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Liu Yichang, Un incontro

Hong Kong Blues.

Liu Yichang, nome d’arte di Lau Tongyi, 92enne romanziere nativo di Shanghai e residente a Hong Kong, deve la fama internazionale a quest’unico racconto, cui è ispirato In the Mood for Love (2000) di Wong Kar-wai. Da un altro romanzo di Liu Yichang, Il bevitore, è tratto il film seguente del regista, 2046.

Purtroppo né Il bevitore2046 sono disponibili in biblioteca, quindi il confronto multimediale si limiterà a Un incontro e In the Mood for Love. Wong ha azzeccato una serie di scelte, che dovrebbero fare scuola:
• un testo buono, ma non un capolavoro; in modo da assicurarsi un margine di miglioramento. Possibilmente uscire perfino vincente dal paragone con l’originale.
• un racconto e non un romanzo. Di conseguenza il film aggiunge dettagli ed episodi, al contrario di quanto solitamente accade con le trasposizioni cinematografiche.
• ispirazione e non trasposizione. La trama del film è molto diversa da quella del racconto.

I protagonisti della storia sono Chunyu Bai, un uomo ormai stagionato, e Ya Xing, una giovane non ancora adulta. Lui vive di ricordi, lei di sogni. Passato e futuro: nel corso di una giornata dei primi ’60 si sfiorano ripetutamente sulle strade di Hong Kong, senza mai toccarsi, senza un vero contatto. Lei è nata nella città; lui vi si è trasferito dalla nativa Shanghai vent’anni prima, con il peggiorare della “situazione al fronte, a nord del fiume Yangzi”. Chunyu Bai ripensa costantemente a quel periodo: ondate d’immigrati, sovraffollamento, boom edilizio, mancanza di lavoro, speculazione. Si trova a rimpiangere l’epoca delle palazzine costruite di scarti edilizi a Kowloon, ora rimpiazzate dai grattacieli.

Ascoltare Wu Yingyin che cantava “Al chiaro di luna penso al mio amore lontano” in una sala da ballo di Shanghai gli provocava uno stato d’animo completamente diverso dall’ascoltare Yao Surong cantare “Oggi non torno a casa” in un ristorante di Hong Kong. Era diverso perché i tempi erano cambiati. L’epoca per la quale Chunyu Bai provava nostalgia era definitivamente passata. Nulla di quello che l’aveva caratterizzata era sopravvissuto. Poteva cercare la felicità perduta soltanto nel ricordo. Ma quella memoria era come una vecchia fotografia sbiadita, velata e irreale. Mentre ascoltava la canzone di Yao Surong, ripensò a quell’epoca ormai svanita. Un passato che poteva vedere attraverso un vetro polveroso, ma non poteva afferrare. E tutto quello che vedeva era sfocato.

Inevitabile chiedersi quanto di autobiografico Liu Yichang abbia messo nei suoi ricordi.
Nonostante le apparenze, questo racconto è una riflessione su Hong Kong e sulla sua storia. Il commento sociale va in profondità, com’è chiaro dal simbolismo già esposto.

Wong Kar-wai ha riproposto a suo modo la riflessione sulla città, spersonalizzandola, riposizionandola nell’intera vicenda, nei suoi dettagli: stanze subaffitate a giovani coppie, diverse tradizioni delle varie comunità di immigrati, cibo ― il progetto originario del regista era narrare i mutamenti dei rapporti interpersonali, specialmente tra i sessi, mediante il cibo ed alcune innovazioni come il bollitore per il riso e le tagliatelle istantanee. Ma nel film manca l’immagine potente del passato e del futuro di HK che si sfiorano senza incontrarsi, senza conoscersi e ri-conoscersi (inoltre al racconto darei una stella in più solamente per l’immagine finale).
In the Mood for Love ha altri meriti: in primis l’atmosfera d’antan rarefatta, languida, sospesa, elegante. Quell’atmosfera è assente nel testo, e chi ha visto la pellicola ne sentirà la mancanza. Il racconto ha una sua eleganza, un suo registro dimesso, ma alcune ripetizioni stancano pur nella brevità del testo: chissà com’è l’originale cinese.
Per inciso, Wong Kar-wai ha poi proseguito il sottile commento sulle vicende di HK: il 2046 segnerà la fine dei 50 anni di autogoverno garantiti alla città dall’autorità cinese.

In occasione dell’uscita del film, Wong ha curato un’edizione a tiratura limitata del racconto, corredato da immagini del film e da un’intervista a Liu.

Da parte sua, Einaudi non ha mancato di sfruttare l’hype: fascetta pubblicitaria, fotogramma in copertina (molto bello tra l’altro) e in quarta un blurb della Aspesi per il film.

Liu Yichang
Un incontro
traduzione di Maria Rita Masci
pp. 76, €8
Einuadi, 2005

Giudizio: 3/5.

Tahar Ben Jelloun, Fuoco

Pubblicato il 31 agosto 2012 su Cabaret Bisanzio.

Nell’epoca degli Hunger Games della finanza transnazionale, in cui intere economie offrono docilmente in pegno l’erosione dei diritti e delle libertà dei propri cittadini, è stata e continua ad essere una sorpresa per molti che le più imponenti manifestazioni popolari degli ultimi anni abbiano avuto luogo in paesi arabi tradizionalmente retti da regimi autoritari, piuttosto che nelle democrazie occidentali: Tunisia, Egitto, Libia, recentemente la Siria.
La verità è che la protesta popolare covava da tempo sotto la cenere in quei paesi, ed è bastata una scintilla per incendiarla. Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino residente a Parigi, fornisce un resoconto di quella scintilla iniziale in questo testo agile, pubblicato da Gallimard nel primo anniversario della primavera araba. Il fuoco del titolo è quello della foto di copertina: “Mohamed Bouazizi si dà fuoco nella piazza di Sidi Bouzid, 17 dicembre 2010”.

Il gesto di estrema, disperata protesta personale che avrebbe innescato gli eventi della primavera araba, cambiando la Storia, fu la fine dell’inizio. Jelloun evita ogni retorica, e piuttosto che dilungarsi su fatti universalmente noti preferisce raccontare quello che li ha preceduti: gli ultimi giorni di vita del tunisino Bouazizi, le cause dell’irrimediabile epilogo.

 Alla morte del padre, Mohamed si ritrova in quanto primogenito a dover provvedere alla famiglia: cinque tra fratelli e sorelle minori, oltre alla madre diabetica. È laureato in storia ma non ha mai ottenuto un impiego, nonostante le numerose proteste davanti al ministero dell’economia. Il giorno stesso del funerale, brucia il suo diploma. Deluso, scoraggiato, è costretto a riprendere il carretto della frutta che era stato del padre. Gli studi, i sacrifici, le speranze di ascesa sociale sono stati inutili: la povertà è una condanna, e la vita di Mohamed diventa una serie di rinunce ed espedienti quotidiani.
E questi non sono nemmeno i suoi problemi peggiori. Ben più gravi sono le continue vessazioni che il giovane è costretto a subire da parte della polizia. Viene tormentato dagli agenti perché si rifiuta (oltre a non potersi permettere) di corromperli, e fa orecchie da mercante al velato suggerimento di diventare informatore. È quindi costretto a “fare il mercante ambulante, dato che tutte le buone posizioni erano occupate da coloro che collaboravano con la polizia”. Gli abusi si ripetono, tra insulti e continue intimazioni a spostarsi altrove; fino ad una confisca del carretto, totalmente arbitraria. A quel punto, le proteste di Mohamed al commissariato e le richieste di esser ricevuto dal sindaco sono inutili. Si convince quindi di avere una sola opzione: “Se avessi un’arma, la scaricherei tutta su questi stronzi. Non ho armi, ma ho ancora il mio corpo, la mia vita, la mia fottuta vita… è questa la mia arma…

Raccontando di Bouazizi, Jelloun ritrae con una prosa asciutta e senza sbavature la vita dei tunisini sotto il regime di Ben Ali: soprusi e prepotenze di politici e polizia da una parte, e dall’altra l’estrema povertà, ma anche la solidarietà della gente comune. La polizia in borghese è ovunque, lo spionaggio capillare: non appena Mohamed interrompe i contatti con il gruppo dei laureati disoccupati (probabilmente infiltrato o comunque controllato), riceve una visita dalle forze dell’ordine; subito dopo aver incontrato di nuovo uno dei vecchi compagni di lotta, viene interrogato e picchiato. “Ti conviene darti una calmata perché in questo paese, quando la polizia ferma qualcuno, non si sa in quali condizioni lo rilascia”, gli consiglia un vicino di casa. Spesso Jelloun lascia parlare i fatti: “A casa, la vecchia televisione era accesa. Una trasmissione stava celebrando i trent’anni di regno del Presidente della Repubblica”. A tratti la ricostruzione ricorre ad un simbolismo poetico di grande efficacia: nel corso di una retata contro un gruppo di giovani venditori ambulanti, un dvd di Spartacusfinisce spiaccicato sotto le ruote del furgoncino”.

E celebrando Bouazizi, uno studente di storia che ha fatto la Storia solo dopo aver bruciato il proprio diploma, Jelloun ci ricorda che che c’è ben altro che dovremmo importare dal continente africano piuttosto che gli anticicloni e il petrolio libico.

Tahar Ben Jelloun
Fuoco
(2011)
traduzione di Anna Maria Lorusso
pp. 80, €8
Bompiani, 2012

Giudizio: 4/5.

Gao Xingjian e Claudio Magris, Letteratura e ideologia

Pubblicato il 28 marzo 2012 su Cabaret Bisanzio.

È vero che la società attuale accerchia l’uomo con numerose restrizioni, ma la libertà non è un diritto concesso gratuitamente, al contrario è costosissima ed è sempre condizionata. Solo la libertà spirituale dipende davvero dall’individuo ma, in cambio, impone all’uomo delle scelte personali. Così, ad esempio, lo scrittore può scegliere o no l’autonomia totale della sua creazione letteraria. Ed è dalla libertà spirituale che l’uomo, al pari della letteratura, trae la propria dignità”.

I due brevi testi di Gao Xingjian e Claudio Magris, qui pubblicati dalla Bompiani nella collana Grandi pasSaggi, si interrogano in un dialogo tra Oriente e Occidente sul significato della letteratura e sul suo rapporto con l’ideologia.

Gao, unico scrittore cinese ad aver ricevuto il Nobel prima del recente riconoscimento a Mo Yan, esordisce ricordando quanto sia stata diffusa nel Novecento la tendenza dell’ideologia, definita “il male del secolo”, a produrre, controllare e giudicare la letteratura. Nell’attuale era post-ideologica, in cui l’ideologia è stata rimpiazzata dall’interesse economico, compito della letteratura è ignorare le mode, ricercando invece realtà e sincerità. La letteratura, scrive Gao, trascende l’utilità pratica; il suo ambito non è l’agenda politica né la cronaca. Non ha un ruolo salvifico, non è collettiva né nazionale ma individuale: è la voce personale dell’autore. “Il valore unico della letteratura è costituito dalla voce dell’uomo reale”, e la sua forza sta nella profondità dello sguardo con cui lo scrittore osserva l’uomo. Al contempo, l’autore “non è l’incarnazione della verità o della giustizia” e ha debolezze come tutti, ma le trascende proprio nella scrittura. Gao mette in guardia anche da quello che definisce l’altro male del secolo, l’ipertrofismo dell’ego.

Un concetto ripreso anche da Magris nel suo saggio, chiaramente successivo: “in ogni scrittore serpeggia la tentazione denunciata da Miłosz, l’impulso a piangere più su se stessi che sui dolori altrui pur pianti nel proprio canto”. È sbagliato ritenere a priori che “l’ambigua categoria degli intellettuali” sia detentrice di una morale senza compromessi: anche grandi scrittori sono stati abbagliati dalle ideologie, dimostrandosi meno intelligenti e umani di molte persone prive di genio poetico. Tuttavia i migliori letterati del ‘900 sono stati ribelli e innovatori, coraggiosi testimoni di grandi cambiamenti “senza alcun rassicurante parapetto ideologico”. La letteratura obbedisce a una sua necessità personale, imponendosi all’occorrenza anche sulla volontà dell’autore.
Se in passato era necessario difendersi dalla pressione politica e ideologica sulla letteratura, oggi, nell’era del disincanto, manca piuttosto un’autentica passione civile e creatrice (e questa riflessione diventa particolamente significativa all’indomani della morte di Antonio Tabucchi). La letteratura impegnata tende a un coinvolgimento morale che è anche politico, in quanto “entra nella vita, nei pensieri, nei sentimenti della polis, della comunità”. Ogni romanzo è democratico, sostiene Magris, perché ci permette d’identificarci con quanti non conosciamo e di (com)patirli.
In questo senso, la letteratura è anche, necessariamente, al di là del bene e del male. Non predica ma mostra, come nelle opere di Conrad. Il suo scopo, dice Gao, non è la critica sociale né la proposta di una concezione del mondo; la sua testimonianza è unicamente estetica, offre associazioni d’idee sempre nuove ed emozioni infinite. Al contrario del filosofo, inoltre, la cui argomentazione prende avvio dalla critica, il romanziere offre una sua prospettiva, che non entra però in conflitto con quelle altrui, ma anzi se ne arricchisce.

(una riflessione di questo tipo nel mio piccolo la feci anch’io, quando scelsi la facoltà a cui iscrivermi).

Nella loro brevità i due saggi si rivelano densi, con una discorsività dello stile che previene la pedanteria. Particolarmente interessante si rivela un confronto fra i due testi: Magris da par suo inanella molte citazioni, principalmente di area mitteleuropea (è stato professore di lingua e letteratura tedesca); Gao invece non fa nomi, ma dipana il corso delle sue riflessioni con una levità tutta orientale.

Gao Xingjian, Claudio Magris
Letteratura e ideologia
traduzione dal cinese di Simona Polvani
pp. 64, €10
Bompiani, 2012

Giudizio: 4/5.

Péter Nádas, Amore

Pubblicato il 12 marzo 2012 su Cabaret Bisanzio.

Expressway to Yr. Skull

Péter Nádas (1942) è oggi annoverato tra i più importanti scrittori ungheresi contemporanei. Ha vinto numerosi premi, soprattutto in area mitteleuropea, e negli ultimi anni è stato costantemente sul punto di vincere il Nobel per la letteratura. Ma il riconoscimento internazionale è relativamente recente, e giunge dopo lunghi anni nei quali la sua produzione era ignorata in patria. All’inizio della sua carriera letteraria, d’altro canto, il rifiuto di collaborare con i servizi segreti del regime gli era costato l’impossibilità di pubblicare. Tanto che Amore, una novella completata dall’autore prima dei trent’anni, nel 1971, vide la luce solamente alla fine del decennio, nel 1979. L’opera viene ora pubblicata, nell’ottima traduzione di Andrea Rényi, dalla Zandonai di Rovereto, editrice ben nota ai cultori di lettere mitteleuropee. Dietro l’ennesima bella copertina si cela però un testo ostico, sperimentale, affatto accomodante.

I Love Her All the Time
Due giovani amanti, nella stanza di lei. Due rintocchi dal campanile della chiesa di fronte al palazzo. Lui è steso sul letto. Lei si riveste, esce in anticamera, torna con un cuscino per lui. Si risiede al tavolo e metodicamente svuota l’ennesima sigaretta, riempiendola poi di tabacco misto a erba. Si spoglia. I due fumano; lui esce sul terrazzo. Poco dopo la scena si ripete, punto per punto. Il libro si apre con un loop. Facile immaginare che i due giovani siano già alterati dalla droga ancor prima che la narrazione inizi. E l’uscita dal loop corrisponde alla discesa negli stati più profondi dell’alterazione.

Confusion Is Next
La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista, e si tratta di una scelta programmatica. Nel breve volgere di qualche pagina veniamo trascinati in un flusso di coscienza travolgente, deragliato, apparentemente senza controllo. Mentre lei si crogiola nel senso di benessere indotto dalla marijuana, lui precipita in un trip claustrofobico e ossessivo. Il libro è quindi più vicino a Paura e disgusto a Las Vegas che non a Timothy Leary, citato dal New York Times nella recensione all’edizione anglosassone della novella. L’intento di Nádas non è tuttavia quello di disegnare un viaggio dai colori lisergici, né tantomeno rappresentare la fine dell’era psichedelica; la sua è invece una disamina meticolosa dei tortuosi processi mentali del protagonista. Il senso di scollamento dalla realtà è descritto con grande efficacia, in lunghi brani che continuamente si avvitano su se stessi, anche tipograficamente: ogni nuovo paragrafo inizia nel punto della riga in cui si era concluso il precedente, con una soluzione avanguardistica che restituisce il torrenziale rincorrersi dei pensieri. Le pagine si susseguono, mentre il tempo sembra essersi fermato (o forse è l’orologio a mentire?), portando il protagonista a credersi pazzo: “Sembra che la follia non sia altro che l’eterna inconciliabilità con il tempo. Inconciliabilità con la certezza e l’incertezza”.

Protect Me You
Nella notte che lo farà dubitare di tutto, dello spazio come del tempo oltre che del suo stesso corpo, l’unica certezza è data dalla sua compagna, Éva. Quando lei si rende conto del malessere psichico del compagno si prende cura di lui, cerca di rassicurarlo:

Passerà sicuramente, caro. Non devi aver paura, prova soltanto a dormire. Tutto qui. Se invece provi a ricordare –ti dispiace se parlo? non ti dà fastidio?-, se provi a ricordare potrai renderti conto che non è successo nulla, abbiamo solo fumato, e quello che è successo dentro di te ne è solo la conseguenza, ma l’effetto passa, vedrai, e tornerai a vedere il mondo per quello che è. Ti dispiace se parlo?

Kill Yr. Idols
L’esperimento di Nádas è perfettamente riuscito; ma proprio per questo il libro non è una lettura piacevole, e può risultare irritante anche nella sua brevità. Non preoccupatevi: per quanto possa essere angosciante, il bad trip finirà presto.
E all’autore va reso merito di essere arrivato con una decina d’anni d’anticipo alla psichedelia compressa, ripetitiva, oscura, lancinante che avrebbe caratterizzato i primi dischi dei Sonic Youth. I titoli di alcune loro canzoni sembrano scritti appositamente per il libro: I Love Her All the Time, Confusion Is Next, I’m Insane, Shadow of a Doubt, Protect Me You. E, su tutte, il capolavoro: Expressway to Yr. Skull.

Péter Nádas
Amore
traduzione di Andrea Rényi
pp. 120, €13
Zandonai, 2012

Giudizio: 3/5.

Ivica Djikić, Cirkus Columbia

Romanzo corale sugli anni ’90 della comunità croata di Mostar, in Erzegovina. La vita paesana scorre indolente, rivelando bonarietà e piccoli battibecchi ma anche acredini, vigliaccherie, ingiustizie. Si susseguono, non sempre in ordine cronologico, vari episodi della vita degli abitanti del borgo.
Nel corso degli anni vediamo tornare gli stessi personaggi, cresciuti e ben, o più spesso mal, invecchiati; il loro è un microcosmo che rispecchia gli eventi storici. La prima manifestazione antiserba (nel gennaio 1990, all’inizio del decennio) è così estemporanea e sconclusionata da far sorridere; ma rappresenta, in retrospettiva, il primo segnale degli anni a venire: quando l’intolleranza razziale e religiosa interromperà di punto in bianco le relazioni tra vicini, e perfino tra amici d’infanzia.

La narrazione collettiva, i vari punti di vista e l’alternanza di tecniche narrative (epistole, diari, resoconti in prima persona, ed una sorta di voce collettiva del paese) creano un affresco frammentato e sempre parziale, che spetta al lettore ricostruire attentamente. Solo in questo modo è possibile seguire le vicende dei singoli personaggi nel corso degli anni, scoprendo una profondità ed una complessità non immediate.

Uno degli espedienti narrativi più efficaci di Djikić è dare sempre un nome ai suoi personaggi (e immagino che, se ne sapessi qualcosa, saprei capire chi è serbo, chi musulmano &c.): di modo che spedizioni punitive, voltagabbana opportunistici, brutture assortite, ma anche gesti modestamente umani, siano compiuti sempre da persone specifiche, che il lettore ha imparato a conoscere. Non è forse questo che succede, nella vita vera? Il tuo migliore amico si arruola nelle milizie croate e tu smetti di frequentarlo, perché sei musulmano.

Il film
Dal romanzo del 2003, il bosniaco Danis Tanović ha tratto nel 2010 un film omonimo, presentato anche alla Biennale di Venezia. Ho trovato molto significativo che la trasposizione di un romanzo croato fosse diretta da un bosniaco, con una produzione serbo-sloveno-bosniaco-franco-crucco-inglese…

Zandonai editore
http://www.zandonaieditore.it/
Questo è il mio primo romanzo jugoslavo. Anzi, il primo slavo in assoluto, se escludiamo una manciata di russi. L’editore è stata una scoperta per me (sì, lo so che ero l’unico a non conoscerlo ancora): splendide copertine, progetto grafico molto curato, traduzioni di qualità. Ho scoperto anche che la biblioteca cittadina ha molti volumi del catalogo della Zandonai: ne approfitterò nelle mie scorrerie balcaniche prossime venture.

Ivica Djikić
Cirkus Columbia (2003)
traduzione di Silvio Ferrari
pp. 136, €13,5
Zandonai,

Giudizio: 4/5.

Maeve Brennan, La visitatrice

Maeve Brennan (1917-1993), figlia del primo console della repubblica indipendente d’Irlanda a Washington, D.C., si trasferì negli States nel 1934 al seguito della famiglia, e vi rimase per tutta la vita.
Collaboratrice regolare di Harper’s Bazaar e del New Yorker, oltre che della rivista dublinese Social and Personal; nel corso degli anni ’50 e ’60 pubblicò alcuni racconti meravigliosi, magistrali, molto ammirati all’epoca anche da John Updike ed Alice Munro. Senza contare i suoi colleghi del New Yorker, nella cui redazione brillava per intelligenza, bellezza e stile. Cambiò più volte domicilio, ma tornò in Irlanda solo per brevi visite; in patria era virtualmente sconosciuta. Mantenne tuttavia un forte legame con la terra nativa, ed aveva una ricca biblioteca di autori irlandesi. Molti dei suoi racconti, a detta di chi la conosceva i migliori, sono ambientati in Irlanda.

La visitatrice è la sua prima opera narrativa. Stando alla postfazione di questa edizione è “databile alla metà degli anni quaranta”, un’epoca in cui l’autrice non aveva ancora compiuto trent’anni. Molto precedente ai suoi racconti quindi (e questo significa, per inciso, che la foto di copertina di una Brennan splendida e nel fiore degli anni è cronologicamente accurata). La visitatrice è un romanzo breve, una novella secondo la definizione anglosassone, e l’unico lavoro di un certo respiro nel canone non esteso dell’autrice. Un lavoro che però lei non diede mai alle stampe; l’unico manoscritto esistente fu ritrovato tra gli archivi dell’università cattolica di Notre Dame, Indiana (adoro questi toponimi statunitensi…) solo nel 1997, e pubblicato postumo nel 2000. Contribuendo a quel punto a dare rinnovata visibilità alla Brennan, contestualmente a due pubblicazioni del 1997: una riedizione espansa di The Long-Winded Lady, la raccolta dei suoi articoli di costume per il New Yorker, ed una nuova selezione di racconti e scritti vari curata da William Maxwell ed intitolata The Spring of Affection dal racconto più celebre della Brennan. Da cui sono tratti i racconti dell’ed. italiana.

La ventiduenne Anastasia King, che in seguito al divorzio dei genitori, sedicenne, si era trasferita a Parigi con la madre, alla morte di quest’ultima torna nella nativa Dublino dall’unico parente rimastole: la nonna paterna. Che nel frattempo ha seppellito l’unico figlio John, e dietro il cordiale contegno cela rancori mai sopiti verso Anastasia e la madre Mary, per aver abbandonato John e la di lui famiglia senza voltarsi. Allo stigma di aver spezzato l’unione coniugale, però, se ne aggiunge sotterraneamente un altro: quello di aver creato quell’unione, violando il rapporto familiare esclusivo della discendenza di sangue.
Nel romanzo le relazioni amorose sono osteggiate, assenti, mancate. Le poche vite che ci vengono mostrate paiono rette da un matriarcato inflessibile, gelido, la cui prima generazione sembra intenzionata a sopravvivere alla seconda e perfino alla terza. Una dimensione esclusivamente femminile.
Anastasia torna quindi in una Dublino invernale, battuta dal vento e dalla pioggia, inospitale; viene accolta nella casa della sua infanzia e giovinezza; ma il calore del benvenuto che riceve è simboleggiato da un dato essenziale: nei tre piani della casa vivono solamente tre persone―lei, la nonna e la domestica Katherine. Dettagli come questo rivelano la bravura di una scrittrice agli esordi (anzi prima dell’esordio…) ma già capace di descrizioni magistrali. Gli scorci di Dublino, rari nei racconti della maturità, sono tra gli aspetti migliori dell’opera.

La mia impressione tuttavia è di un talento ancora acerbo. Non è tanto la costruzione narrativa a lasciarmi un po’ interdetto, perché la sequenza delle scene è ferrea e sapiente; quanto piuttosto i personaggi stessi, a cominciare da Anastasia e dalla nonna. Così come l’assenza di personaggi maschili sembra anticipare uno dei punti deboli della Brennan, più a suo agio con le caratterizzazioni femminili.
Ma a Maeve voglio bene lo stesso. Che poi lei nemmeno voleva pubblicarlo, questo libro.

Dulcis in fundo, non riesco a trattenermi dal fantasticare riguardo l’origine autobiografica di alcuni dettagli. Maeve, ad esempio, aveva 17 anni quando lasciò Dublino, ed è plausibile che abbia provato le stesse emozioni contrastanti di Anastasia.

Ah, qualcuno ha delle ipotesi sul significato del finale?

(Dubliners: perché menzionarli ogni volta che si parla di racconti di ambientazione dublinese?)

Maeve Brennan
La visitatrice (2000)
traduzione di Ada Arduini
pp. 112, €7,9
BUR, 2005

Giudizio: 4/5.

Maeve Brennan, Il principio dell’amore

Maeve Brennan era figlia d’arte.
Suo padre Robert, giornalista ed autore di polizieschi per svago, era anche un combattente per l’indipendenza irlandese: comandò i ribelli della nativa Wexford nell’insurrezione del 1916, rischiando la pena capitale, ed era nuovamente agli arresti quando Maeve nacque, nel 1917. Fu direttore della propaganda prima per il Sinn Féin e in seguito al trattato del 1921 per l’IRA. Quando venne nominato primo ambasciatore dell’Irlanda libera negli USA, nel 1934, si trasferì a Wahington con la famiglia. Maeve aveva 17 anni. Avrebbe vissuto negli States per il resto della vita.
Maeve Brennan scrisse per Harper’s Bazaar e successivamente per The New Yorker, che le affidò la rubrica di costume The Talk of the Town, composta da brevissimi sketch newyorkesi. Una selezione di quei pezzi è stata poi raccolta nel volume The Long-Winded Lady; il cui titolo deriva dallo pseudonimo con cui lei si firmava, e che racchiude già lo sguardo ironico, lieve e un po’ malinconico con cui osservava Manhattan.

Dacché buon sangue non mente (specialmente quello irlandese), Maeve scriveva anche racconti stupendi, che il New Yorker si affrettava a pubblicare. Molti dei quali, curiosamente (o forse no, dato che buon sangue non mente), sono di ambientazione schiettamente irlandese.
Nonostante il nomignolo, the long-winded lady era tutt’altro che prolissa, ed i suoi racconti sono perle di economia narrativa in cui, come capita solo con i grandi, più importante di quanto viene detto è quello che viene sottaciuto. Spesso tornava a scrivere degli stessi personaggi, riprendendone le vicende a distanza di anni e narrandone giovinezza, maturità, vecchiaia.
I sei racconti di questa raccolta, curata nel 1997 da William Maxwell, ex-editor ed amico personale di Maeve, sono divisi equamente tra due di queste serie. A lasciare senza fiato è proprio la maestria con cui la Brennan lascia trascorrere anni nella vita dei suoi personaggi tra un episodio e l’altro, di modo che la vera narrazione è costituita da quanto è accaduto nel frattempo, tacitamente, e dal modo in cui i personaggi si sono adeguati a questi cambiamenti. Non aggiungo altro per non rivelare nulla delle meraviglie che vi attendono, se non che da giorni ormai mi chiedo quali meraviglie racchiudano i racconti della Brennan che ancora non ho letto. E suggerirei anche di fare attenzione all’ordine di pubblicazione dei racconti. The devil is in the details.
Dettagli. Ecco di cosa sono fatti questi racconti. Dettagli minimi, quotidiani, imprescindibili. La Brennan ha il dono (anche questo tipico dei grandi) di far parlare gli oggetti, i muri, il vento. Oltre alla capacità sconvolgente di descrivere con precisione i più minuti processi dello spirito umano. Ho letto molte recensioni analizzare il contenuto di questi racconti; ben più notevole a mio parere è il grado d’introspezione di cui era capace. Non è poi un mistero, e di certo non sorprende, che il suo sguardo narrativo fosse spesso malinconico, attento ma discreto, a suo modo lieve, distaccato e compassionevole. Lo stesso sguardo che ci restituiscono i suoi occhi, nei ritratti fotografici.
Oltre ad essere una persona incantevole, sagace, e molto intelligente, era una donna bellissima: lineamenti delicati, labbra perfette, collo sottile (lo stesso di Virginia Woolf). E quegli occhi.

Maeve Brennan scrisse anche un romanzo breve, The Visitor. Si tratta della sua prima opera narrativa, che venne pubblicata postuma solo nel 2000. Ma questa è un’altra storia.

Her own words
La serie BUR Scrittori Contemporanei ha delle copertine molto accattivanti: bellissime foto, fascia colorata sul fondo, elegante riquadro in basso a destra. Oltretutto ho avuto i libri della Brennan in prestito e proprio non dovrei lamentarmi. E nessuno nega che Ada Arduini sia una brava traduttrice, come sa chiunque si sia occupato anche solo brevemente di anglistica. Eppure mi è venuta una gran voglia di leggere questi racconti nella versione originale. Gli irlandesi sono sempre stati ottimi prosatori.

Segnalazioni.
• Un articolo del Publisher Weekly intitolato “Maeve Golightly?” (2004) con un’intervista ad Angela Bourke, autrice della biografia Maeve Brennan: Homesick at The New Yorker: An Irish Writer in Exile. In cui si specula che Truman Capote si fosse ispirato alla Brennan per il personaggio di Holly Golightly.
• Roddy Doyle legge il racconto “Christmas Eve”, dalla serie Fiction Podcast del New Yorker.

Ed ovviamente un ringraziamento a chi mi ha fatto conoscere questa autrice.

Maeve Brennan
Il principio dell’amore (1997)
traduzione di Ada Arduini
pp. 256, €9,8
BUR, 2006

Giudizio: 5/5.

Herman Bang, La casa grigia

Pubblicato il 5 giugno 2013 su Cabaret Bisanzio.

A tre anni di distanza da La casa bianca, Herman Bang pubblicò la seconda parte del mémoir romanzato in cui rivisitava i suoi anni formativi e precedenti agli esordi letterari. Il piccolo William, alter ego dell’autore, è ora un giovane uomo e vive con la famiglia nella capitale, nel palazzo in Amaliegade n. 7 noto come la casa grigia: il candore degli Hvide è ormai solo nel nome. Il palazzo, a due passi dalla residenza reale di Amalienborg, appartiene al vecchio patriarca, il nonno paterno Ole Hvide.

Nell’arco di una giornata, dalla prima mattina fino a tarda sera, la narrazione lo segue quasi come una macchina da presa in un unico piano sequenza quasi ininterrotto; laddove La casa bianca per contro ‘montava’ i ricordi d’infanzia di William lungo un intero anno solare. E questo colpisce ancor di più in un attore fallito e poi regista teatrale di successo come Bang, amico di Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, famoso per i suoi adattamenti ibseniani e romanziere i cui libri divennero a volte pellicole molto apprezzate: come nel caso della rilettura che Carl Theodor Dreyser diede nel 1924 di Mikaël, considerata un caposaldo del cinema gay.
“Sua Eccellenza” Ole Hvide è il personaggio centrale del romanzo, come la madre di William lo era stata del precedente. Al cambio di prospettiva corrisponde anche un diverso tono narrativo: se la casa bianca risuonava della voce di Stella, che ancora prega una delle cameriere di cantare per lei, la casa grigia scricchiola “come se emettesse lamenti nel silenzio”.  Ole è il rappresentante di una generazione che ha “indovinato un intero secolo” solo per testimoniarne la decadenza, che si circonda ancora di camerieri in livrea e che nel suo cieco anacronismo assomiglia all’anziano barone dalla “strana figura da diciassettenne raggrinzito”. Una generazione che costringe i propri figli ad una rovinosa carriera agraria perché le sconfitte belliche del secolo precedente, causando la cessione dello Skåne alla Svezia e dello Schleswig-Holstein alla Prussia, avevano sottratto alla Danimarca le sue regioni più sviluppate.
Sei nato tardi”, dice Ole, amaro e disincantato, al nipote William quando questi gli fa visita per avere notizie dei suoi scritti, che nessuno più legge.
Non è un caso che, in un romanzo che scandisce con precisione il trascorrere della giornata, gli orologi di casa Hvide siano fermi; né che i padroni di casa si muovano tra ombre che sembrano spettri del passato. Così Sua Grazia, moglie di Ole, torna nei sogni ai balli di gioventù, agli accompagnatori ormai morti da tempo, ripetendo nel sonno “Weimar, Weimar”; mentre il giovane rampollo Fritz Hvide ha “una bellezza antica, la bellezza di un monumento funebre”.

Il giovane è omonimo del padre di William, che in serata avrà un chiarimento definitivo con la moglie Stella: una pagina struggente che racchiude alla perfezione la tecnica dell’autore di indagare “magistralmente le dinamiche del quotidiano, […] agendo in sostanza sul territorio del non detto e del rimosso” e delineando i moti dell’animo senza descriverli ma mostrandone gli effetti (dalla postfazione di Luca Scarlini).
Nel ricevere la visita di un’amica di giovinezza, da vent’anni marescialla a Vienna, Stella rievoca i ricordi passati, come già ai tempi della casa bianca — appassiti a loro volta come i petali dei fiori che, sulla tavola a cui i tre siedono, cadono uno ad uno. Ma le nubi temporalesche, metaforiche o meno, si sono raccolte fin dal mattino, e la fine di quel mondo non sarà poetica. Avrà anzi l’aspetto storpio, malato e ripugnante del commendatore Glud, un cinico usuraio cui la nobiltà è infine costretta a rivolgersi, apponendo il proprio sigillo sulla ceralacca che cola sui contratti come sangue.

Al termine della cena, nella quale si è discusso del Grundtvigianesimo e —appropriatamente— dell’Amleto, il brindisi finale, con l’ultima bottiglia di tocai stravecchio, dona riflessi sanguigni allo stemma dei Hvide sui bicchieri intagliati.

La casa bianca mostrava con gli occhi dell’infanzia la grazia di un mondo in realtà già decaduto; intenzionalmente più prosaica, La casa grigia offre un punto di vista adulto e disincantato, e tuttavia riesce ad essere a suo modo ancor più poetica e struggente nelle delicate immagini di una magistrale e potente simbologia.

Herman Bang
La casa grigia (1901)
traduzione di Hanne Jansen e Claudio Torchia
pp. 192, €14
Iperborea, 2012

Giudizio: 5/5.

Herman Bang, La casa bianca

Pubblicato il 4 giugno 2013 su Cabaret Bisanzio.

Georg Brandes definì “det moderne gennembrud” il movimento naturalista e anti-romantico che negli ultimi trent’anni del diciannovesimo secolo diede visibilità europea ai letterati scandinavi. Uno degli esponenti di spicco fu Herman Bang (1857-1912), che, dopo aver dimostrato un talento precoce pubblicando a vent’anni due volumi di saggi critici sul naturalismo, viaggiò molto come giornalista. Ma a costringerlo all’esilio fu anche lo scandalo provocato dai suoi romanzi, oltre che dalla sua omosessualità. Come Oscar Wilde, era una penna raffinata e un dandy eccentrico, non privo di affettazioni, satireggiate da Strindberg nell’opera Predatori del 1886.
Nei due memoriali gemelli La casa bianca e La casa grigia, pubblicati a cavallo del nuovo secolo, Bang offre un ritratto della propria infanzia e giovinezza, sullo sfondo della decadenza del casato dei Hvide (ovvero “bianco” in danese); quasi a voler avvallare le parole di Thomas Mann, che in Bang vedeva un fratello del lontano nord danese.

La casa bianca che fornisce titolo e ambientazione al primo dei due romanzi è la residenza dei Hvide sull’isola di Als, teatro dell’ultima battaglia della seconda guerra dello Schleswig (1864). La sconfitta bellica e la conseguente cessione alla Prussia dello Schleswig-Holstein aveva segnato profondamente il senso nazionale danese, e questo sentimento serpeggia agli angoli della narrazione: la magione è arredata con i mobili provenienti dall’asta del castello di Augustenborg, che per secoli era stato la sede del ducato. Il tono prevalente è tuttavia quello elegiaco e dolcemente malinconico dei ricordi d’infanzia, fin dall’invocazione iniziale:

“Giorni d’infanzia, vi voglio richiamare, tempi ignari di malignità, tempi gentili, di voi voglio rievocare i ricordi.
I passi leggeri di mia madre risuoneranno per le stanze luminose e coloro che ora sopportano mesti il fardello della vita sorrideranno come chi non è consapevole della propria sorte. Che parlino di nuovo con voci soavi quelli che sono morti, e antiche canzoni riaffioreranno attraverso il coro dei ricordi.
Anche parole amare riecheggeranno, parole gravi, pronunciate da chi conosce la dura resa dei conti con la vita”.

È proprio la voce materna a risuonare al di sopra della narrazione corale: nella prima scena è suo il canto sullo sfondo di un crepuscolo innevato. Volubile e scostante, Stella è sempre pronta a trascinare i figli e le cameriere in un turbine di giochi, canzoni, scherzi, travestimenti; appassionata origliatrice dei pettegolezzi nella cucina della servitù; troppo indulgente con i dipendenti, che se ne approfittano; intraprendente nel prendere parte ai lavori domestici, solo per accasciarsi stremata pochi attimi dopo: “tutto quel far niente l’aveva stancata”. Ma questa iperattività, che s’interrompe bruscamente non appena il marito Fritz rientra a casa o si affaccia dal suo studio, cela una profonda infelicità:

“Sa, Tine, cosa vorrei tanto fare? Vorrei poter scrivere una canzone che fosse triste come la vita”.
Taceva di nuovo, mentre le bianche mani risplendevano sui tasti.
“Ma è ben pensato che la felicità non abbia alcun plurale”.
“Già, è strano”.
La madre posava il capo sulla mano.
“No, non è strano”, diceva “perché ce n’è una sola
”.

La cameriera Tine era già stata protagonista del romanzo omonimo di Bang, che ambientava una storia d’amore fallita sullo sfondo della sconfitta danese del 1864.

Con uno stile che Claude Monet in persona aveva definito impressionista, il testo scivola da un ricordo all’altro senza soluzione di continuità, disponendoli secondo il ciclo delle stagioni: di modo che la narrazione si apra con il lungo inverno che termina con lo spuntare dei bucaneve e l’allungarsi delle giornate, prosegua con la primavera e il raccolto estivo e si concluda con la vendemmia.

Nella postfazione, Luca Scarlini osserva che “la celebrazione del passato lontano e splendente di infinite infanzie è aspetto di un risarcimento emotivo che non giunge mai, nella perpetua celebrazione di una «nobiltà della sconfitta» più sognata che reale”. Non è un caso che il tono sia ovattato, a differenza di quanto avverrà ne La casa grigia; eppure, come recita il brano di Georg Hirschfeld citato nell’exerga, “ho dato loro parte del mio cuore — ma io non ho provato emozioni, non ho provato felicità”.

Herman Bang
La casa bianca (1898)
traduzione di Hanne Jansen e Claudio Torchia
pp. 144, €13
Iperborea, 2012

Giudizio: 4/5.

Jeph Loeb, The Witching Hour

Do you believe in the Wiccan Rede?
That everything we do comes back to us threefold?

There are five of them, like points of a pentagram.
Gray is a charmer. In more than one sense of the word.
Black is a mulatto child prodigy, who only talks through quotes from Victorian writers. And he loves to talk.
Blue instead never speaks. He likes to play card games, though.
Ms. White was Amanda Collins, illicit daughter of an Irish Wiccan witch and a pastor. In one of her lives, that is.
And then there is Red, whom White sent to Los Angeles. Much to Gray’s annoyance.
They’ve been around a long, long time.

We listen to those who need to be heard.
We are there to speak out for those who can’t.
To try to make those who will not see, open their eyes.

This miniseries was published by Vertigo in three 48-page installments in 1999 and then collected in volume in 2000.
I originally bought it out of my passion for Chris Bachalo’s, the penciler’s, style. I’d not read anything by Jeph Loeb, the writer, before. He turns out to be a very good writer. There are pearls on every page of this comic book.
And Bachalo is in excellent form. This is his first work for DC Comics Vertigo, since his début in the late eighties with Shade written by Mulligan and the two Death miniseries by Gaiman. Which are amongst my most beloved comic books. By 2000 Bachalo had already developed a rounder, less edgy style, but was still ahead of the cartoonish turn of his more recent works. The panels are excellent, with a variety of atmospheres and multiple levels of reading. This is an artist at the heights of his powers; and Art Thibert serves him uncommonly well as a one-stand inker.
Actually, I’m tempted to give the whole thing a higher rating.

“Oh Lord won’t you buy me a Mercedez Benz?”
When Joplin ―Janis, not Scott― sang those words in her wonderfully whiskey-soaked voice, she touched on something dear and near to us all. Whether it’s Moses throwing down the ten commandments at that golden calf, or Jesus casting out the money lenders from that temple, or Mastercard declining that latest eBay purchase… In God We Trust. All others must pay cash.

Oh, and I almost forgot…
I bought it in Uppsala, one monday afternoon in the summer of 2010.
When I chance upon a good comic bookstore I’m bound to enter, and if it so happens that I find a good book, I’m likely to buy it. It has happened in more than one country yet.
This is the shop: http://www.prisfyndet.com

I have long since come to the belief that things should end, provided that you immediately seize the chance to begin again. Just as the seasons and the earth and the sky teach us at the end of every second, minute, hour, day and night.

Jeph Loeb
The Witching Hour (2000)
pencils by Chris Bachalo, inks by Art Thibert
pp. 144, $20
DC Comics/Vertigo

Giudizio: 3/5.