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Ernest Hemingway, Sotto il crinale e altri racconti

Scriva tutto. E non si faccia ammazzare”.

Quattro racconti successivi ai ‘primi 49’, pubblicati in quello stesso 1938 in The Fifth Column and Four Stories of the Spanish Civil War. Per la cronaca The Fifth Column è l’unico testo teatrale di Hemingway, anch’esso ambientato durante la guerra civile spagnola.

Ogni tanto leggo o rileggo uno dei quarantanove, ma da anni non leggevo una sua opera di più ampio respiro. E la maestria di Hemingway consiste qui anzitutto nel disegno generale: i quattro racconti formano una sequenza dotata di forti richiami interni.

L’ambientazione comune è la Madrid sotto assedio, e la location ricorrente è il bar di Chicote, che rappresenta quasi un centro gravitazionale per storie e personaggi. Il primo racconto si apre proprio con un ricordo nostalgico del bar, paragonato ai migliori men’s clubs di New York―ma con le ragazze. Tuttavia questo è appunto già un ricordo: Pedro Chicote, il proprietario, è infatti rimasto a San Sebastián, dove gestisce “il bar migliore della Spagna di Franco”. Il vecchio bar è stato rilevato dai camerieri, che però hanno esaurito il whisky scozzese, il gin giallo e l’acqua tonica Indian Quinine (che fa bene per la febbre, come ricorda uno dei personaggi).
A partire da questo primo episodio, a sua volta ricordo di un periodo meno critico, questo microcosmo viene progressivamente invaso dalla prominenza della guerra. La maestria di Hemingway consiste nel dare una lezione universale sull’esperienza bellica mediante la quotidianità dei suoi personaggi, fatta di gerarchie stupide, morti inutili, ordini sbagliati.
Impotenti davanti alla macchina bellica, i personaggi cercano di annullarsi nel brivido effimero delle scommesse (carte, dadi, anche una moneta) e nell’alcool: sarebbe interessante contare il numero di Martini, gin tonics e bicchieri di vino più o meno scadente che scorrono in queste pagine*. La maestria di Hemingway consiste nel narrare solo i fatti, eliminando l’introspezione, che ci viene pertanto restituita fra le righe, tacitamente ma con grande potenza, secondo il ben noto brevetto della teoria dell’iceberg. Sebbene in questi tardi racconti la tecnica sia un po’ ammorbidita e il finale presenti il dénouement, peraltro sempre molto asciutto.

Sarei curioso di scoprire quanto ci sia di autobiografico in queste storie (il protagonista dei quattro racconti è uno scrittore impegnato al fronte come cineoperatore), e non tanto per una riflessione sulla creazione artistica, ma proprio per la curiosità di sapere cosa stesse combinando Ernie in quel periodo. La cui maestria consiste infine nei suoi dialoghi, leggendari e ancora una volta giustamente: valga per tutti quello che si prolunga per una quindicina di pagine nel terzo racconto—che da solo occupa quasi metà del volume.
Questi ‘quattro racconti della guerra civile spagnola’ formano quindi una progressione, si potrebbe anche dire un crescendo, se con Hemingway l’anticlimax non fosse sempre dietro l’angolo. E il finale dell’ultimo racconto, in cui il bar di Chicote non è più nemmeno un ricordo, è amaro e bellissimo.

* E confrontarli magari con quelli di The Sun Also Rises

Ernest Hemingway
Sotto il crinale e altri racconti (1938)
pp. 104, €2
Il Sole 24 Ore, 2011

Giudizio: 4/5.

Nikolaj Gogol’, Prospettiva Nevskij – Il cappotto

Volumone, butteratino, praticuccia, battutine, pezzettini, dispettucci, bassino, cappellino, appartamentini (minuscoli), sbirciatina, tantino, pochino, pochettino, quadratino, toppettina, robaccia, effettacci, bicchierino, zampette, cassettina, altra robaccia…

E questo entro le prime 15 pagine.
Gogol’ ha avuto il merito di usare un copista come protagonista, undici anni prima di Bartebly, the Scrivener di Melville.

Ora però torno a Hemingway.

Nikolaj Gogol’
Prospettiva Nevskij – Il cappotto
pp. 96, €2
Il Sole 24 Ore, 2011

Giudizio: —

Tove Jansson, i libri illustrati

E adesso, che succede?

Il primo libro illustrato dei sei che la Jansson ha dedicato ai Mumin, pubblicato nel 1952.
Come recita il sottotitolo, i protagonisti sono il troll Mumin, Mimla, e la piccola (e in questa occasione non particolarmente pestifera) Mi. Nella prima tavola Mumin attraversa il bosco per tornare a casa dalla latteria, e incontra Mimla sconsolata per la perdita della piccola Mi; i due partono alla ricerca della sorellina smarrita, e la sequenza di personaggi che incrociano lungo la strada rappresenta forse una delle migliori introduzioni alla valle dei Mumin: Gaffsa, Emuli, Filifiocche, perfino i Fungarelli, e alla fine mamma Mumin, che come sempre incarna la serenità casalinga a cui tornare alla fine dell’avventura.

Le tavole sono colorate quasi esclusivamente in viola, rosso e arancione, con dettagli blu e gialli; il risultato è un’atmosfera psichedelica e scura, che non mancherà d’infondere una sottile, deliziosa inquietudine nei lettori più piccoli, mentre gli adulti finiranno per ammirare gli splendidi disegni. Le illustrazioni sono pannelli a tavola doppia dallo spettacolare effetto widescreen, e il tratto, nel caratteristico stile della Jansson, è pulito ma anche ricco di dettagli, ed ha una profondità assente dalle strisce a fumetti dei Mumin di quegli anni. La prima tavola è diventata la homepage del sito ufficiale dei Mumin: attenzione all’animazione iniziale! Ciascun pannello presenta un nuovo scenario, legato al successivo dal refrain “E ora prova a immaginare: cosa sta per capitare?”, ripreso anche dal titolo, sostanzialmente fedele all’originale Hur gick det sen? ovvero “e poi cos’è successo?”
Felice l’intuizione di Roberto Piumini di abbandonare la struttura in metrica rimata del testo svedese nell’adattare l’ottima traduzione di Laura Cangemi, evitando i manierismi che appesantiscono il successivo Piccolo Knit tutto solo, e concentrandosi invece sulla calligrafia, nel dare un carattere diverso per ogni personaggio, con una resa grafica molto accattivante.

Ma al di là di questi aspetti, a rendere il libro un gioiello sono le finestre ritagliate in ogni pagina, in posizioni e forme ingegnose e imprevedibili, studiate con intelligenza per affacciarsi tanto sul pannello precedente quanto sul successivo. Una sorpresa continua, e una meraviglia ben più duratura dei pochi minuti necessari a sfogliare queste 28 pagine. Anche perché l’ultimo buco è troppo piccolo per poter uscire dal libro!

Più volte mi è capitato di chiedermi, quando si danno pieni voti ad un libro per l’infanzia? Ora ho la risposta.

Tove Jansson
E adesso, che succede? (1952)
traduzione di Laura Cangemi, adattamento di Roberto Piumini
pp. 28, €14
Salani, 2003

Giudizio: 5/5.

Piccolo Knitt tutto solo

Il secondo libro illustrato di Tove Jansson, pubblicato a otto anni dal precedente, ha per protagonista il Knitt, un essere timidissimo e pauroso. Dopo un’ennesima notte insonne, il Knitt terrorizzato decide di abbandonare la sua casetta nel bosco. Incontrerà Omsa in carrozza, Filifiocche al galoppo, Mimla e Mi, e molti dei personaggi con cui la Jansson ha popolato la valle dei Mumin. Ma il Knitt è troppo timido per parlare con gli sconosciuti, e se ne sta sempre in disparte con il suo bagaglio, vergognoso, perfino quando s’imbatte in una gioiosa festa estiva nel bosco. Solamente al cospetto della bellezza del mare si sente a casa, e finalmente sereno; vorrebbe fermarsi lì, ma proprio le onde del mare portano a riva il messaggio in bottiglia di una persona timorosa come e più di lui: “una Knittola piccina”. A quel punto, “con la lettera sul cuore Knitt si sente forte e ardito”, e a bordo della sua borsa salpa in mare aperto alla ricerca di quell’anima gemella. Dovrà superare la sua paura e affrontare il terribile Morra che urla nella notte, ma anche la timidezza di fronte ai propri sentimenti.

Ancora una volta Tove Jansson imbastisce un’avventura che attraversa mari e monti, boschi e prati, e la illustra con bellissimi pannelli a doppia pagina, di volta in volta tetri o allegri, bui o pieni di colore (di tutti i colori, laddove il libro precedente aveva una paletta cromatica volutamente ridotta). E dove quello era giocoso anche nei momenti di tensione, forse grazie alla presenza irriducibilmente bonaria dei Mumin che difatti mancano del tutto qui, questo attraversa uno spettro emotivo più ampio e profondo, e si conclude in modo davvero commovente: “Ci faremo compagnia, io ti consolerò se qualche volta avrai paura, e tu consolerai me”.
La traduzione di Laura Cangemi, che già aveva fatto un ottimo lavoro per E adesso, che succede?, è stata stavolta adattata in versi da Bianca Pitzorno, nientemeno. Ma una traduzione in versi rimati spesso non è una buona soluzione, e questo caso purtroppo non fa eccezione: la metrica arranca, le rime forzano il lessico, e il risultato è stiracchiato. Perfino la grafia troppo laboriosa stanca in fretta.

Risulta particolarmente evidente in questo libro quanto la valle dei Mumin rispecchi la natura finlandese che l’autrice tanto amava anche in qualità di pittrice: i boschi scandinavi, inquietanti solo a prima vista; il mare, freddo eppure così bello e accogliente… E i personaggi che abitano questi luoghi appartengono ad un pantheon personale (si dice fossero ispirati ai membri della famiglia Jansson e ad altri conoscenti), ma sembrano anche rievocare, almeno in parte, un folklore profondo, tacitamente sotteso e pronto a riemergere. Questa se non altro è la mia impressione temporanea, che ovviamente necessita di ulteriori ricerche e letture…

Tove Jansson
Piccolo Knitt tutto solo (1960)
traduzione di Laura Cangemi, adattamento in versi di Bianca Pitzorno
pp. 28, €14
Salani, 2003

Giudizio: 4/5.

p.s.: frequentando la biblioteca per ragazzi della mia città mi è successo più volte di notare le ragazzine nella sezione YA, mentre io mi dirigo direttamente agli scaffali dei libri illustrati. Sono quindi giunto a una conclusione: i libri per ragazzi vanno bene per i ragazzi; i libri per l’infanzia vanno bene per la vita.

Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate ed è subito notte

Pubblicato il 28 settembre 2013 su La Balena Bianca.

Di rado si trova nel caso un barlume di senso e la nostra vita è dunque poco più di un errare senza meta, questa vita che a volte sembra poter andare per ogni dove e poi s’interrompe in mezzo a una frase — forse è proprio per questo che vogliamo raccontarti la storia del nostro paese, e delle campagne intorno.

 Luce d’estate ed è subito notte ritrae la vita di un villaggio islandese affacciato sui fiordi occidentali: quattrocento abitanti, altrettanti o poco più nel contado, la Cooperativa, il Magazzino, il Deposito, la Latteria, il chiosco che è anche benzinaio e il prefetto che ospita l’ufficio di polizia nel garage…

La struttura narrativa ricorda quelle opere statunitensi della prima metà del ‘900, come Winesburg, Ohio o I pascoli del cielo, che ritraggono un piccolo centro agricolo mediante una ghirlanda di racconti contenenti ciascuno un episodio, un personaggio, una famiglia, un tassello di un mosaico composito e corale. Microcosmi archetipici, e al contempo almanacchi di coordinate geografiche e storiche precise.
Il romanzo è ambientato all’inizio di questo secolo, e non mancano accenni alla vita di quel periodo: la moda del fitness di metà anni ’90, che provocherà non poco scompiglio nella vita coniugale del villaggio; oppure l’onnipresenza nelle campagne del partito progressista, “il nostro inizio e la nostra fine, credevamo che niente sarebbe mai cambiato, ma ci sbagliavamo clamorosamente”. L’autore descrive una dimensione che va scomparendo, come spiega la traduttrice Silvia Cosimini in una spigliata videointervista per Rai Educational, e gli angoli della narrazione mostrano i segni del cedimento. Negli intermezzi corsivi inframezzati ai capitoli, in particolare, la voce narrativa è insinuata en passant da sottili strali, come quello allo strapotere statunitense: “conservatori, ottusi e bellicosi, ciechi alle sottili trame della vita, al futuro minacciosamente fragile della terra. Ma noi li esaltiamo, invece di combatterli”. Tuttavia le denunce del rammollirsi moderno non possono a loro volta evitare di volgersi al lirismo:

Viviamo bene eppure non stiamo bene, perché che cosa dobbiamo farcene di tutti questi giorni, della vita, che fatica scoprirlo, perché viviamo?

 Perché viviamo? La questione centrale del romanzo rimane spesso irrisolta per i suoi personaggi, specialmente se a chiederlo è una vecchia zia in punto di morte che spira prima di ricevere – o di dare? – risposta.
Il testo brulica di vita: Matthías torna in paese dopo sei anni passati a girare il mondo alla ricerca di “qualcosa che fosse più grande” della ragazza che, senza nemmeno bisogno di cercare oltre il villaggio, si era rivelata la sua anima gemella; quella stessa ragazza, Elísabet, da brava islandese gli risponde “Smettila di fare lo stupido, sono una strega, e sono io che prendo te, non viceversa”; Bára, esile e delicata, ha studiato geologia ma durante una rissa vede nel gigantesco Hannes “un vero vulcano” e decide di sposarlo; Gaui, avvocato di successo nella capitale, finisce per bersi tutto e una volta tornato in paese viene accolto dal fratello nel seminterrato, a cui paga l’affitto con una storia alla settimana (un prezzo di favore: c’è chi ha dovuto raccontarne una a sera…)
Vite raccontate in prima persona dagli abitanti del villaggio; una prima persona che però è plurale, il “noi” collettivo di un coro greco, che rivolge ai compaesani uno sguardo lieve, a volte ironico, comprensivo, benevolo.

Un affresco delicato e autentico delle sfumature dell’esistenza e delle ragioni per cui vale la pena vivere. Perché, come scrive Peter Davidson in L’idea di Nord, l’estate nordica è “prodiga di luce” ma breve, e al suo volgere fa subito notte; e “molta della malinconia del nord deriva dall’impossibilità di salvare anche solo un minuto della lunga luce quando l’oscurità incalza”. O, nelle parole di Jón Kalman: “L’estate diventò un autunno giallo e rosso, il cielo si scurì e poi arrivò l’inverno”. Sebbene poi “Questo posto alla fine del mondo sarebbe a malapena abitabile se l’inverno non fosse così lungo e il cielo così nero”.

Nella sua videointervista, Silvia sottolinea quanto sia importante per l’autore l’intreccio fra presente e passato: fra i due non c’è distinzione bensì compresenza, una compenetrazione dei piani temporali che permette alla voce narrante di trasgredire la cronologia. Nel seguire le vicende dei personaggi la narrazione si sposta liberamente lungo l’ultimo quarto di secolo, e a volte i capitoli risalgono il corso del tempo: “non ci interessa rispettare la giusta sequenza temporale, o forse non ne siamo proprio capaci”.
E le implicazioni di questa concezione sono ancora più profonde. Se passato e presente convivono, perché non dovrebbero farlo la vita e la morte — o meglio, i vivi e i morti? Compare in questo romanzo un’idea che tornerà, e con altra potenza, nei successivi dell’autore: “Qualcuno ha detto che la vita e la morte procedono una accanto all’altra e tra loro non c’è che una parete sottile, per questo a volte vediamo le ombre del regno dei morti”. La prima notizia che ci viene data sul paese è che non ha cimitero né chiesa; il primo personaggio a comparire è il direttore del Maglificio, che dopo aver sognato in latino (“Tu igitur nihil vidis?”) abbandona una vita affermata per studiare il cielo stellato. Non dovrebbe forse stupire che la morte e la volta celeste siano connesse “qui in Islanda, in questo briciolo di terra sotto il cielo che si spalanca infinito”: più che naturale immaginare che chi si sbriglia dal legame terreno salga agli spazi siderali.
E proprio l’Astronomo rispecchia “uno dei sogni giovanili dell’autore, [che] si era iscritto alla facoltà di fisica per poi scoprire che a interessarlo veramente era il valore poetico dell’astronomia” (dalla postfazione di Silvia Cosimini). Jón Kalman (e sia chiaro una volta per tutte, i patronimici islandesi non sono cognomi e non possono essere usati come tali: si usa il nome completo o il nome proprio, come nel caso di una certa Björk) ha svolto in gioventù varie occupazioni, non si è laureato, ha cambiato residenza più volte, e in generale ha dimostrato che a interessarlo veramente è conoscere la vita per poterne scrivere, e che unicamente questa è la sua vera vocazione: prova ne siano i nove romanzi pubblicati in quindici anni. Luce d’estate è il sesto e quello del riconoscimento in patria, dove ha vinto il Premio Islandese per la Letteratura, e all’estero, dov’è stato tradotto e ammirato. Tuttavia, nonostante la qualità raggiunta, lo stile mostra ancora alcune incertezze, e la prosa non è ancora affinata in quel flusso magistrale, sinuoso e poetico che solo due anni dopo avrebbe graziato il successivo Paradiso e inferno. Naturalmente, la conditio sine qua non di queste considerazioni è l’ennesima, riuscitissima traduzione di Silvia. Se Jón Kalman manterrà questi ritmi, metterà a dura prova i suoi traduttori; se manterrà questa qualità, metterà a dura prova i suoi colleghi.

Jón Kalman Stefánsson
Luce d’estate ed è subito notte
(2005)
traduzione e postfazione di Silvia Cosimini
pp. 304, €16
Iperborea, 2013

Giudizio: 4/5.

Sigur Rós, Kveikur

Pubblicato il 16 luglio 2013 su La Balena Bianca.

Come se Jonny Greenwood avesse lasciato i Radiohead. Questo ho pensato alla notizia che Kjartan Sveinsson, tastierista, polistrumentista, arrangiatore e membro fondatore dei Sigur Rós, avrebbe lasciato il gruppo per perseguire la carriera solista — Kjartan come Greenwood è autore di colonne sonore. Che effetti avrebbe avuto sull’alchimia del gruppo la defezione del membro forse musicalmente più maturo? La risposta non ha tardato ad arrivare.
Il Palazzetto del Turismo di Jesolo (VE) dev’essere la più improbabile delle location per un concerto dei Sigur Rós, una scelta azzardata che è risultata in uno degli eventi musicali più surreali a cui mi sia capitato di assistere. Tuttavia il tour d’inizio 2013 ha mostrato una formazione in grande spolvero; ad affiancare i ‘tre membri superstiti’ due strumentisti (Ólafur Björn Ólafsson e Kjartan Dagur Hólm), una sezione fiati femminile e le Amiina agli archi: in totale una dozzina di musicisti sul palco. È possibile farsi un’idea di questa formazione grazie al Kveikur Live 360°, registrato il 2 luglio a Dresda utilizzando speciali telecamere a 360° che permettono di “spostarsi” interattivamente sul palco tra i musicisti.
Il tour è stato anche l’occasione di presentare in anteprima i brani del nuovo album, a meno di un anno di distanza dal precedente Valtari, da più parti considerato deludente: un disco irrisolto, infelicemente sospeso in un limbo tra canzone e musica ambient — nonché molto complicato da portare in tour: solamente un brano dell’album era incluso nella scaletta del concerto. Il periodo di stanchezza compositiva sarebbe proseguito? Scuri, potenti, muscolari, i quattro brani inediti lasciavano intuire un autentico nuovo corso, un’oscillazione del pendolo nell’ispirazione del gruppo. Retrospettivamente, considerando che a suo tempo Valtari fu annunciato come “un lento decollo verso qualcosa”, è difficile non immaginare che quella direzione fosse Kveikur.

Sigur Rós a Jesolo (VE), 18 febbraio 2013

Scelta come primo singolo, accompagnata da un video dai toni post-apocalittici (un immaginario per la verità un po’ trito), l’iniziale Brennistein dimostra che ad affacciarsi dall’oscurità della copertina è una presenza affatto accomodante: le frequenze di quella che pare un’esplosione preannunciano una linea di basso emersa direttamente dalle fondamenta della terra, e melodie limpide e scure come una sorgente sotterranea. La successiva Hrafntinna, il brano migliore dell’album con il suo incedere solenne che si stempera in una struggente coda per soli fiati, conferma che alla dimensione fortemente percussiva se ne affianca una melodica maestosa e non meno prominente.
Se a lungo i Sigur Rós hanno tessuto la migliore colonna sonora per i paesaggi vulcanici della loro terra, ora sembrano reclamare la potenza tellurica e primigenia che li ha creati. E ad evocare la metafora geologica sono i titoli dei brani stessi: ‘brennistein’ è lo zolfo, ‘hrafntinna’ l’ossidiana (curiosamente Obsidian è il titolo del nuovo, plumbeo album di Baths, pubblicato poche settimane prima di Kveikur).
Il secondo singolo Ísjaki mostra un altro aspetto dell’album, che si rivelerà preponderante: a marcare il nuovo corso non sono tanto i brani pesanti —alcuni non lo sono affatto— quanto quelli diretti: c’è una vocazione pop nella ripetitività della ritmica e nella ricercata semplicità delle strutture. Un’ideale prosecuzione della direzione intrapresa con Takk, che potrebbe deludere i nostalgici dell’afflato sperimentale (e a volte acerbo, per la verità) di Ágætis byrjun. Ma se all’epoca frasi melodiche di grande bellezza si affastellavano occasionalmente in una maldestra cacofonia massimalista, una delle qualità che il gruppo ha guadagnato nel tempo è la maestria nella stratificazione sonora, tesa qui a dare il massimo risalto a melodie mozzafiato.
Kveikur è stato descritto come il più cupo degli album dei Sigur Rós; ma brani solari come Stormur e Rafstraumur, ricchi di melodie e propulsione ritmica, sono pronti a riempire l’estate come a suo tempo Gobbledigook e Við spilum endalaust.

Il bilancio del disco è di aver raggiunto una nuova alchimia tra gli elementi costitutivi del suono dei Sigur Rós, un equilibrio inedito e tra i più riusciti.

 Sigur Rós
Kveikur
XL, 2013

Giudizio: 4/5.

Hávamál: I detti dei Vichinghi

HávamálVeste grafica accattivante, titolo altisonante, prezzo irrisorio.
Come potevo esimermi dall’acquisto?

Oltretutto la casa editrice Guðrún è islandese, il testo è stampato sull’isola e l’introduzione è di Mattias Viðar Sæmundsson, accreditato come docente di letteratura islandese all’università d’Islanda.
Presupposti per un’edizione se non critica quantomeno seria.

Con il passare delle (ben poche) pagine, tuttavia, cresce il sospetto che il paragone con “l’antico libro cinese del Tao” sia meno un’affascinante suggestione che non un furbo tentativo di autopromozione. E che l’intera operazione sia in effetti molto dubbia.
A lasciare perplessi sarebbe bastata la totale assenza del testo originale; non che io sappia leggere l’antico norreno, ma sarebbe stata una prova di buona volontà, a costo zero e nello stesso numero di pagine: le ampie campiture bianche avrebbero potuto ospitare comodamente anche le strofe originali. E un po’ di filologia germanica non è oltre le mie competenze.
La traduzione peraltro non è nulla di che; non si capisce poi il motivo dell’uso sistematico delle forme tronche tipo “uom” e “ognun”, dato che la versione italiana (come la norrena, ovviamente) non è scritta in metrica.
Tremendi e del tutto superflui i titoli aggiunti alle strofe, con capolavori di anacronismo quali “il naif”. Ad essere naif è l’edizione, per Odino.

Non mi dà fastidio invece il fatto che si tratti di una sola parte, la seconda, dell’Edda poetica. Lo si è fatto per la Völuspá, quindi perché non per lo Hávamál? Gravissima e assolutamente arbitraria è piuttosto la decisione di pubblicare solamente le prime 76 strofe (laddove la 76esima è la più nota dell’intero carme) sulle 165 del testo integrale.

Segnalo per scrupolo che sono disponibili in rete alcune traduzioni italiane con testo a fronte dello Hávamál:
http://edda-antica.blogspot.it/2012/10/havamal-il-discorso-delleccelso.html#
http://bifrost.it/GERMANI/Fonti/Eddapoetica-2.Havamal.html

Nella peggiore delle ipotesi, ho regalato €2 al Libraccio.

Hávamál: I detti dei Vichinghi
traduzione di Paolo Maria Turchi
pp. 98
Guðrún

Giudizio: 1/5.

Jean Toomer, Canne

Un capolavoro assoluto, un’opera unica in quello che forse fu il decennio d’oro della narrativa statunitense; qui pubblicato in un’ottima edizione.
Dicono sia fuori catalogo; ma se vi capita per le mani (biblioteche, bancarelle, prestiti, furti) questo è un libro che vale assolutamente la pena di leggere.

Nathan Eugene “Jean” Toomer, nipote per parte di madre del primo governatore di colore della Louisiana (che guardacaso fino a quel momento si era dichiarato bianco), passò infanzia e giovinezza attraversando la color line razziale, considerato di volta in volta “black” oppure “white” come già i suoi genitori prima di lui. Di qui il suo desiderio di unità universale. Il nome stesso che si scelse, sebbene ispirato ad attori francesi, indica un desiderio di superare i confini di genere.
Un’esperienza ormai proverbiale come insegnante a Sparta, Georgia, risvegliò il senso di appartenenza alla cultura afro-americana, che lui considerava morente a causa dell’enorme esodo (The Great Migration) dal sud rurale ma segregazionista al nord urbano e ricco, cosmopolita ma alienante. Di qui l’urgenza di fissare nella letteratura una cultura al tramonto.
La Great Migration creò le condizioni per una delle maggiori esplosioni culturali della storia staunitense, la Harlem Renaissance. Toomer superò in corsa i maggiori esponenti del movimento pubblicandone la migliore opera già nel 1923; salvo poi rinnegare l’etichetta di scrittore afro-americano. Per questo motivo litigò con Alain Locke, che nel 1925 lo incluse nell’antologia manifesto del movimento, The New Negro, e ruppe l’amicizia con Sherwood Anderson, il cui Winesburg, Ohio era stato una grande ispirazione per Cane (andò meglio con un altro esponente del local color, Waldo Frank, a cui è dedicata la parte terza dell’opera).
Entro la fine degli anni ’20 Toomer aveva perso interesse per la letteratura, dopo aver pubblicato uno dei migliori testi di un decennio che pure vide molti dei più grandi romanzi del secolo (tra gli altri quelli di Faulkner, Fitzgerald e Hemingway, tanto per non uscire dai confini nazionali).

Cane è un libro unico, sui generis, a partire dalla struttura.
Non è un romanzo. La Harlem Renaissance ne produsse pochi e tardi, e questo è un tratto comune ad altri ‘rinascimenti’ letterari (ad esempio la nahḍah araba del diciannovesimo secolo): un romanzo ha bisogno di tempo per essere letto e ancor di più per essere scritto. Altri generi sono di più immediata fruizione: poesia, racconto, eventualmente il teatro; forme brevi che si prestano alla pubblicazione su rivista prima che in volume. Cane contiene tutti questi generi.
È diviso in tre parti; le prime due sono costituite da racconti e poesie, alternate secondo uno schema fisso (nella seconda parte i racconti sono occasionalmente sostituiti da poemi in prosa). La terza parte è occupata da un testo teatrale, Kabnis.
Ciascuna delle tre parti ha una diversa ambientazione: il sud rurale nella prima, il nord urbano nella seconda (soprattutto Chicago e Washington DC, curiosamente non la New York della Harlem Renaissance); mentre la terza parla di un giovane insegnante, educato al nord, cui viene assegnata una cattedra in Georgia, dove riscopre la cultura degli africani d’America—quest’ultima parte contiene evidenti elementi autobiografici. Qualcuno si è spinto a proporre una interpretazione per generi musicali di questa tripartizione: blues, jazz, spiritual (il ritorno alle radici).
Toomer mira dunque a salvaguardare il patrimonio di un popolo che si era affrancato solo parzialmente dalla schiavitù, un patrimonio in buona parte orale di canzoni e folktales. Ma vuole farlo con mezzi d’avanguardia. Il suo è un testo profondamente modernista: Toomer adorava Joyce e Dubliners fu uno dei suoi punti di riferimento, e forte è anche l’influenza imagista. Senonché spesso le sue poesie sono migliori di quelle imagiste… Non è un caso, ad ogni modo, che l’autore cogliesse volutamente ispirazione dalle più innovative raccolte di racconti e di poesia di quegli anni.

Lo sperimentalismo si spinge fino a confondere i limiti dei generi letterari: spesso le storie brevi contengono delle strofe in poesia, le cui frasi sono a loro volta riprese anche in prosa. Le storie hanno un forte componente lirica, mentre le poesie sono discorsive e in versi liberi (l’ammirazione per Whitman è palese fin dalla citazione nel titolo: le canne da zucchero come le foglie d’erba). I poemi in prosa sono una roba indescrivibile. “Bona and Paul”, il racconto che conclude la seconda parte, potrebbe essere considerato un play nonostante l’ingombrante presenza di una voce narrativa, che del resto ritorna anche nel seguente “Kabnis” (è forse ipotizzabile per questo dettaglio l’influenza di Thornton Wilder, che completerebbe anche nell’ambito teatrale il contesto di innovazione).
In questo delirio avantgarde, immagini e topoi letterari ritornano silenziosamente da un pezzo all’altro, stabilendo legami tematici sotterranei ma saldi.
Toomer ha un’abilità impressionante nel restituire la vividezza delle esperienze sensoriali che descrive: suoni, rumori, melodie e sensazioni tattili; su tutte l’odore e il sapore dello sciroppo della canna da zucchero che dà il titolo all’opera. Oltre naturalmente ad un’intera gamma di stati d’animo, di blues.

Potrei sperticare le lodi di quest’opera ancora a lungo, ma farei bene a fermarmi qui.

Marsilio
In chiusura vorrei sottolineare che questa è un’edizione ottima, che farebbe la felicità degli addetti ai lavori. Non a caso la Marsilio è veneziana e le sue scelte editoriali sono influenzate da ca’ Foscari, i cui professori fungono spesso da editori. In questo caso il contributo è particolarmente significativo: Werner Sollors è uno dei massimi esponenti dei race studies, particolarmente in ambito afro-americano; io ho potuto seguire alcune sue lezioni a Venezia. La sua introduzione è imperdibile.
Utile anche la bibliografia.
La traduzione una volta tanto è ben fatta e precisa; inevitabilmente la musicalità dell’originale va perduta, ma le numerose sfumature di significato si possono cogliere appieno. Inclusi alcuni sottintesi che in inglese mi erano sfuggiti… Il testo a fronte è l’ideale per tutti: chi non sa l’inglese, chi vuole esercitarsi e chi è curioso di scoprire le soluzioni adottate dalla traduttrice.

Jean Toomer
Canne (1923)
traduzione di Daniela Fink, introduzione di Werner Sollors
pp. 408, fuori commercio
Marsilio, 1993

Giudizio: 5/5.

Gianni Celati, Quattro novelle sulle apparenze

A due anni di distanza dai brevissimi racconti di Narratori delle pianure, Celati proseguì la sua seconda maniera narrativa con la pubblicazione nel 1987 di una nuova raccolta: quattro novelle (circa 30 pagine ciascuna) “che possono essere ricondotte alla tradizione della novella filosofica”, come dice la quarta di copertina. Di nuovo una pluralità di narrazioni quindi, più approfondite e al contempo più enigmatiche delle precedenti.
Ancora una volta torna la dimensione orale del raccontare; ma soprattutto torna il senso di degrado, squallore e impotenza della Padania di Celati. Per i lettori con un minimo d’empatia questa è una lettura dura: è necessaria molta empatia per cogliere i rari, brevi momenti di poesia e bellezza.

Baratto
È il nome del protagonista, la cui situazione domestica suggerisce immediatamente un certo squallore, in cui lui comunque sembra vivere sereno. Così come serena è la sua improvvisa decisione (che non svelo), drastica ed apparentemente immotivata, fonte di perplessità, disagio ma anche ammirazione nei suoi conoscenti. Una curiosa metafora della comunicazione.
Incipit tipicamente celatiano: “Racconterò la storia di come Baratto…”
La narrazione è comunque chiaramente anti-realistica: gli amici di Baratto si chiamano Bicchi e Bertè, ed ogni personaggio è identificato solo dal cognome (usati anche dalle mogli con i propri mariti).

Condizioni di luce sulla Via Emilia
La novella più triste e più poetica delle raccolta, probabilmente la più bella.
Le condizioni di luce del titolo sono quelle provocate dal traffico pesante sulla Via Emilia, una “nube micidiale” di smog che causa fenomeni ottici strani e innaturali. L’ambientazione è quindi la ‘città diffusa’, una terra di nessuno anonima e alienante, fatta di capannoni industriali e discariche di rottami, cipressi d’Arizona trapiantati e “dispersi” e piante bruciate dalle piogge acide, case coloniche abbandonate in favore di palazzine in stile “geometrile” e colline affettate “per ricavarne argilla e farne piastrelle”.
Al degrado ambientale corrisponde da subito, specialmente in questa novella, un decadimento linguistico, una povertà d’espressione che si nota in espressioni come ‘scintillazione’ e ‘disfazione’ anziché scintillio e disfacimento. Le condizioni di luce hanno a loro volta conseguenze negative sulla psyche delle persone che abitano in questi “luoghi che non erano luoghi, solo sfilze di palazzine e colori acrilici”.
Il protagonista, Emanuele Menini, è un pittore di paesaggi per vocazione e un dipintore d’insegne per lavoro, dotato di una sensibilità quasi impressionistica per la luce naturale: un poeta tormentato e fuori posto nell’ambiente appena descritto. Menini cerca caparbiamente un angolo nitido, sereno, pacifico, sebbene lui stesso sembra non avere le parole per esprimere questo anelito. Alla fine la sua recherche avrà successo, in una rivelazione delicata e toccante nella sua quotidianità.
Struggente.

I lettori di libri sono sempre più falsi
Il racconto che tutti i venditori di libri porta a porta dovrebbero leggere. Dico sul serio: la prossima volta che qualcuno vi entra in casa nel tentativo di appiopparvi un qualche volume, mettetelo alla porta (gentilmente, s’intende) con una copia di questa novella. Specialmente se si tratta del tipo di persone che i libri non li legge ma si limita a venderli.
L’ambientazione questa volta sono le periferie di Milano, descritte in termini davvero deprimenti; tanto che il lettore arriva a chiedersi come riescano i personaggi a (soprav)vivere in un ambiente umano simile, praticamente impossibile da sopportare.

Scomparsa di un uomo lodevole
In cui l’uomo lodevole del titolo è il narratore e protagonista: un quarantenne residente nelle periferie borghesi di Parigi (Neuilly-Sur-Seine, dove le carote sono “color carota”), figlio di immigrati italiani, che odia a morte (letteralmente) il figlio adolescente, i vecchi genitori e sotto sotto anche se stesso. Un personaggio quietamente disperato, impiegato in una fabbrica di contenitori di alimenti che vende senza averli mai visti.
La crisi di mezz’età forse più surreale che mi sia capitato di leggere, e una delle più lievi dopo i due racconti precedenti. Fino ad una conclusione sconclusionata e poetica.

Gianni Celati
Quattro novelle sulle apparenze (1987)
pp. 128, €7
Feltrinelli, 2002

Giudizio: 3/5.

Gianni Celati, Narratori delle pianure

I racconti di questa raccolta segnarono nel 1985 la seconda maniera narrativa di Celati, dopo i romanzi dei ’70, cui aveva fatto seguito un periodo dedicato all’insegnamento ed alla saggistica (v. Finzioni occidentali). Frutto del periodo al DAMS dirante il ’77 bolognese è il volume collettivo Alice disambientata
Nel nuovo decennio il suo stile era cambiato, ed alle voci narrative sguaiate, sgrammaticate, esuberanti dei Parlamenti buffi fanno seguito queste storie asciutte, terse, ma ormai prive d’innocenza, e che avrebbero trovato ulteriore sviluppo nelle Quattro novelle sulle apparenze (1987).

A segnare la continuità con il passato è però il titolo stesso, la cui semplicità cela significati profondi: lo scrittore afferma di aver raccolto personalmente queste storie; e il libro è dedicato proprio a chi le ha raccontate a lui. Dovremmo quindi credere che siano testimonianze autentiche, e non invenzioni dell’autore? Alcune sono presentate come leggende che circolano in un certo luogo. Ci sono perfino delle ghost stories.
Ed a conferma del valore testimoniale, nella sequenza dei racconti è nascosta una trilogia autobiografica, sulla vicende storiche della famiglia Celati. Ad ogni modo il titolo sottolinea pluralità e oralità delle voci narranti. L’elemento che le accomuna, anch’esso citato nel titolo, è geografico: ancora una volta per Celati la vera protagonista è la val Padana emiliano-lombarda. I racconti sembrano organizzati proprio secondo un criterio geografico, lungo il corso del Po: dalla Lombardia seguendo la Via Emilia fino alla foce e al delta.
In apertura c’è una mappa con tutti i luoghi descritti nei racconti.

Ma pare che, a metà degli Ottanta, i narratori di Celati non abbiano più le parole adeguate per esprimersi, oltre che per raccontare anche solo a se stessi la propria interiorità, i propri sentimenti, i dubbi, i problemi.
Per quanto strampalata e sbilenca fosse la voce di Garibaldi in La banda dei sospiri (1976), la sua capacità narrativa non era inadeguata o insufficiente; il suo vocabolario era ricco, sebbene questa ricchezza venisse abilmente dissimulata da Celati.
Dieci anni dopo siamo di fronte ad un autentico degrado linguistico, specchio di un diffuso degrado umano: squallore, solitudine, alienazione, noia, egoismo, bassezza morale, e su tutto la generale incapacità di fare fronte a questi problemi, un grande senso di smarrimento. Non a caso, in uno dei primissimi racconti, la protagonista si trasferisce dai sobborghi di Los Angeles a Bollate: dallo sprawl losangelino a quello padano.
Il finale dell’ultimo racconto è agghiacciante.

Molto bella la foto di copertina, frutto della collaborazione che proprio in quel periodo Celati andava sviluppando con alcuni fotografi.

Letto più volte, assieme ad altri dello stesso autore, per un corso tenuto da Enrico Palandri (un ex-alunno di Celati). Non ho il volume sotto mano, ma ho ritrovato i miei appunti & ne ho approfittato per scrivere una recensione.

Gianni Celati
Narratori delle pianure (1984)
pp. 158, €8
Feltrinelli, 2003

Giudizio: 3/5.

Gianni Celati, La banda dei sospiri

E questo è il famoso sonno della giovinezza quando si fanno tanti sogni, e poi qualcuno riesce a svegliarsi e altri no”.

Seconda parte della trilogia composta da Le avventure di Guizzardi (1972), La banda dei sospiri (1976) e Lunario del paradiso (1978), riunita nel 1989 sotto il titolo di Parlamenti buffi.

Uno dei libri più divertenti mai letti.
È un romanzo di formazione, anche se me ne sono accorto dopo un pezzo. È anche uno dei più belli, e pure questo io l’ho capito tardi. Perché Celati è un maestro della dissimulazione.

Il libro è il racconto in prima persona di  un bambino (soprannominato Garibaldi “perché corre sempre”) della propria infanzia e giovinezza, e delle persone che la popolano. La galleria dei personaggi è impagabile; nessuno ha un nome proprio, solo soprannomi. L’indolente fratello maggiore di Garibaldi addirittura li cambia a seconda delle sue letture più recenti: prima Strogoff, poi Nemo e infine Fogg. Il padre, guardia notturna perennemente inviperito con i superiori, viene chiamato Barbarossa per il carattere irascibile. Molti soprannomi poi sono cinematografici: l’aiutante della madre sarta è chiamata Veronica Lake (con prevedibili conseguenze sui maschi della famiglia, quando lei si trasferirà in casa…), il fratello di lei Alan Ladd.
Spesso Garibaldi, a causa della giovane età, non capisce appieno le situazioni in cui si trova coinvolto, generando equivoci che per le risate faranno rovesciare dalla sedia i lettori: ad esempio nei suoi primi approcci sessuali…

Ma, come dicevo, Celati è un maestro della dissimulazione.
La voce narrativa di Garibaldi è colloquiale, bassa, sgrammaticata: uno slapstick assolutamente esilarante. Eppure dissimula un vocabolario ricco per quanto strampalato. L’immediatezza della narrazione cela una ricerca ed uno studio accurati; tra le righe del racconto di Garibaldi bambino va spesso ricostruito il non detto. Come nel caso dello zio d’Australia, fratello di Barbarossa e “un bel po’ ammalato di politica, che in Australia non si trovava bene perché il governo voleva assassinarlo” la cui bella moglie è vedova di un altro emigrante “morto laggiù di crepacuore assassinato dal governo”. E questo è solamente un esempio di quanto sia smaliziato Celati, e di quale sia la sua maestria nel filtrare il tutto attraverso lo sguardo di Garibaldi.
Il titolo stesso cela più di un significato.
La banda dei sospiri non è solo la sgangherata famiglia perennemente afflitta di Garibaldi, ma anche il nastro magnetico su cui il racconto del narratore, ovviamente orale, viene registrato. Allo stesso modo i Parlamenti buffi non sono curiosi assembramenti politici quanto racconti, chiacchiere, parole nel registro basso. Non a caso, nella copertina dell’edizione Feltrinelli Impronte 1989 c’è un quadro di Pieter Bruegel, Giochi di fanciulli del 1560.
Non sono sicuro che quell’edizione sia ancora reperibile, ma il libro è nel catalogo Feltrinelli—sebbene fosse stato pubblicato in origine da Einaudi, probabilmente per intercessione di Calvino, a cui Celati era legato da ammirazione e stima reciproca. I parlamenti buffi sono infatti dedicati alla memoria di Calvino.

Ho letto il libro per un corso universitario: Enrico Palandri, il professore, era un ex-allievo di Celati,  e questo ha creato un curioso corto circuito docente/studente. Mentre preparavo l’esame nella biblioteca umanistica dell’università, nella sala al primo piano (molto più tranquilla di quella al pian terreno, dove per forza di cose c’è sempre un certo via vai di gente che entra ed esce), non riuscivo a smettere di ridere ogni due paragrafi.
Il libro ho dovuto portarmelo a casa.
Mica potevo continuare a ridere a quel modo.
Non in pubblico!

Gianni Celati
La banda dei sospiri: Romanzo d’infanzia, in Parlamenti buffi
pp. 400, €16,53
Feltrinelli, 1989

Giudizio: 4/5.