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Paolo Barbaro, Venezia: L’anno del mare felice

Paolo Barbaro, Venezia. L'anno del mare feliceL’anno del mare felice” non è un evento storico riesumato dagli annali della Serenissima, come erroneamente avevo supposto in un primo tempo, bensì un episodio di cronaca recente: “l’anno 1993”, per dirla con Saramago. Un anno speciale per la laguna di Venezia, che fin dai primi giorni dell’estate vive il miracolo di un mare insolitamente pulito e leggero: “«Mare leggero», nel gergo del golfo, vuol dire trasparente; con un tocco, nella leggerezza, di felicità”.

L’anno felice è documentato dal libro come un almanacco, mese dopo mese, da giugno a giugno. Il motivo di questo ritardo sull’anno solare è presto detto: “Ha avuto continue esitazioni l’Adriatico, nelle settimane scorse: «mare nervoso», ci assicurano al largo, «prima di decidersi»”. Nel raccontare questo stato di grazia, il resoconto di Barbaro ha il pregio, raccolto nel 2003 da Matvejević in L’altra Venezia, di considerare non solo la città ma l’intera laguna, facendo parlare fin dalle prime pagine “i pescatori notturni, gli amici meteorologi, gli uomini anfibi che sentono la laguna prima con la pancia e poi con gli strumenti”. Barbaro, come poi Matvejević, ricorda che l’Adriatico era chiamato golfo di Venezia: “golfo, canale, laguna, «rio», darsena, fiume, palude, mare vero e proprio, bocche, «valli», cime, code, fosse, porti…”. In occasione dell’anno felice si interroga sui legami tra mare e laguna, laguna e isole, in un equilibrio fragilissimo e millenario: “viviamo in simbiosi con l’acqua, siamo sempre vissuti in simbiosi, da chissà quante generazioni”.

Ovviamente i capitoli invernali, quand’è più difficile prendere il largo, sono dedicati alla città. E per chi conosce, ama e vive Venezia, un libro come questo è interessante e prezioso anche diacronicamente, per poter confrontare la Venezia del 1993 con quella del 2013. Scopriamo che l’acqua alta di quell’ottobre ebbe poco da invidiare alle attuali; che proprio quell’ottobre, con “la fine della sperimentazione «in sito»”, venne smantellato il primo castello del Mose; che il carnevale quell’anno fu sottotono, perfino “smascherato” perché “i volti”, le maschere, erano stati proibiti “per via del terrorismo internazionale” (scopriamo così, incidentalmente, pure che i Bush del nuovo millennio non hanno inventato nulla).
Ma i capitoli più belli e toccanti sono dedicati a questo o quell’aspetto della città. Uno ai ponti: “nell’ambiente tuttora magico di queste quattro isolette, i ponti restano i nodi d’una grandiosa utopia divenuta realtà di pietre e di acque”; un altro al solo ponte di Rialto, “gran teatro sospeso”, che proprio quel marzo compiva quattrocento anni, sei mesi dopo il cinquecentenario dello sbarco di Colombo (pure quello, guarda caso, su un’isola). Un altro ancora alla “bellezza schiva” della chiesa di S. Maria e Donato, che nessuno conosce perché relegata “in un posto appartato, a Murano”. Barbaro, che abita a Dorsoduro, camminando verso la Sacca della Misericordia ritrova a Cannaregio “tutti gli elementi, tutto il fraseggio dell’ambiente veneziano; ma ogni battuta qui è dolcemente accordata in un mare musicale di luce”.
C’è anche un capitolo in cui Paolo Barbaro, scrittore prolifico e affermato anche all’estero, che in realtà di nome fa Ennio Gallo e di lavoro l’ingegnere idraulico per l’ENEL (o meglio faceva, all’epoca; ora va per i novanta), ne approfitta per svelare “il bosco dimenticato”: la foresta di alberi, provenienti “dal Cadore, […] dall’Istria, dalla Dalmazia, dalla Slavonia”, che da sempre sono le fondamenta dei palazzi veneziani.

Fondata tra i sogni, Venezia doveva essere leggera, quasi aerea, per non sprofondare”; e per cantarla, Barbaro ricorre ad una prosa altrettanto lieve, impalpabile e affascinante. Con quell’accenno alla leggerezza, che ho citato all’inizio e che compare nel primissimo paragrafo del libro, l’autore pare richiamarsi implicitamente all’auctoritas della prima qualità che Calvino auspicava per la letteratura del nuovo millennio; e proprio alle città invisibili calviniane sembrano ispirati questi capitoli, se è vero che nei suoi dialoghi con il Khan è sempre alla nativa Venezia che Marco Polo ripensa, costretto a descriverla ripetutamente perché “questa resta la città plurale —resta «Venezie» tuttora—, perché è ormai il luogo del sogno in cui talvolta si riesce a stare anche da vivi”.

Il libro fu pubblicato nel 1995; ora non si trova più neppure sul sito dell’editore. Io ne ho scovato una copia nel catalogo della biblioteca comunale, che per motivi di vicinanza geografica possiede molti testi su Venezia.
Alcuni capitoli, informa la pagina del copyright, sono stati pubblicati sulla Stampa: un po’ anteprima del libro e un po’ articoli a sé. Il penultimo, e più lungo, è stato inviato ad un convegno internazionale intitolato La mer impossibile.

Paolo Barbaro
Venezia: L’anno del mare felice
pp. 164, fuori commercio
Il Mulino, 1995

Giudizio: 4/5.

Predrag Matvejević, L’altra Venezia

«Ero davvero a Venezia, non più nell’immagine che ne serbavo».

 Ristampato nel 2009 con il titolo Venezia minima.
Entrambi i titoli rispecchiano il metodo adottato dall’autore; come spiega La Capria nella prefazione, una “accurata archeologia della mente, che scava e scopre frammenti e reperti pulendo delicatamente con un pennello la realtà sepolta sotto la polvere delle rappresentazioni, è la strategia di Predrag Matvejević per avvicinarsi a Venezia”.

Emblemi di questo modus operandi, ad esempio, sono i capitoli dedicati all’erba di Venezia, alla “flora murale”, che immagino abbiano infastidito altri lettori. Eppure la scelta stilistica di Matvejević è tutt’altro che pretestuosa; è anzi altamente simbolica e quasi inevitabile. Scrivendo di una città di cui ogni singola pietra è stata già cantata, non resta forse che infilarsi nelle fessure come fanno i fili d’erba fra i masegni, “là dove nessuno se li aspetta e dove —si direbbe— non servono a niente”.

Una storia diversa, più giusta, darà a questa prole erbacea, a questo proletariato murale, un posto più importante. Senza di esso l’immagine del mondo accanto a noi —e quella della stessa Venezia— sarebbe più disadorna e scialba”.

Quando poi arriva a parlare delle pietre, l’autore non si concentra sulla statuaria ma su pàtere e formelle: sculture modeste, eseguite non da maestri di scalpello ma da intagliatori improvvisati, “esposte al vento e alla pioggia, al caldo e al freddo (…) Il tempo e le intemperie ne corrodono e raschiano la superficie, incidono su di esse rughe e solchi imili a quelli del volto umano”. Da qui il nome di sculture esterne o anche erratiche, “per caratterizzare un destino randagio”.

Matvejević inanella dettagli generalmente ignorati dalla letteratura su Venezia. Prende la via d’acqua, facendosi accompagnare su isole poco note e pressoché disabitate; visita una sorta di cimitero dei gabbiani; dedica un capitolo alla misconosciuta Chioggia. Menziona San Marco in Boccalama, una delle isole “affondate, scomparse, dimenticate”; sede di un convento di benedettini, fu ingoiata dalla laguna, e se ne perse anche il mero ricordo. I recenti lavori di scavo sul sito dell’isola, cui Matvejević ebbe occasione di assistere, riesumarono tra i molti reperti l’unico esemplare esistente di un certo modello di galea medioevale.

Matvejević, nato a Mostar da madre croata e padre russo, è figlio di quel Mediterraneo che, come lui stesso ricorda, “un tempo era detto golfo di Venezia”. Non stupisce quindi il suo interesse per Venezia.

Quelli che arrivano a Venezia dai vari centri dell’Europa vi incontrano l’Oriente. Per le popolazioni dei Balcani e del Vicino Oriente, invece, Venezia è al tempo stesso Europa e Occidente! Gli uni vedono in essa le origini di Bisanzio, gli altri la fine. Venetiae quasi alterum Bysantium sono le parole del celebre cardinale Bessarione, che a suo tempo arricchì la Biblioteca di San Marco con i tesori librari della bizantina Costantinopoli. Nella sua saggezza, Venezia non volle sul proprio territorio lo scontro fra bizantinità e romanità che invece ha dilaniato alcune regioni dei Balcani. Qui sta una delle caratteristiche di questa città. Il «divano orientale-occidentale» non è in nessun luogo così largo e soffice come in questo spazio esiguo e scomodo”.

Predrag Matvejević
L’altra Venezia
traduzione di G. Scotti, prefazione di Raffaele La Capria
pp. 128, €11
Garzanti, 2003 e 2009

Giudizio: 4/5.

Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce

Anti-guida che invita a vivere la città e non a visitarla, fin dall’iniziale inno al vagabondaggio (scontato per chi conosce Venezia ed abbia il tempo sufficiente ad evitare gli itinerari turistici a tappe forzate).
L’assunto è semplice e pienamente condivisibile: Venezia è un’esperienza sensoriale, chimico-fisica prima che estetica. Quindi perché non organizzarne l’esplorazione secondo le parti del corpo coinvolte, anziché per zone arbitrarie o percorsi prestabiliti?

Scarpa ha letto i testi ed ha una perfetta conoscenza letteraria della materia, unita ai numerosi aneddoti personali da “nativo” veneziano. Il suo stile lieve, smaliziato, dotto e divertito (calviniano?) offre una quantità di informazioni, storie, dettagli & curiosità che è stupefacente per un libro di queste dimensioni.

Il narratore, ciceroniano & virgiliano, si rivolge ad un “tu”, ed è un tu femminile: “Sei pronta per qualcosa di osè?”. Ripensandoci, il narratore è calviniano!

Tiziano Scarpa
Venezia è un pesce (1998)
pp. 128, €6
Feltrinelli, 2000

Giudizio: 3/5.

J.R.R. Tolkien, Le lettere di Babbo Natale

Tolkien & Sons.

Il casus è noto: dal 1920, quando il primogenito John aveva tre anni, e fino al 1942, quando Priscilla, l’ultima dei suoi quattro figli, ne aveva tredici, Tolkien scrisse alle lettere natalizie dei figli delle vere e proprie risposte, a firma di Babbo Natale. Per oltre vent’anni, quindi, i piccoli di casa Tolkien ebbero il privilegio esclusivo di una corrispondenza ininterrotta e regolare con il Polo Nord.
Perseverare con tale costanza in una consuetudine familiare fino a farne una vera tradizione sarebbe già di per sé ammirevole; ma, trattandosi di Tolkien, le lettere in questione sono piccole meraviglie di calligrafia, stilate in vari inchiostri colorati (con una predilezione, com’è ovvio, per il verde e il rosso) e corredate sempre da bellissimi disegni a pastello o a inchiostro.

In questi divertissement domestici, Tolkien indulge nelle proprie passioni: come nel caso dei numerosi giochi di parole, che purtroppo in traduzione vanno spesso perduti, inevitabilmente; ad es. dato che “pole” in inglese significa tanto polo quanto palo (pertica, asta, albero di una nave…) nei disegni di Tolkien il North Pole è sempre rappresentato come uno spuntone roccioso—che ad un certo punto finirà perfino spezzato, e dovrà essere riparato. Questa semplice trovata mi fa sorridere ora che ho trent’anni; se ne avessi cinque o sei immagino che lo troverei molto divertente.
Non solo. Trattandosi di Tolkien, le lettere, inizialmente semplici biglietti, diventano più lunghe, si riempiono di comprimari (!) e di vicende sempre più articolate. Father Nicholas Christmas viene affiancato prima dal North Polar Bear, aiutante maldestro ma irresistibile, autentico co-protagonista; poi dai nipoti di quest’ultimo, Paksu e Valkotukka; quindi da altri polar cubs, dagli snowboys, da elfi rossi ed elfi verdi… fino alla missiva del 1933, una short story con tutte le carte in regola, in cui il NPB si smarrisce nelle grotte dei goblins (!) e viene salvato da una spedizione di elfi; ma non prima di aver appreso le rune dalle iscrizioni sulle pareti delle caverne.

Chi ha familiarità con Tolkien, i suoi personaggi e la sua terminologia ritroverà in queste pagine l’autore amato, e scoprirà sorprendenti anticipazioni delle sue opere più celebri: l’immagine del NPB che combatte i goblins non può non richiamare alla mente Beorn nella Battaglia dei Cinque Eserciti.
E non dovrebbe stupire, considerando che anche The Hobbit ebbe origine come favola della buona notte per i figli di Tolkien—salvo, trattandosi di Tolkien, svilupparsi e diventare quello che sappiamo (recentemente una operazione commerciale piuttosto ridicola mascherata da trilogia cinematografica annacquata).
Fa tenerezza vedere che con il passare degli anni le lettere sono indirizzate ai figli mano a mano più piccoli, mentre prendono commiato dai figli ormai cresciuti, e troppo grandi per continuare a corrispondere con Babbo Natale; le ultime sono scritte alla sola Priscilla.
Non mancano tuttavia, in questa dimensione fantastica ed infantile, dei riferimenti alla situazione mondiale di quegli anni: FNC, che per lavoro gira il mondo (e ha corrispondenze così numerose, non scordiamolo!), accenna spesso alle condizioni difficili in cui la crisi del ’29 prima e la guerra mondiale poi hanno ridotto così tanti bambini e adulti.

Tolkien si conferma grande affabulatore e padre affettuoso e premuroso. Non mancano del resto nemmeno riferimenti al Natale come ricorrenza cristiana, come quando Father Nicholas Christmas menziona esplicitamente suo padre, il Nonno Yule: dallo Yuletide pagano al Christmas cristiano; e non è un caso che Tolkien usi per esteso il nome di San Nicola, anziché la più diffusa storpiatura Santa Klaus.

Questa edizione, di grande formato e su carta lucida, riproduce (spero tutti!) i disegni di Tolkien e una selezione dei suoi fogli manoscritti, che poco hanno da invidiare alle miniature medioevali. Nota negativa per la traduzione: nei casi in cui ho potuto confrontarla con l’originale mi è parsa spesso approssimativa e non di rado arbitraria; e questo deve aver influito inevitabilmente sul godimento del testo.

J.R.R. Tolkien
Le lettere di Babbo Natale
pp. 112, €18
Bompiani, 2004

Giudizio: 4/5.

Iosif Brodskij, Poesie di Natale

La risoluzione di scrivere una poesia d’occasione ad ogni Natale ha prodotto nella carriera di Brodskij diciotto poemi, così suddivisi: sette tra 1962 e 1973, undici, uno all’anno, tra 1985 e 1995. Due serie da un decennio ciascuna, quindi, con un intervallo tra loro di dodici anni.

Nelle prime poesie il Natale (o anche la fine dell’anno) è vissuto come occasione mancata, lamentando la povertà e la solitudine del poeta con una tristezza dapprima mesta, poi rancorosa, e solo negli ultimi anni risolta in una nuova speranza.
Romanza di Natale, la prima poesia, “veleggia nella malinconia indicibile”, per usare il suo stesso refrain; l’ambientazione, tra i Giardini di Alessandro e il profumo di chalvà, è prettamente moscovita.
1° gennaio 1965 manca esattamente della speranza nel rinnovarsi della Natività che invece sarà il tema portante dei componimenti più tardi: “I Magi scorderanno il tuo indirizzo. Non brilleranno stelle sul tuo capo”. Eppure la conclusione è un’apertura:

È tardi ormai per credere ai prodigi
E sollevando lo sguardo al firmamento
scoprirai sul momento che proprio tu
sei un dono sincero
”.

Tema simile anche per 24 dicembre 1971: la folla si accalca a comprare regali e cibo, “eppure sanno che la grotta è vuota”. E tra gli “effluvi di vodka, pino e baccalà, e di mandarini e mele” il poeta constata che “il sentiero verso Betlemme non si vede”. Ma non sarà un evento esterno bensì la spiritualità di ciascuno, “la buona volontà di ogni figlio d’Adamo”, a far brillare ancora la stella che simboleggia il rinnovarsi del miracolo natalizio.

L’ammiraglia di questa sezione e dell’intera raccolta è il Discorso sul latte versato, datato 14 gennaio 1967, il poema più lungo con le sue quaranta strofe. È ravvisabile una certa simmetria nella struttura: la prima e la terza sezione, di nove strofe ciascuna, hanno tema autobiografico e tono per lo più lamentoso, fin dall’incipit: “Siamo a Natale e non ho il becco di un quattrino. Il mio editore tira in lungo a pubblicare”. La lunga sezione centrale è un manifesto poetico anti-marxista, in cui Brodskij contesta punto per punto gli assiomi del soviet. La mia impressione di profano di cose russe è che qui il poeta ironizzi sull’impossibilità di criticare apertamente il governo, inanellando accenni velati che in verità dovevano risultare molto chiari a chiunque. Purtroppo non al sottoscritto, non sempre in ogni caso, e nonostante le utili note della traduttrice. E parlando di traduzione: ho trovato fastidiosa la scelta ostinata di rendere anche in italiano la rima baciata, spesso posizionando i verbi a fine verso come i bambini con le loro filastrocche. Ce n’era davvero bisogno? Il risultato è che ho dovuto rileggere molte poesie due volte per riuscire a bypassare il senso di ripulsa per le rime in –are e concentrarmi invece sul contenuto.

L’ultima poesia dei ’70, e inevitabilmente la mia preferita, è Laguna del 1973, dedicata alla Venezia che Brodskij tanto amava. Vi ritrovo molti temi di Fondamenta degli Incurabili, ovviamente condensati nell’espressione poetica, spesso in un mezzo verso appena accennato. Ma i riferimenti stavolta non vanno perduti, dal momento che ho letto e riletto il libro suddetto, condividendo la passione di Brodskij per la città—ho anche visitato l’originale fondamenta degli incurabili, nonché la tomba di Brodskij nel cimitero sull’isola di S. Michele. E mi chiedo se questa poesia come le altre necessiti di una conoscenza della vita e delle opere dell’autore per poterne godere appieno.

Le poesie del secondo periodo sono variazioni sul tema della Natività (puntuale quindi la scelta dell’opera di Albrecht Altdorfer per la copertina di questa edizione), spesso pervase di tenerezza e di un senso di rinnovato stupore. Mi piace in particolare l’idea che il Padre guardi suo Figlio, magari attraverso la stella come nella poesia del 1987. Tuttavia, pur senza dubitare della sincerità del poeta, questi componimenti mi danno l’impressione di un presepio (che infatti è proprio il titolo –in italiano!– del pezzo del 1991), e io da buon nordico ho sempre preferito l’albero e la sua simbologia; inoltre immagino che, in quanto ateo, il pieno apprezzamento di versi così apertamente religiosi mi sia precluso.

Rimane il presentimento che questa sia una raccolta minore nel canone brodskijano.

Iosif Brodskij
Poesie di Natale
traduzione di Anna Raffetto
pp. 97, €10,2
Adelphi, 2004

Giudizio: 3/5.

Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili

A costo di venire accusato di depravazione, confesso che il mio Paradiso è puramente visivo, ha a che fare con Lorrain più che con la dottrina ed esiste solo per approssimazione. In fatto di approssimazione, questa città è la massima possibile. Poiché non sono autorizzato a scoprire come la cosa si presenti dal punto di vista opposto, posso permettermi di essere restrittivo.

Un commento a questo libro sarebbe superfluo.

Il casus è piuttosto noto: il Consorzio Venezia Nuova commissionò l’opera a Brodskij nel 1989, due anni dopo l’assegnazione del Nobel per la letteratura. A partire dal 1972, anno del suo esilio, Brodskij aveva visitato la città quasi ogni inverno.
Brodskij confessa subito di non sopportare il caldo estivo né le masse di turisti: “la loro mobilità stride troppo con la stasi del marmo. Devo essere uno di quelli che preferiscono la scelta al flusso, e la pietra è sempre una scelta”. Predilige l’inverno perché “Se questa stagione non ti calma necessariamente i nervi, li subordina però ai tuoi istinti: alle basse temperature la bellezza è bellezza”. Ammetterà in seguito, più prosaicamente, di approfittare per le sue vacanze veneziane della pausa invernale all’università statunitense in cui insegnava: la University of Michigan. Da questa predilezione per l’inverno nascono pagine divertenti sullo scarso isolamento termico delle vecchie case veneziane, pagine enigmatiche sulla nebbia e pagine incantevoli sulla luce invernale: “è una luce privata, la luce di Giorgione o del Bellini, non la luce del Tiepolo o del Tintoretto. E la città vi si crogiola, gustandone il tocco, la carezza dell’infinito dal quale essa è venuta”.

La mia impressione è che l’autore abbia coagulato attorno a Venezia alcune caratteristiche della sua poetica: ironia, autobiografia, levità, primato dell’occhio e della vista… Il risultato è un testo breve, volutamente lieve, ma non per questo meno prezioso. Brodskij inanella pareri tanto personali da essere idiosincratici, eppure così brillanti da lasciare senza parole. Non inganni l’incipit dimesso; il pregio sta nell’apparente nonchalance con cui l’autore intesse le sue riflessioni.
Il discorso di Brodskij è così stringente da provocare un’autentica coazione alla citazione: verrebbe voglia di riportare interi capitoli. Il numero di brani che i lettori generalmente traggono da questo libretto di appena cento pagine è più che eloquente; io stesso ho contribuito con la mia dose, che per inciso vale più di questo commento. Ho cercato di estrapolare i brani che mi parevano capaci di vivere di vita propria, ma è nel tessuto del testo che acquistano tutto il loro risalto.

Personalmente rientro nel novero di quanti hanno letto questo libro non perché è di Brodskij ma perché parla di Venezia. Non avevo ancora letto null’altro del poeta e saggista (pur essendo curioso) ed ero tuttavia ansioso di aggiungere questo libro alla lista: Il mercante di Venezia, il primo atto dell’Othello e il quarto canto del Childe Harold’s Pilgrimage; poi Il carteggio Aspern, Il ritorno di Casanova, La morte a Venezia, Venezia salva (non stupisce che in epoca post-decadentista Venezia abbia ispirato gli scrittori di lingua tedesca) e ancora Concerto barocco, Passione, L’altra Venezia… Alcuni di questi ancora non li ho letti, ed altri, come Le pietre di Venezia, non ho nemmeno fretta di leggerli.
Per non parlare dei testi dei nativi, Casanova e Giorgio Baffo e perfino Hugo Pratt—risalendo fino al Milione di Marco Polo, che Calvino catalogava tra i “libri che diventano continenti immaginari in cui altre opere letterarie troveranno il loro spazio”. Pur non condividendone la struttura regolarmente poliedrica, per me Fondamenta degl incurabili fa il paio con Le città invisibili dello stesso Calvino, che peraltro Brodskij cita esplicitamente:

Credo sia stato Hazlitt a dire che l’unica cosa che potrebbe superare questa città d’acqua sarebbe una città costituita nell’aria. Era un’idea degna di Calvino, e chi sa, nella scia dei viaggi spaziali, qualcosa di simile può ancora succedere.

D’altro canto, come mi faceva notare un’amica, è a Venezia che il Marco Polo di Calvino pensa sempre, quando descrive a Kublai Kan le città visitate, forse solamente nell’immaginazione.

Coda: Iosif riposa ora nell’isola di S. Michele, in quello che lui stesso definiva “l’acquerello più bello del mondo”, assieme ad altri suoi conterranei, come Stravinskij e Djagilev. E a me rimane la domanda: con che criterio avventurarmi nella sua produzione?

Iosif Brodskij
Fondamenta degli Incurabili
traduzione di Gilberto Forti
pp. 108, €9
Adelphi, 1991

Giudizio: 4/5.

Bill Sienkiewicz, Moby Dick

Allucinato disegnatore di Daredevil ed Elektra nel miglior periodo di Frank Miller, innovatore radicale dei comics in un periodo di grande innovazione quale furono gli ‘80, fautore di una qualità pittorica allora inedita, Bill Sienkiewicz vanta nel suo curriculum anche il migliore adattamento di Moby Dick che mi sia capitato di leggere, forse il migliore possibile. E del resto era forse l’autore più adatto: al suo posto Dave McKean ne avrebbe dato un’interpretazione meno oscura, Mike Mignola una meno onirica (sarei tuttavia curioso di leggerle entrambe).
E mentre il nostrano Dino Battaglia ha preferito nella sua versione del capolavoro melvilliano concentrarsi sull’azione, creando la classica avventura per ragazzi, Sienkiewicz raccoglie e distilla anche i simbolismi più complessi di cui la prosa di Melville è ricca ad ogni capoverso, restituendo la profondità e lo spessore dell’originale in sole 48 tavole. Molti episodi sono risolti in un paio di vignette, con scelte spesso inattese ma straordinariamente efficaci; ai momenti più intensi tuttavia sono dedicate tavole intere. Nell’adattamento di Battaglia dominavano ovviamente gli azzurri, assieme ad un curioso ocra e ad ampie campiture bianche; Sienkiewicz invece usa il nero come colore di fondo, a rappresentare le profondità della stiva, degli abissi e dell’animo di Achab, e lo squarcia di vampe come tizzoni ardenti.
Alla parte testuale ha collaborato anche D.G. Chichester, il cui Daredevil sinceramente non mi era piaciuto molto a suo tempo; attualmente lavora per l’agenzia pubblicitaria Ogilvy & Mather, la stessa presso cui erano stati impiegati, prima di diventare quello che sappiamo, DeLillo e Rushdie.

La mia impressione è che nell’ambito degli adattamenti a fumetti questa graphic novel stabilisca uno standard. Da anni mi ripromettevo di procurarmi l’edizione originale, finché lo scorso settembre la Nicola Pesce Editore si è presentata al Treviso Comic Book Festival 2012 con l’edizione italiana.

Bill Sienkiewicz
Moby Dick
pp. 48
Nicola Pesce Editore, 2012

Giudizio: 4/5.

Dino Battaglia, Moby Dick

Dino Battaglia, Moby DickDino Battaglia è tra i nomi storici del fumetto d’autore italiano, con Crepax, Manara, Toppi, Pratt… È proprio Pratt a firmare la prefazione di questa graphic novel, pubblicata dalle Edizioni del Grifo nel 1986. Pratt ricorda Battaglia con queste parole:

Io l’ho conosciuto bene. Era un uomo difficile e intelligente. Corrosivo, ironico e veneziano, che per lui aveva tutto un significato segreto. Lo pensavano duro e severo. Eppure quando ebbi bisogno d’aiuto fu lui ad aiutarmi per primo, dandomi soldi, procurandomi lavoro e offrendomi ospitalità”.

 Pratt conclude ammettendo che avrebbe voluto disegnare lui stesso questo Moby Dick, e non si stenta a crederlo: sebbene ancora legato appieno alla tradizione del classico fumetto d’avventura, questo adattamento può contare su tavole molto belle e di grande efficacia. E sarà una mia fissazione, ma le illustrazioni più suggestive mi paiono quelle in cui compare il mare — inclusa ovviamente la copertina, una meravigliosa tavola doppia di grande formato; se fosse possibile farne una riproduzione…
Piccola delusione invece per quanto riguarda la parte testuale. La trama è ben riassunta, pur nel breve volgere di queste trenta tavole (e del resto è ben noto che la vicenda del romanzo, ‘sfrondata’, cioè impoverita, delle proteiche divagazioni melvilliane, è piuttosto succinta); ma la prosa appare un po’ troppo sbrigativa, e questo dispiace, sebbene sia evidente che l’intento di Battaglia fosse di trasmettere i fatti a scapito delle sottigliezze testuali.
Rimane la compiaciuta soddisfazione per una riuscitissima interpretazione grafica del leviatano melvilliano.

 p.s. questa copia viene direttamente dal Lucca Comics & Games 2012. Grazie a chi di dovere! In un’altra fiera fumettistica, invece, il Treviso Comic Book Festival di alcuni anni fa, mi sono imbattuto nel volume che raccoglie le interpretazioni realizzate da Battaglia di alcuni racconti di Poe.

Dino Battaglia
Moby Dick
pp. 48
Edizioni del Grifo, 1986

Giudizio: 3/5.

Niklas Asker, Il giorno in cui non ci incontrammo

TCBF 2011
Generalmente nelle mie recensioni non parlo dell’occasione in cui ho comprato il libro. Fanno eccezione i casi in cui ho incontrato l’autore.
Ho conosciuto Niklas Asker al Treviso Comic Book Festival 2011, in occasione dell’apertura della mostra collettiva sulla Svezia, per la quale ha realizzato il manifesto. Per la prima volta al TCBF c’era un ‘padiglione nazionale’ e sono ben felice che fosse dedicato alla Svezia.
Oltre a Niklas ho incontrato anche gli altri tre autori presenti: Max Andersson, Knut Larsson ed il più vecchio, e irresistibile, Olle Berg. Tra i partecipanti alla mostra, Asker è forse quello con il tratto più tradizionalmente anglosassone, sotto l’influenza (a quanto lui stesso mi diceva) delle sue principali letture.

Second Thoughts
Ovvero Ripensamenti, è il titolo originale di questa graphic novel, che Niklas ha scritto direttamente in inglese (!) per poi tradurla in svedese per il mercato interno. A riprova della dimensione ormai internazionale delle nuove leve sfornate dalla Comics Art School di Malmö, dove anche lui si è formato.
Uno dei ragazzi del TCBF mi ha descritto l’opera come “una specie di Sliding Doors”, che secondo me è piuttosto fuorviante. E mi ha pure portato a sospettare che lui abbia frainteso la storia… come del resto più di qualcuno, a giudicare dalle recensioni che si leggono in rete. Va detto che il plot è piuttosto complicato, e occorre fare molta attenzione per non perdere il filo della vicenda, tra realtà e metanarrazione, scarti cronologici e situazioni sovrapposte.

Jess e John s’incontrano casualmente a Stansted. Lui è un fotografo freelance, lei una scrittrice; lui è in partenza per New York, lei aspetta una persona che da NY sta tornando. Si scambiano poche frasi e l’incontro s’interrompe bruscamente. Ma avrà conseguenze impreviste per entrambi…
I personaggi sono costantemente in movimento tra NY e Londra, al seguito di rockstars emergenti sempre in tour; la vicenda segue soprattutto le loro vicende sentimentali. Come chiudere una relazione ormai sterile? “È terribile scoprire di non amare più qualcuno”, come pensa tra sé uno dei personaggi. I momenti di svolta della vita portano spesso a scelte sofferte, dolorose a volte anche per chi ci è vicino. E “ogni giorno abbiamo dei ripensamenti”. Una riflessione toccante, che elabora anche il valore terapeutico della creazione artistica.

La maturità del tratto di Asker penso sia chiara, a questo punto. L’aspetto migliore di questa graphic novel (e al di là di ogni snobismo à la page ci tengo a ribadire la definizione) rimane però la narrazione: una vicenda bellissima, delicata e profonda, maneggiata con notevole savoir faire in quella che rimane l’opera di un esordiente.
Accidenti a questi svedesi.
Ed ora devo procurarmi qualche opera di Knut Larsson: il suo delizioso Kolonialsjukhuset è andato a ruba; e pensare che ero forse l’unico tra il pubblico che avrebbe avuto qc speranza di capire il testo svedese.

Niklas Asker
Il giorno in cui non ci incontrammo

traduzione di Irene Pepiciello
pp. 80, €12
Elliot, 2011

Giudizio: 3/5.

Tomas Tranströmer, Poesia dal silenzio

Dal punto di vista teorico la traduzione poetica può considerarsi un’assurdità. Ma in pratica dobbiamo credere nella traduzione della poesia”.
– Tomas Tranströmer

Le citazioni sono tratte dall’ (ottima) introduzione della curatrice del volume, Maria Cristina Lombardi.

 Tradotto in 60 lingue (l’ha ribadito anche Englund). Apprezzato da Derek Walcott e Seamus Heaney, mentre Josif Brodskij ha candidamente confessato di avergli rubato delle immagini poetiche. E vi faccio notare che questi ultimi tre signori sono tutti poeti e premi Nobel. Kjell Espmark, poeta e accademico di Svezia, si è spinto ad affermare che Tranströmer sia “lo scrittore svedese che più ha influenzato la letteratura internazionale”, dopo Strindberg e Swedenborg—in ordine alfabetico, giustamente.
Altro che emerito sconosciuto. Crea sempre un certo scalpore che il Nobel per la letteratura venga assegnato ad un autore poco noto. Ma la critica è malposta. Non dovremmo chiederci “Non lo conosco, perché l’hanno premiato?”, bensì “L’hanno premiato, perché non lo conosco?”. Credo oltretutto che in questo caso vada preso in considerazione anche un altro fattore: quanti poeti contemporanei conosciamo? Quanti, oltre ai soliti noti (v. lista precedente)? Tranströmer non è LeClezio. “La quantità di opere critiche sulla sua poesia uscite in Svezia e all’estero ne indica la straordinaria potenza lirica e la prepotente fecondità delle immagini”. Chi il 6 ottobre 2011 ha esclamato “TransCHI?!” dovrebbe recuperare quest’antologia del 2001, che raccoglie selezioni da tutte le raccolte poetiche pubblicate da Tranströmer fino a quel punto: dai 17 Dikter del 1954 fino a Sorgegondolen del 1996. Mancano le raccolte più recenti, Fängelse del 2001, Den stora gåtan del 2004. Commuove pensare che l’autore sia ancora prolifico alle soglie degli ottant’anni, compiuti da qualche mese. D’altro canto, la sua intera produzione è contenuta e, come diceva Englund, può essere raccolta in un tascabile non troppo ingombrante (l’ed. inglese dell’opera omnia non arriva alle 300 pagine).
Questa caratteristica rispecchia il “particolare binomio” che “caratterizza l’opera di Tomas Tranströmer: densità semantica e concisione formale, caratteri rispecchiati dell’esiguità numerica e dalla brevità dei suoi testi”. Non stupisce che sia giunto ad usare la forma dell’haiku, quanto piuttosto che sia successo solo in Sorgegondolen, in capo a 40 anni di carriera poetica. Durante i quali ha sperimentato anche il verso lungo di Östersjöar del 1974, una suite che raccoglie frammenti di cronaca familiare nell’arcipelago di Stoccolma (in svedese il mar Baltico è il “mare dell’est”, che Tranströmer declina però al plurale, Mari Baltici). La dimensione acquatica ritorna spesso nei suoi versi; l’arcipelago di Stoccolma, lo skärgård, ne rappresenta forse la dimensione più prossima al vissuto dello scrittore, ed esemplifica i numerosi riferimenti alla natura, che nascono sempre dall’esperienza diretta. Un susseguirsi di gabbiani, merli, alci, temporali, albe, nebbie, vapori ed oscurità notturne; di cieli in ogni condizione atmosferica, e di alberi attraverso i quali la terra “beve” il cielo, come nel poema Sammanhang (Contesto).

Forse è questo il momento opportuno per ricordare che la poesia di Tranströmer è ricca di immagini bellissime, spesso fulminanti nella loro icastica enigmaticità e tuttavia memorabili: Brodskij non era certo uno sprovveduto. “Il ventre dello squalo è la tua fioca lampada”, oppure “chi va al mare torna impetrito”, entrambi da Meditazione agitata. Immagini spiazzanti, volutamente oscure e dense di significati occulti. “Questa ‘oscurità’, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di sfuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la ‘polivocità’ della parola”.
Complemento e contrappeso negativo di questa densità semantica e figurativa è il silenzio. “Nell’opera di Tranströmer si registra una costante tendenza al silenzio: la parola è spesso concepita negativamente e contrapposta ad una lingua ideale, un metalinguaggio che può convivere con il silenzio (…) Emerge l’importanza delle pause, degli spazi tra parola e parola, degli eloquenti attimi di silenzio”. Quiete e riflessione da una parte, timore e preoccupazione dall’altra, oltre alla contemplazione: silenzi da cui sorge e in cui ha luogo la poesia. Curiosamente, per un poeta che è anche un consumato musicista e un appassionato melomane, e che a più riprese ha seguito suggestioni musicali, tanto a livello strutturale (Notturni, Preludi) quanto tematico (la musica come oltre inesprimibile). E peraltro il silenzio non è forse, a sua volta, una pausa musicale?
Tranströmer si è rivolto alla musica con più frequenza negli ultimi anni, in seguito ad un ictus che nel 1990 l’ha lasciato afono e semiparalizzato nel lato destro del corpo. Impossibile non pensare agli Études di Camille Saint-Saëns per la mano sinistra, cos come al Concerto per pianoforte per la mano sinistra che Maurice Ravel compose per Paul Wittgenstein.

Crocetti Editore

Carta filigranata, meravigliosamente ruvida al tatto e di una bella tonalità d’avorio. Rilegatura a filo, grafica di copertina essenziale che coniuga forma e contenuto—perfettamente consona a uno scandinavo. Per non parlare dell’ottima traduzione, o dell’introduzione impeccabile firmata da una studiosa italiana di Tranströmer. I libri della Crocetti sono un vero piacere. Ad un prezzo abbastanza contenuto, oltretutto, €15. Il libro è  stato ristampato il 20 ottobre 2011, a pochi giorni dalla proclamazione del Nobel (con che prontezza!): la qualità della carta e della rilegatura è più bassa, ma spero comunque che la Crocetti sia riuscita a far fruttare il fatto di aver scommesso su Tranströmer in tempi non sospetti.

Tomas Tranströmer
Poesia dal silenzio
traduzione e cura di Maria Cristina Lombardi
pp. 200, €18
Crocetti Editore, 2001 e 2011

Giudizio: 4/5.