine di Severin Grettir è perseguitato da una sfiga di proporzioni quasi cartoonesche: dovunque vada ci scappa il morto, possibilmente più d’uno, e a causa della sua pessima fama Grettir viene sistematicamente incolpato. Una sorta di Will E. Coyote a rovescio.

Severin usa in fin dei conti la stessa tecnica narrativa impiegata dai Wu Ming per il loro Q: inserire un personaggio fittizio come un foglio di carta nelle crepe della storia. Il problema è che Thorgils Leifsson è il peggior prezzemolino dell’anno Mille: in pochi anni gira buona parte dell’Europa del Nord (e non solo, con un periodo in particolare di pendolarismo tra il continente e l’Islanda, che insomma non è propriamente dietro l’angolo), rimbalzato da un colpo di scena all’altro, scivolando tra le mansioni più disparate, scampando alle sventure che invece di volta in volta fanno piazza pulita dei suoi contatti; e chi tra loro rimane in vita ricompare con un tempismo sospetto.

Questo si rivela però, tipicamente, anche il maggior pregio dell’opera: che è avvincente, avventurosa, condotta sapientemente con un ritmo che cattura il lettore. Tra i romanzi d’intrattenimento questo meriterebbe forse più del giudizio (solamente) buono che gli ho dato io; ma di solito io non leggo romanzi d’intrattenimento, e devo quindi misurarlo con il metro che uso per Melville e Omero.

Ah, lo scorso agosto è uscito Saxon: The Book of Dreams, primo capitolo di una trilogia ambientata ai tempi di Carlo Magno, annunciata come follow-up (meglio sarebbe dire prequel) di Viking. Per i medievalisti sarà imperdibile.

Tim Severin
La vendetta del vichingo
(2005)
traduzione di G. Lonza
pp. 413, €6,5
Piemme, 2007

Giudizio: 2/5.

Henrik Ibsen, Peer Gynt

In questa recensione:

• Hegel versus Kierkegaard: la battaglia del (19°) secolo!
• Strindberg e Jarry tra i debitori del Peer Gynt!
• Rolf Fjelde rende giustizia al Peer Gynt in una conferenza tenuta ad Harvard nel centenario dell’opera!
• Zygmunt Bauman illustra l’attualità del  Peer Gynt nell’epoca della modernità liquida!
• Musiche di Edvard Grieg.

Nella conferenza pubblicata come introduzione a questa edizione Einaudi, Rolf Fjelde sostiene che “Peer Gynt si pone all’origine del teatro moderno”. Le sue argomentazioni sono troppo estese e articolate per venire riportate qui; a me interessa quantomeno citare un aspetto specifico del suo discorso:

lo schema temporale” dell’opera è organizzato “lungo un periodo di tempo di cinquant’anni ben determinati, dagli inizi del XIX secolo fino agli anni tra il 1860 e il 1870. Guardando indietro, Ibsen poté considerarlo come un periodo critico di cambiamento nel carattere della civiltà nel suo complesso e conseguentemente fece del suo protagonista un eroe della storia del mondo che, senza rendersene conto, e ben oltre la sua personale importanza, registra gli sviluppi di diverse sfere, sociale, politica, economica e, non meno importante, intellettuale, come l’araldo di una trasformazione nel pensiero europeo. Le circostanze posero Ibsen in una posizione straordinariamente favorevole: non c’è infatti una transizione più conseguente nella filosofia del XIX secolo di quella che si riflette in Peer Gynt. La disastrosa guerra del 1864 tra la Danimarca e la Prussia, alla quale la commedia di Ibsen era una risposta diretta, trovò una replica nel confronto tra l’ultimo dei grandi filosofi essenzialisti, il tedesco Hegel, e il primo degli esistenzialisti, il danese Kierkegaard. Ciascuno dei due aveva indicato una via alla realizzazione di sé che influenzò profondamente Ibsen negli anni della sua formazione; le due vie erano incompatibili e la scelta procrastinata, ma inevitabile, costituisce la tensione filosofica dell’opera”.

Peer Gynt è il dramma kierkegaardiano di Ibsen, ed è costellato di simboli che inscenano le teorie del filosofo danese.

Al contempo, al fine di portare sul palco tematiche di estrema attualità per la filosofia europea dell’epoca, Ibsen fa ricorso al folklore nordico, di cui quest’opera è forse il migliore esempio letterario. E, d’altro canto, proprio il famoso ‘sogno dei troll’ nella seconda metà del secondo atto è un precedente fondamentale per il teatro onirico moderno—che userà il sogno come espediente per analizzare e raccontare l’inconscio, da Un sogno di Strindberg a Ubu Roi di Jarry, che a sua volta avrebbe portato al teatro dell’assurdo.

Ma l’attualità di  Peer Gynt non si esaurisce nell’aver precorso e inaugurato  gli sviluppi del teatro novecentesco: il suo nucleo tematico ci parla della nostra contemporaneità. È un testo moderno, modernissimo; perfino postmoderno, a giudicare da quanto Zygmunt Bauman ha avuto modo di dire in Intervista sull’identità:

[L’esistenza di] una sola e unica «vera identità» [è] un presupposto che appare poco credibile a persone che corrono dietro ai cambiamenti della moda: sempre e soltanto mode, ma sempre obbligatorie finché sono di moda. Così l’eroe di Henrik Ibsen, Peer Gynt, ossessionato per tutta la vita dall’idea di trovare la sua «vera identità», riassumeva la sua strategia di vita: «Voler arrestare il tempo saltellando e ballando!»
Tutti coloro che oggi si sentono confusi e infastiditi dall’elusività dell’identità (il che vuol dire praticamente tutti) dovrebbero leggere e riflettere sul
Peer Gynt, l’opera teatrale pubblicata nel 1867. Lì tutti i problemi dei nostri giorni sono, profeticamente, previsti ed esplorati.
Ciò che Peer Gynt temeva sopra ogni altra cosa era «la certezza che non potrò mai tornare libero», rimanere inchiodato aa un’identità «fino al termine dei miei giorni». A questa storia «che non potrò mai più tornare indietro, […] io non acconsentirò mai». Perché una simile prospettiva era terrificante? Perché «chi può sapere cosa c’è dietro l’angolo?»; quello che ora ci sembra bello e confortevole e dignitoso può rivelarsi, una volta girato l’angolo, brutto, inadatto e spregevole… Per sfuggire ad una simile, non invidiabile eventualità, Peer Gynt aveva optato per quelli che si possono definire solo come «colpi preventivi»: «l’arte di osare, l’arte di avere il coraggio di agire è: restar libero di scegliere», «sapere di certo che col giorno di lotta non hanno termine i giorni», «sapere che ci resta aperto un ponte che permette la ritirata». Perché questa strategia desse frutti, Peer Gynt decise (sbagliando, come viene fuori alla fine della storia) di «spezzare, da ogni parte, i vincoli che ci piegano alla patria, agli amici, buttare al vento tesori e ricchezze… dare l’addio alla felicità d’amore…». Perfino essere un imperatore era un affare rischioso, con tutto quel carico di obblighi e legami. Gynt deisderava esser soltanto «l’imperatore della vita umana». Seguì questa strategia fino alla fine, solo per chiedersi, al termine della sua lunga vita, confuso, triste e disorientato: «Sai dove sia stato Peer Gynt in tutti questi anni? […] Dov’era il mio io vero, intero?». Nessuno poteva rispondere a questa domanda tranne Solvejg, il grande amore della sua giovinezza, rimasta fedele al suo amore anche quando il suo innamorato aveva deciso di diventare l’imperatore della vita umana, e lei rispose. «Dov’eri? Nella mia fede, nella mia speranza e nel mio amore».

Una volta appurata, anche solo in maniera molto sommaria, la grandezza dell’opera, spendiamo un paio di minuti per scoprire qual è la sua fortuna editoriale in Italia. L’edizione che ho letto io, grazie ad un provvidenziale prestito bibliotecario, è del 1975 (lo stesso anno di Horses di Patti Smith) e non è mai stata aggiornata. Oltretutto, la traduzione è quella di Anita Rho, buon’anima, datata 1959 (che l’Einaudi stia andando a scatafascio è un altro discorso, ed è sotto gli occhi di tutti; inizio a pensare che sia giunto il momento di un esproprio proletario). Non sarebbe forse il caso di una ristampa aggiornata? Magari un’edizione critica e con testo a fronte per gli appassionati di letterature nordiche. Nel 2017 cadranno i 150 anni di Peer Gynt. Quella sarebbe un’ottima occasione.

Quando seguirete il consiglio di Ziggy Bauman e leggerete Peer Gynt, non tralasciate l’opera che Edvard Grieg scrisse appositamente come accompagnamento scenico. Non mi riferisco tanto alle due suite, rispettivamente op. 46 e op. 55, che contengono solamente quattro composizioni ciascuna e costituiscono di fatto un mero ‘best of’ dell’originale musica di scena (op. 23), che include invece più di trenta pezzi e accompagna l’intero svolgimento della trama come un’autentica colonna sonora, firmata per l’occasione dal più grande compositore nazionale. Da par suo, Grieg coglie e sottolinea tutte le sfumature emotive di un testo estremamente ricco e sfaccettato.

Edit: a quanto pare c’è un’edizione italiana recente del Peer Gynt, è della ETS, 2011, a cura di Franco Perrelli, ISBN 9788846728234.

Henrik Ibsen
Peer Gynt
(1867)
traduzione di Anita Rho, introduzione di Rolf Fjelde
pp. XXIII-134, €12
Einaudi, 1975

Giudizio: 5/5.

Björn Larsson, Otto personaggi in cerca (con autore)

Il sogno del filologo sarebbe una traduzione un po’ più rispettosa dell’originale Filologens dröm.

La citazione pirandelliana è accattivante, ma più che altro fuori luogo. Piuttosto, gli otto ritratti (nel caso di Larsson sono in effetti 8+1) mi riportano alla mente Non al denaro, non all’amore né al cielo, il capolavoro che De André trasse dalla Spoon River Anthology.
Ma quello che riesce magistralmente al cantautore italiano, rimane un po’ un miraggio per il romanziere svedese: tratteggiare in poche decine di pagine, o in una manciata di strofe, il ritratto di un’anima. Prima di scrivere queste note ho letto i 35 commenti presenti all’epoca su aNobii, che complessivamente restituivano lo stesso senso di ambivalenza ed ambiguità che ho provato per questo libro: i pareri spaziavano dall’elogio entusiasta alla mesta delusione, i voti da 2 stelline scarse a 5 stelline abbondanti.

 Il mio parere, in breve, è che Larsson non sia stato in grado di sviluppare quello che era uno spunto molto interessante in una narrazione altrettanto coinvolgente. Questo tuttavia non dipende da una presunta freddezza e distacco di tutti gli scandinavi, ergo di tutti gli scrittori scandinavi (palesemente un pregiudizio), ma più banalmente dalla bravura dell’autore. Di certo questa raccolta di racconti è un’opera minore nella produzione di Larsson.

Senz’altro posso sconsigliare di approcciare l’autore a partire da questo libro… come invece ho fatto io, dato che è l’unico di Larsson che ho trovato in biblioteca.

Ribadisco, lo spunto è intelligente, tutt’altro che ovvio, ed ha un suo potenziale, che però a mio avviso rimane in buona parte inutilizzato. I racconti sono, quelli sì, a volte banali, ed alla lunga perfino ripetitivi. Alcuni finali mi hanno perfino innervosito… e non nel senso buono (non svelo quali).
Proprio le similitudini tra un racconto e l’altro mi fanno pensare che l’autore non si sia affidato che alla propria ispirazione per delineare la trama dei racconti, ed abbia preso spunto dalle sue conoscenze tra gli accademici svedesi solo per qualche eventuale elemento minore dei personaggi: un atteggiamento particolare, un tic verbale…

Bella e ingannevole la copertina.

Björn Larsson
Otto personaggi in cerca (con autore)
traduzione di Katia De Marco
pp. 240, €15
Iperborea, 2009

Giudizio: 2/5.

Carl-Henning Wijkmark, La morte moderna

Deliziosa e tremenda opera teatrale che mostra il lato oscuro e distopico dell’invidiato welfare state svedese.

Ad una conferenza a porte chiuse vari ‘esperti’ studiano un modo per rendere socialmente ed eticamente accettabile l’eutanasia di stato, attraverso la ricerca del consenso tipica della politica svedese. L’espediente della conferenza è peraltro l’unica pecca dell’opera: pur trattandosi teoricamente di teatro non ‘succede’ mai nulla ed i personaggi si limitano a discutere tra loro; un po’ limitato per un attore sul palco, no? Mi pare più efficace come ‘teatro da leggere’.
Le argomentazioni si susseguono, nella loro logica implacabile ed agghiacciante, allontanandosi rapidamente da quanto può essere considerato eticamente accettabile. O forse no? Non sono rari i casi in cui situazioni ipotetiche ed assolutamente scandalose, preannunciate come provocazioni artistiche dalla satira o dalla fantascienza, vengono riproposte in tutta serietà qualche decennio più tardi dal politico di turno.

E tuttavia, se accettiamo la finzione letteraria di una conferenza a cui si accede solo per invito e rigorosamente off-limit per i media, noi lettori ci troviamo risucchiati nostro malgrado in questa situazione: se possiamo assistervi è perché siamo stati invitati a nostra volta. Anche noi sediamo nella platea, con gli altri personaggi. E qui sta forse il messaggio più profondo dell’autore: a teatro siamo spettatori, ma nella vita sta a noi prendere la parola, alzarci e far sentire la nostra opinione, difendere i valori in cui crediamo. Fare in modo che gli obbrobri siano, ancora una volta, inaccettabili.

Un’opera brillante, di grande valore e molto ben scritta, anche una volta venuto meno lo shock iniziale. Pubblicata in origine nel 1978 e tradotta dopo trent’anni di assenza (!) dalla benemerita Iperborea, che se non ci fosse bisognerebbe inventarla.

A chi fosse interessato ad altre opere teatrali sull’eutanasia (un connubio insolito) consiglio caldamente Love-Lies-Bleeding di Don DeLillo.

Postscriptum
dopo Ausmerzen di Marco Paolini, 26 gennaio 2011

“Non è il nazismo a partorire queste idee. È da queste idee che nasce il nazismo”.
Il momento in cui lo stato sociale diventa nazionalsocialismo.
Non mi ero reso conto che la citazione implicita del nazismo fosse così puntuale. Guardando lo spettacolo di Paolini, specialmente i brani iniziali in cui viene illustrata la logica dell’eutanasia di stato, avevo continui flashbacks di La morte moderna… Wijkmark è un genio.

Carl Henning Wijkmark
La morte moderna
(1978)
traduzione di Carmen Giorgetti Cima, postfazione di Claudio Magris
pp. 128, €11
Iperborea, 2008

Giudizio: 4/5.

Stig Dagerman, I giochi della notte

Pubblicato il 4 maggio 2012 su Cabaret Bisanzio.

Perfino la morte è meno crudele”.

 Karl è tormentato dal pensiero che la moglie Mona lo tradisca con l’amico Edgar, appena giunto in visita in casa della coppia. Karl ha un difetto fisico che già in età scolare gli era valso un nomignolo spregiativo, e si sente perciò indegno di “quella donna graziosa e delicata”, soffrendo dell’insensibilità con cui Edgar e Mona lo canzonano. A tormentarlo è soprattutto il fatto che, istigata dall’amico, la moglie abbia riso di lui. Nel bosco che circonda la casa c’è un albero, a cui un uomo si è impiccato da poco. Karl ne è irresistibilmente attratto: perché perfino il suicidio è preferibile all’angoscia e alla paura che lo opprimono.

 Stig Dagerman aveva 24 anni quando pubblicò questa raccolta di racconti, nel 1947; eppure aveva già provato la stessa angoscia che descrive in “L’albero dell’impiccato”, e nel corso della sua vita adulta si sentì più volte attratto da ciò che quell’albero rappresenta; fino alla sua fine prematura, nel 1954, a soli 31 anni. La sua carriera letteraria era iniziata due anni prima della pubblicazione de I giochi della notte, e sarebbe finita praticamente due anni dopo. Quattro romanzi, cinque drammi, un reportage dalla Germania del secondo dopoguerra, oltre a racconti e poesie. Il successo critico fu immediato, e le ragioni risultano evidenti a una lettura di questa breve raccolta, pubblicata in Italia da Iperborea nel 1996 e  ristampata nel 2011 (in verità l’edizione originale conta un numero di pagine quasi doppio di quella italiana, e gli otto racconti qui presenti erano in realtà sedici).

Dagerman ha la stupefacente, dolorosa capacità di restituire la sensibilità spesso ferita e calpestata dei suoi personaggi. Un’umanità che soffre in silenzio; incapace di comunicare e di farsi comprendere, anche dai propri cari, ciascuno è condannato ad un isolamento interiore tanto più terminale quanto più a portata di mano sembrano le parole per romperlo. Protagonisti del racconto “Lo sconosciuto” sono due coniugi, tra i quali è sceso un silenzio apparentemente infrangibile, “uno di quei silenzi che fanno sentire soli”. Entrambi aspettano che sia l’altro a fare il primo passo, scivolando sempre più in un’incomunicabilità di cui s’incolpano reciprocamente e tacitamente.
Speculare a questa incapacità di articolazione è la falsità dei comportamenti socialmente prescritti, dietro cui nascondersi. All’inizio de “Gli implacabili”, due amici attendono in un ristorante l’arrivo di un terzo amico, novello sposo. Quella che sembra una cena in onore del matrimonio si rivela però essere il ‘funerale’ di un’amicizia, che a sua volta era tale solo in apparenza: “Personalmente penso che non ci sia nulla che apra più vaste, più terribili, più funeste prospettive dell’amicizia”. E se gli adulti hanno imparato a nascondere dietro uno schermo di parole fasulle i propri sentimenti, i bambini rimangono ammutoliti, sgomenti di fronte al dolore e alla sofferenza.
La sequenza dei racconti è disposta in modo tale che l’età dei protagonisti cresca progressivamente, quasi a voler tracciare l’arco di un’esistenza. C’è però uno scarto tra l’infanzia e l’età adulta, come a suggerire una mancanza; oppure, come scrive Andrea Ghibellini nella postfazione, un’infanzia terminata precocemente.

La prosa di Dagerman è asciutta, essenziale, per quanto dietro lo stile piano si celi una grande maestria nell’uso delle tecniche narrative; oltre alla straordinaria, e già menzionata, empatia dell’autore, che nega la salvezza ai suoi personaggi proprio svelandone l’interiorità. Non sorprende, purtroppo, che una visione così amara dell’umanità abbia infine portato Dagerman a togliersi la vita.

 Stig Dagerman
I giochi della
notte (1947)
traduzione di Carmen Giorgetti Cima, postfazione di Andrea Gibellini
pp. 168, €12
Iperborea, 1996 e 2011

Giudizio: 5/5.

Jørn Riel, Una storia marittima

I libri possono avere molte malattie. Stanno nascoste tra le righe e si vedono solo con la lente d’ingrandimento. Possono essere pericolosi per la salute, questi libri, molto pericolosi. Ne prendi in mano uno e cominci a leggere, e il giorno dopo hai già il mal di testa e il delirio o peggio ancora” (dal racconto “Una deviazione”).

La mia prima lettura danese (se escludiamo Kierkegaard e forse Andersen quand’ero bambino) mi porta ben lontano dalla Scandinavia e fino in Groenlandia, la dépendance più grande al mondo. E la più desolata, con ogni probabilità. Mi porta oltretutto sulla costa nordorientale dell’isola, “da sempre la più isolata e disabitata di una terra isolata e disabitata” come nota Maria Valeria D’Avino nella postfazione, ricordando che Riel la conosce bene perché “rimase in Artide per più di sedici anni”. Un’area dove “non c’è una sola gonnella al di sopra del 71° grado di latitudine nord”, come scoprirà a sue spese uno dei personaggi, e i cui unici abitanti sono i cacciatori che occupano a coppie le stazioni di caccia della costa. Sono loro i protagonisti dei racconti di Riel, un cast assolutamente sui generis a cui lo scrittore ha dedicato negli anni decine di raccolte, che costituiscono una sorta di saga a puntate (Iperborea ne ha finora pubblicate cinque, di cui questa è la terza). Il che significa per inciso che il titolo del volume, che deve aver adescato più di un lettore ed io buon ultimo, è piuttosto ingannevole: non aspettatevi i pescatori di Jón Kalman Stefánsson o le storie marittime di Thorkild Hansen; nel racconto che dà il titolo alla raccolta, vediamo una contessa svedese conquistare il cuore di Olsen, capitano norvegese della Veslemari, la nave che con il suo punto esclamativo di fumo maleodorante fa la spola ogni primavera tra Copenhagen e Capo Thompson.

I racconti sono ambientati nell’era del diesel, la prima metà del 20° secolo: l’era dei pionieri artici, che volgeva alla fine quando il diciottenne Riel giunse in Groenlandia nel 1950 (scippo di nuovo la postfazione). Un’era quasi eroica — sebbene uno dei personaggi, lo “studente, esperto cacciatore e poeta” Anton giunga alla seguente riflessione, mentre torna tranquillamente a casa camminando sul ghiaccio marino dopo essere letteralmente saltato giù dalla Veslemari che avrebbe dovuto portarlo in Danimarca:

Gli tornarono in mente le visioni della sua giovinezza sugli eroi polari, e rise a gola spiegata di quelle sciocche illusioni. Che cosa sarebbe un eroe? Che assurdità parlare di eroi polari! O si amava la vita quassù, e quindi si accettavano le condizioni del Paese, o non la si amava, e tanto valeva tornarsene a casa con Olsen. Di eroi non ce n’erano, né al polo né ai tropici, figuriamoci poi a Rødovre” (dal racconto “Una deviazione”).

I personaggi di Riel appaiono fuori dal mondo proprio perché forgiati da quel mondo: abituati al freddo estremo che gela le barbe e alle tempeste di neve che durano tre giorni. Abituati soprattutto all’isolamento e alla solitudine, che affrontano con una scorta infinita di chiacchiere e d’alcool (le cui dosi si misurano nell’arco della raccolta in dozzine e forse centinaia di barili). Per scongiurare la vertigine artica che rischia di farli impazzire, danno fondo al comune repertorio di aneddoti groenlandesi, di anno in anno più folto. E non sono cupe come la notte artica le loro storie, bensì piene di humour, spiattellato con impassibilità perfetta e tempismo impeccabile. Storie da cui spesso spuntano altre storie, con consumata arte affabulatoria; come la vicenda di Larsen della macelleria di Ringsted, risorto dalla tomba in cui era caduto ubriaco di alcool puro, che Valfred racconta per rincuorare gli amici circa la scomparsa di Anton (nel racconto di cui sopra).
Ma dietro le situazioni buffe, spassose e surreali che imbastisce, è chiaro il messaggio indiretto di Riel (che nella Premessa si scagiona: quanti abbiano vissuto nel Nordest della Groenlandia “potranno confermare che quanto ho riportato in queste pagine è veritiero e corretto, anche se forse con una pudica tendenza all’attenuazione”): lo humour e la leggerezza non sono che un modo di affrontare le condizioni di vita estreme, un modo alternativo all’introspezione e alla spiritualità austera che troviamo nelle pagine di altri autori scandinavi.

I racconti di Riel sono, nelle parole di un’amica che ne ha letti un paio, “sfiziosi”: leggeri, spassosi, non di rado esilaranti, e soprattutto, come dicevo, capaci di mostrare momenti di verità quasi per caso, senza fatica. Vi ritornano i medesimi personaggi strampalati e irresistibili, scambiandosi di volta in volta i ruoli di protagonisti e comprimari. Certo, non aspettatevi i piccoli capolavori a cui Iperborea ci ha abituati; ma non è difficile immaginare di affezionarsi a questo cast di personaggi, e non è difficile immaginare perché in patria Riel sia un caso letterario. Per non parlare del fatto che la vita di Riel è molto più avventurosa e inverosimile dei suoi libri.

Non sembrano male in fondo questi danesi; anche se al posto della ö usano la ø, lettera che sembra una manopola del gas lasciata al minimo. Avanti il prossimo…

Jørn Riel
Una storia marittima (1986)
traduzione e postfazione di Maria Valeria D’Avino
pp. 160, €9,5
Iperborea, 2004

Giudizio: 3/5.

Thor Vilhjálmsson, La corona d’alloro

Pubblicato il 24 gennaio 2012 su Cabaret Bisanzio.

Thor Vilhjálmsson è morto il 2 marzo 2011. Era nato il 12 agosto 1925 ad Edinburgo, e nel frattempo era stato romanziere, poeta, saggista, traduttore, bibliotecario, pittore, collezionista, viaggiatore, guida turistica, judoka, pescatore. Avrebbe potuto essere anche Gesù, nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Fu soprattutto un protagonista della vita culturale del suo paese, una persona di grande vitalità ed entusiasmo ancora maggiore, fino all’ultimo. L’amico e collega Guðbergur Bergsson ha scritto per lui un necrologio bellissimo, tradotto in italiano su Nazione Indiana.

La corona d’alloro è il suo ultimo libro. Come già in Cantilena mattutina dell’erba, l’autore è tornato all’Islanda del XIII secolo: all’epoca, i clan familiari più potenti erano coinvolti in una faida per la supremazia politica. Le lotte intestine avrebbero portato l’isola a perdere l’indipendenza, assoggettandosi volontariamente al re di Norvegia Hákon. In islandese questo periodo viene definito Sturlungaöld, dal nome del clan più importante, gli Sturlungar, cui apparteneva anche Snorri Sturlusson. Il corpus di saghe che narra queste vicende è un sottotesto cui il romanzo si richiama costantemente.

Il protagonista Guðmundur, nato in una fattoria molto povera, viene accolto dai frati del vicino monastero. Qui entra in contatto con la cultura dell’epoca, con l’agiografia cristiana e le antiche mitologie; finché, grazie a dedizione, umiltà ed una curiosità sempre desta, diventa amanuense. Tanto abile da venire nominato copista personale di Sturla Sighvatsson, che era nipote di Snorri Sturlusson e una figura politica di rilievo. Guðmundur ha quindi l’opportunità di essere spettatore, e redattore, sia degli eventi che segneranno la storia islandese che delle vicende politiche del continente. L’Islanda di allora si rivela un osservatorio peculiare e molto interessante sugli affari europei.
Il romanzo rilegge la storia dal punto di vista del popolo, degli umili, di coloro che la storia la subiscono; esemplare in questo senso l’efferatezza insensata delle frequenti rappresaglie tra clan rivali, di cui i contadini sono vittime inermi. Esemplare anche il riscatto sociale di Guðmundur ed il suo ruolo di scrivano, di “artigiano delle parole” sempre nell’ombra, “come un fungo su un olmo”.
Il rapporto tra oralità e scrittura è tra i temi costitutivi dell’opera. La dimensione orale è sempre presente, e la narrazione è corale, polifonica: riguardo la morte di uno dei personaggi circolano tre distinte versioni. Episodi e personaggi storici sono rievocati a viva voce, diventano resoconti di seconda, terza mano. Al contempo, tuttavia, c’è un’esaltazione della composizione poetica, anche nel suo aspetto materiale:

Frate Sveinn gli aveva dato un brano di una saga per impratichirsi nella scrittura, per tracciare lettere aggraziate, lasciare che ciascuna conducesse armonicamente alla successiva, e alzare la penna una volta concluso ciascun lemma; farla ridiscendere con delicatezza sul vocabolo successivo, muoversi come se l’amanuense udisse una sequenza di note risuonargli nella mente mentre conduceva le parole, una dopo l’altra, in una danza sobria fino alla fine del rigo.

I passaggi più lirici sono riservati comunque alla natura islandese: alcuni capitoli, dedicati alla costante mutevolezza del cielo atlantico, alle nuvole che lo attraversano disegnandovi presagi, sono autentici poemi in prosa. A volte l’autore si lascia prendere la mano, e il risultato è una prosa affascinante ma non immediata, che costituisce un’eccezione nel panorama letterario islandese. Di questo ed altri dettagli ho discusso con Silvia Cosimini, la traduttrice italiana, che vorrei ringraziare per la gentilezza e la disponibilità. I complimenti per l’ennesima, ottima traduzione sarebbero superflui, non fosse per la difficoltà di questo testo; per la ridda di termini arcaici, citazioni testuali e riferimenti bibliografici.

La corona d’alloro è un romanzo ricco di contraddizioni, poetico e violento, scuro e lucente di squarci abbaglianti. Forse non è il migliore di Thor Vilhjálmsson; di certo è il suo ultimo lascito.

 Thor Vilhjálmsson
La corona d’alloro  (2002)
traduzione di Silvia Cosimini
pp. 302, €16,5
Iperborea, 2011

Giudizio: 4/5.

Halldór Laxness, Sotto il ghiacciaio

Pubblicato il 15 novembre 2012 su Cabaret Bisanzio.

Halldór Laxness ha attraversato l’intero ventesimo secolo (1902-1998) ricevendo il Nobel circa a metà strada, nel 1955. Del 1968 è questo romanzo, un unicum non solo nella sua sterminata produzione (che finalmente sta avendo una diffusione anche in Italia) ma nel canone letterario tout court; tanto da meritare un saggio monografico di Susan Sontag, che Iperborea si concede il lusso di pubblicare come postfazione. La Sontag nota innanzitutto come Laxness mescoli e superi i generi letterari, in un’epoca in cui il postmoderno era ancora nella sua fase pioneristica.
Il ghiacciaio del titolo è quello stesso Snæfell reso celebre da Jules Verne nel 1864 come origine del suo Voyage au centre de la terre e quindi, in senso lato, della fantascienza moderna. In un periodo cruciale tanto per l’immaginario quanto per il progresso scientifico, Laxness gioca a smontare il genere fantascientifico riportandolo alle sue origini di conte philosophique, per poi divertirsi a smentirlo e a sovvertire le aspettative.

“Il Cristianesimo sotto il Ghiacciaio”, come recita il titolo originale, versa in condizioni disperate, stando alle voci che circolano: il parroco non adempie ai suoi doveri ecclesiastici, non fa manutenzione della chiesa che al contrario è stata sprangata; pare abbia perfino consentito il seppellimento di un cadavere nel ghiacciaio, in terra non consacrata. È sposato ma non ha mai consumato il matrimonio, e pare conviva con un’altra donna. Il vescovo d’Islanda incarica quindi un giovane e svogliato studente di verificare queste dicerie inaccettabili; non avendo autorità in materia, egli dovrà limitarsi a registrare quanto gli verrà raccontato dai parrocchiani con la massima fedeltà (come “quel fonografo, o come si chiama”, “lo chiamano magnetofono”) e senza interpolazioni di sorta:

“Non verifichi niente! Se si dicono bugie, bugie siano. Se se ne saltano fuori con qualche superstizione, superstizioni siano! Non dimentichi che normalmente sono poche le persone che dicono più di una piccola parte di verità; nessuno dice gran parte della verità, figuriamoci poi la verità intera. Le parole sono fatti di per sé, vere o false che siano. Quando uno parla, si rivela, sia che dica il falso che il vero”.

Il giovane accetta, mettendo le mani avanti: “Non mi chieda di compiere grandi imprese. Anche perché mi si dice che non si compiono grandi imprese alle tariffe dei funzionari civili”. Nel suo resoconto, che poi è il libro stesso, egli fa riferimento a se stesso in terza persona unicamente come “l’Emissario del Vescovo, EmVe per abbreviazione”. Il testo d’altro canto pullula di considerazioni personali e osservazioni metatestuali.
Perché il viaggio iniziatico di EmVe sotto il ghiacciaio minerà alle fondamenta il suo ruolo paradigmatico di protagonista come giovane esploratore. Le sue domande saranno sistematicamente disattese o evase; il suo ruolo ignorato, con effetti anche comici. Il parroco, Jón Jónsson detto Primus, sembra avere sviluppato un’autentica avversione verso i propri doveri pastorali, tenendosi occupato come tuttofare per la comunità. Una comunità, come nota la Sontag, che è già oltre il cristianesimo, se non è rimasta al paganesimo: convinta che il Ghiacciaio sia il centro del mondo, trova naturale che un vecchio amico e rivale del parroco, Guðmundur Sigmundsson detto Godman Syngmann detto Mundi Mundasson, giunga dalla California per riportare in vita la sua amante e figlia adottiva nonché moglie di Jón Primus, che egli aveva precedentemente tramutato in salmone per poi conservarlo nel Ghiacciaio. Syngmann si servirà di tre bioinductors (“una parola che proprio non sono riuscito a trovare in diciassette vocabolari d’inglese, ma che dovrebbe far parte del gergo quotidiano dei santoni e dei superoccultisti della California”, osserva Emve): un californiano, un indiano e un nativo brasiliano forse cannibale, che si comportano come santoni buddhisti e usano una terminologia new age. Uno di loro suona il liuto con una tecnica addirittura preconizzatrice dei tintinnabuli di Arvo Pärt.
Laxness non teme di contaminare la fantascienza positivista con la propria contemporaneità, inanellando in un ironico anticlimax riferimenti più o meno espliciti all’Età dell’Acquario, alla corsa allo spazio, alla fascinazione per il buddhismo, alla psichedelia (uno dei capitoli più importanti, Intergalactic Communication, ha un titolo degno di un’outtake di The Piper at the Gates of Dawn), perfino alla guerra in Vietnam.

Ma è il personaggio femminile il più affascinante e perturbante del romanzo, la misteriosa ed elusiva Úa: “Sorella della Solveig del Peer Gynt di Ibsen e della Indra del Sogno di Strindberg, Úa è la donna irresistibile che si trasforma: strega, puttana, madre, iniziatrice sessuale, fonte di saggezza. Úa sostiene di avere cinquantadue anni […] ma in realtà è metamorfica e immortale” (ipsa Sontag dixit). A lei è affidato il finale aperto, inatteso e meditabondo di questo capolavoro dai molteplici livelli di lettura.

Halldór Laxness
Sotto il ghiacciaio (1968)
traduzione di Alessandro Storti
pp. 288, €16
Iperborea, 2011

Giudizio: 5/5.

Göran Tunström, Lettera dal deserto

Pubblicato l’8 novembre 2012 su Cabaret Bisanzio.

Lo svedese Göran Tunström deve la propria notorietà, in Italia e altrove, principalmente al suo capolavoro L’Oratorio di Natale, del quale sembra aver posto le basi nel suo precedente romanzo.
Lettera dal deserto affronta il tema religioso con un approccio spregiudicato: un’autobiografia fittizia dell’infanzia e giovinezza di Gesù, che assimila in modo poco ortodosso episodi evangelici mostrando però gli anni che i Vangeli canonici trascurano. Una prospettiva prettamente romanzesca, che relega sullo sfondo il sacro e il divino e trascura volutamente l’accuratezza storica (come fa notare Fulvio Ferrari nella postfazione, sono presenti dettagli manifestamente anacronistici, quali pantaloni, tacchini e campi di pomodori) nell’intento di dimostrare piuttosto quanto la persona che i Vangeli ci mostrano, con le sue doti straordinarie di amore e compassione (così peculiari alla narrativa di Tunström), sia il risultato di una evoluzione interiore personale, biografica.
L’empatia fuori dal comune di Gesù provoca negli altri stupore, sbigottimento, nei più meschini anche invidia e odio. I suoi genitori sono freddi, e lui trova l’amore che loro non sanno dargli nei frequenti soggiorni al lago di Tiberiade, presso gli zii Elisabetta e Zaccaria, già anziani. Durante la sua prima visita a Gerusalemme, attesa a lungo per vedere finalmente la grande metropoli ma anche per conoscere i “collaborazionisti”, capisce di odiare profondamente anche gli stessi sacerdoti del Tempio:

Il Tempio mi aveva spaventato. L’avevo visto come un enorme ragno apostato al centro del paese. Risucchiava il denaro dalle tasche dei poveri, gente come Giuseppe. Avevano portato con sé i loro quattro soldi, avevano viaggiato per monti e per valli e li avevano consegnati a sacerdoti, che magari poi li davano ai romani. Ma il Tempio aveva risucchiato anche me, in una tenebra paurosa”.

Nella Galilea di quegli anni, sottoposta al ferreo dominio politico, militare ed economico dei romani, l’odio per i conquistatori è forte; messianismo biblico e aspirazione all’autodeterminazione sono inscindibili. Al Tempio Gesù incontra però un gruppo di sacerdoti, conoscenti di Zaccaria, che gli rivelano: “c’è un tempio interiore cui i romani non avranno mai, mai accesso. In quel tempio non c’è oro. Non c’è incenso, né mirra. Non ha cortili, né mura che siano da ostacolo. E tuttavia ti dico: è più facile camminare sulle acque che entrarvi”.
Questo colloquio aprirà a Gesù le porte del monastero di Khirbet Qumran, “il più duro di tutti i templi, il più implacabile”: un simbolo di purezza contrapposto alla corruzione di Gerusalemme. Qui entra in contatto con la lotta armata di liberazione degli zeloti, punita dai romani con il carcere e la tortura. È combattuto: condivide la loro causa ma rinnega l’uso della violenza, convinto dell’esistenza di una “terza via”. Quando gli zeloti vengono denunciati ai romani da un suo compagno di studi che sostiene di agire per amore dell’ “ordine”, Gesù lo affronta:

“Tobia e gli zeloti non predicano la libertà. Predicano la rivolta. E la rivolta esige dei morti”.
“Siamo occupati da una potenza straniera. Ci sfruttano. Prendono le nostre sementi, il nostro bestiame. Dalle miniere cavano argento e oro. Ci tolgono la nostra lingua, le nostre donne. Non è una parte di libertà per cui vale la pena di combattere?”
“Sì, certo”, disse brusco. “Ma quelli che vogliono la rivolta farebbero esattamente le stesse cose non appena preso il potere”.
“In questo caso la lotta dovrebbe continuare. Non capisci? Non capisci con quanta lentezza si procede? Possono volerci mille anni, può durare fino alla fine del mondo,
noi non vedremo mai il momento della libertà. Ma per questo motivo dobbiamo rifiutarci di stare dalla sua parte? È necessario che ci sia sempre qualcuno che ha le immagini della Libertà dentro di sé, che le predichi, che le diffonda ovunque, perché non siano dimenticate. Capisci quel che dico?”

Costretto a fuggire a causa della delazione, Gesù decide di unirsi ai braccianti nei vigneti al nord del paese. E proprio grazie quell’esperienza, in un episodio apparentemente secondario del romanzo, capisce che “Era là che doveva accadere. Nei cortili della fame, nei giardini della sete. Il regno di Dio non si manifestava tra le fiamme dell’estasi, nel cuore dell’urlo, al centro della danza”. Capisce che “siamo noi stessi il regno che deve venire”.
Il romanzo si chiude come si era aperto: Gesù ha trascorso quaranta giorni di meditazione nel deserto, ripercorrendo con la memoria ogni tappa della propria vita: “il mio passato è con me”. Questa è la sua lettera dal deserto.

Göran Tunström sembra aver fatto buon uso dei suoi esordi come poeta, giungendo ad una prosa capace di esprimere splendidamente il lirismo del quotidiano attraverso la sensibilità del protagonista. Lettera dal deserto ne fa un tipico personaggio tunströmiano, quasi un archetipo; come nota Ferrari, “niente di tutto questo è “vero”, e tutto questo è utile a dipanare la riflessione dell’autore su come una personalità possa aprirsi nel modo più radicale e completo all’esperienza dell’amore, della condivsione”. Forse per questo motivo il romanzo è stato ben accolto dagli ambienti ecclesiastici, come La buona novella di De Andrè e al contrario del dissacrante Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago.

Göran Tunström
Lettera dal deserto (1978)
traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari
pp. 240, €16
Iperborea, 2011

Giudizio: 4/5.

NOTA: Una selezione della produzione poetica di Göran Tunström è disponibile in italiano nell’Antologia della poesia svedese contemporanea curata da Helena Samson ed Edoardo Zuccato, Crocetti Editore, Milano, 1996.

Selma Lagerlöf, L’anello rubato

Pubblicato il 23 febbraio 2012 su Cabaret Bisanzio.

Il Cimitero sotto la neve di Caspar David Friedrich fa da copertina a questa novella del 1925, introducendone il tema. È infatti in un cimitero del Värmland svedese che la vicenda ha inizio, quando, in una notte d’agosto del 1741, dalla tomba del generale Bengt Löwensköld viene rubato l’anello donatogli dal re Carlo XII in persona. Il generale è una figura leggendaria, quanto e forse più del re stesso, tra la gente del posto, che l’ha soprannominato Forte Bengt. Si raccontano molte storie su questo personaggio, “che visse ai tempi del grande re eroe, partì in guerra come semplice soldato e tornò come il famoso generale Löwensköld”. Non desta stupore, quindi, la voce popolare che vorrebbe lo spirito del battagliero generale dietro la scia di sventure provocate dall’anello.

È al patrimonio di leggende del nativo Värmland che Selma Lagerlöf, prima donna a ricevere il Nobel per la letteratura (1909), torna, quasi settantenne, per questa storia. La stessa tradizione orale cui già aveva attinto per la Saga di Gösta Berling, suo esordio letterario e primo successo internazionale. Il ‘tardo stile’ della Lagerlöf è caratterizzato dunque dal puro piacere della narrazione, declinato con la sapienza e la freschezza di alcuni grandi vecchi della letteratura. Perché è finta, come giustamente fa notare la quarta di copertina, l’ingenuità di questa storia di fantasmi. L’autrice se ne serve come filo conduttore di un romanzo che rappresenta in realtà un preciso periodo della storia svedese; l’anello stesso, dono di un re che il popolo ama e teme al contempo, simboleggia la dimensione soprannaturale quanto quella storica.
Al capitano Löwensköld, figlio del generale, è affidata quasi casualmente, con raffinata nonchalance, una riflessione profonda:

“A tavola, oggi a pranzo, ci siamo messi a parlare dei tempi della guerra. I miei figli e il loro precettore hanno cominciato a farmi ogni sorta di domande, perché ai giovani, si sa, piace sentir parlare di certe cose. Avrà notato, caro padre, che di quegli anni duri e difficili che noi svedesi abbiamo dovuto affrontare dopo la morte di re Carlo, quando la guerra e il crollo finanziario ci avevano ridotto in miseria, non si interessano mai: è sempre e solo di quella rovinosa guerra che vogliono sapere. Santo cielo, si direbbe proprio che ricostruire città interamente distrutte, impiantare fabbriche e fonderie, disboscare e coltivare, ai loro occhi non contino proprio niente. Credo, amico mio, che i miei figli si vergognino di me e della mia generazione, perchè abbiamo smesso di fare la guerra e di conquistare paesi stranieri. Sembrano giudicarci inferiori ai nostri padri, come se avessimo perso l’antico vigore degli svedesi”.

Dopo aver scritto romanzi ambientati a Gerusalemme come in Sicilia, alla fine della sua carriera la Lagerlöf torna al Värmland in cui era cresciuta, ai suoi abitanti e alla sua natura, dipinti con pennellate lievi ma precise. Con l’economia di un consumato artista le bastano alcuni tocchi per restituirci una società in cui ricchezza e potere offrono giurisdizione sulla vita altrui (oltre che, sembra suggerire il Forte Bengt, sulla possibilità di tornare dalla morte). Una terra in cui

i boschi erano vasti e i campi piccoli, i cortili grandi ma le cascine anguste, le strade strette ma le salite ripide, le porte basse ma le soglie alte, le chiese modeste ma le funzioni lunghe, i giorni della vita contati ma le preoccupazioni infinite

e in cui l’unica consolazione era offerta spesso da un camino acceso, davanti al quale raccontare storie.

Mentre le figure storiche troneggiano sullo sfondo, la novella è popolata dalla gente comune, e offre in particolare due protagoniste femminili memorabili. Donne minute, povere, svantaggiate, ma caparbie e dotate di grande forza: sono loro il vero cuore della storia, e spiace di non poterle incontrare di nuovo. Perché L’anello rubato, pur essendo fruibile a sé, è in realtà la prima parte della cosiddetta trilogia dei Löwensköld, l’ultima grande opera della Lagerlöf; non resta che sperare (o magari sollecitare) che Iperborea pubblichi anche la seconda e la terza parte: Charlotte Löwensköld e Anna Svärd.

Selma Lagerlöf
L’anello rubato (1925)
traduzione di Silvia Giachetti
pp. 135, €10,5
Iperborea, 1995 e 2011

Giudizio: 4/5.