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Grant Morrison, Kid Eternity
Wednesday, June 5, 2013
By now I’ve learned that Grant Morrison is positively out of his mind. A chaos magician unwinding deadpan on his allucinations, how they affected his comics, and how comics affected both his life and his hangouts with the gods. All this in a heavy Scottish accent, dig it.
Apparently this miniseries from the early nineties is more personal than the superhero stuff. This is Morrison’s own Death miniseries, well before Gaiman ever started writing Sandman. In fact this is Vertigo before Vertigo, since it was published by DC Comics in 1991, two years before the launching of the Vertigo imprint.
Morrison’s story is the kind of plot whose pieces fit into place at the end. Book One is a total mess in nonchronological order… and yet very intriguing. Wiki also mentions continuity, which I’m totally unaware of. Most importantly however, this is just brilliant. Very personal as I said: a cosmic vision of heaven and hell, death and the afterlife, chaos and order, predestination and free will; and of why binary opposites are shite.
Quite literate, as usual with Morrison. As when Kid mentions in passing, while flipping The Divine Comedy: “You know, hell’s nothing like this!” (looking particularly at Doré’s Charon).
And Morrison also loves to quote a pop song.
The trip to Hell looks actually like a black heavy psychedelic hallucinated jam gone awry… (and I’m not spoiling anything you haven’t read on the backcover).
Accompanying the writer is Duncan Fegredo, whose drawings are amazing; often they’re organized as double panels, and they jump out of the page–or rather suck you in. Vivid, nervous, acid, majestic, always inventive, always equal to the task.
€9 I’m very happy of having spent.
“A crazy, mixed-up bonsai wants to live forever”.
“That’s shit. That’s total shit”.
Grant Morrison
Kid Eternity (1991)
paintings by Duncan Fegredo
pp. 144, $15
Dc Comics/Vertigo, 2006
Giudizio: 4/5.
Neil Gaiman, Black Orchid
Wednesday, June 5, 2013
Ciascuno ha le proprie coppie artisiche preferite. Tipo i Neu! o i White Stripes. Io impazzisco per ogni nuovo lavoro di Neil Gaiman e Dave McKean.
Anche se questa miniserie è ‘nuova’ solamente per il sottoscritto, dato che si tratta in effetti della loro prima pubblicazione per la DC Comics, dopo le iniziali collaborazioni indipendenti: Violent Cases e Signal to Noise. Proprio queste ultime guadagnarono ai due un ingaggio per la DC; i tre numeri di Black Orchid vennero serializzati tra novembre 1988 e gennaio 1989, per poi venire raccolti in volume quello stesso anno. Karen Berger, futura Executive Editor della linea Vertigo, lesse ed apprezzò, offrendo a Gaiman il re-vamp di Sandman. E il resto è storia.
Lunga introduzione per inquadrare gli esordi di una delle joint ventures più celebrate nella storia recente dei comics.
Nell’intro, il giornalista Mikal Gilmore di Rolling Stone (!) giustamente sottolinea come entrambi gli artisti approntino proprio su queste pagine uno stile che verrà ulteriormente sviluppato, affinato ed amplificato sulla lunga distanza. Ma che già s’impone per originalità e profondità di visione, oltre naturalmente che per la qualità assoluta.
Si tratta quindi di un’opera pioneristica nell’ambito stesso di quella British Invasion che avrebbe rivoluzionato i fumetti d’oltreoceano. Questa è una delle (poche) opere che avrebbe provocato la nascita della linea DC Comics Vertigo, portando ad un’intera nuova concezione dei fumetti.
Gaiman prese un vecchio personaggio minore della DC, modificandone in parte la storia ma spt dandole uno spessore inedito; avrebbe fatto lo stesso con Sandman, e Alan Moore l’aveva già fatto con Swamp Thing. La dimensione supereroistica adolescenziale viene trascesa in una visione matura, capace di affrontare temi come il lutto, il perdono, i crimini familiari; ma anche la pazzia, i manicomi, il contrabbando d’armi, la corruzione sistematica da parte di spregiudicati complessi farmaceutici, la violenza sulle culture indigene…
Come avrà forse già intuito chi ha familiarità con l’universo DC Comics, la storia contiene precisi legami di continuity con altri personaggi, fondamentali per lo sviluppo della trama; ma è godibile anche da chi come me non conosce i retroscena, tranne magari i più ovvii.
Dal canto suo McKean dipinge (eh sì) delle tavole splendide, mozzafiato, grondanti colore e vita e sapienza compositiva ed espressività. Specialmente nella terza parte: la cui sequenza iniziale è un capolavoro nel capolavoro. McKean ci avrebbe abituato allo stile ibrido già usato per Mr Punch, fatto di chine nervose e collage fotografici; ma qui tocca vette di poesia da punto esclamativo.
E per inciso The Green (alias il parlamento degli alberi) mi sembra un’invenzione più potente degli Elfi della Terra di Mezzo, o anche degli Ent. È vero che quella non è farina del sacco di Gaiman (chi sa capirà) e che d’altronde lo separavano da Tolkien trent’anni fondamentali per il pensiero ecologista; ma il modo in cui viene utilizzato qui ha un’efficacia rara.
In un’epoca in cui il termine ‘graphic novel’ è diventato chic, bisognerebbe ripassare i fondamentali.
Da leggere e rileggere. Ed ammirare.
Sull’edizione Magic Press
Tempo fa (e parliamo del periodo in cui veniva pubblicato questo volume) la Magic Press era la mia editrice di fumetti preferita. Non acquistai quest’opera solo perché all’epoca ero giovane e squattrinato.
E per fortuna, perché in questo caso hanno fatto le cose davvero col culo. La traduzione fa pena. A più riprese mi sono trovato a leggere frasi italiane prive di senso, intravedendo in filigrana il testo originale inglese. E dove questo si intuisce poetico, ricco di citazioni e rimandi oltre che di sfumature, la traduzione italiana butta in vacca anche quello che era salvabile semplicemente usando la preposizione giusta.
E non è finita. La terza volta che ho preso in mano il volume, la copertina si è staccata di netto dalle pagine.
E il bello è che l’edizione inglese risulta irreperibile. Quanti porchi…
Neil Gaiman
Black Orchid (1989)
disegni di Dave McKean, introduzione di Mikal Gilmore, traduzione di Ilaria Beltramme e Carlos Gomez
pp. 160, L 16.000
Magic Press
Giudizio: 4/5.
David Lloyd, Kickback
Wednesday, June 5, 2013
Joe Canelli in the belly of the whale.
La trama
(Solo un assaggio, eh).
Joe Canelli è un poliziotto corrotto in una città di poliziotti corrotti: a Franklin City vige un patto segreto di convivenza pacifica tra crimine e forze dell’ordine, oliato dallo scorrere delle mazzette. Questo sistema collaudato inizia a deragliare quando in un apparente agguato viene ucciso Ricky Zed, uno dei boss locali (dovrebbe essere una citazione da Pulp Fiction? Tipo “Zed’s dead”?). Da quel momento, le pattuglie che fanno il solito giro vengono inaspettatamente aggredite. Canelli viene messo a capo dell’indagine, che naturalmente si complica e s’infittisce ad ogni pagina. A rendergli le cose ancor più difficili c’è un sogno ricorrente, misterioso ed inquietante, che perseguita i suoi momenti di sonno (e con l’avanzare delle indagini saranno sempre più scarsi). La sua mente gli nasconde qualcosa, ricordi troppo dolorosi per essere affrontati…
L’autore
David Lloyd è universalmente noto per aver firmato V for Voi-sapete-cosa, mentre le altre sue opere sono altrettanto universalmente sconosciute. Questo Kickback del 2006 è una delle più recenti. In un’intervista ha confessato che l’opera gli ha restituito il piacere della narrazione dopo un lavoro tedioso di ambientazione storica, ed effettivamente si vede che si è proprio divertito. Un’opera molto godibile, quindi, e costruita magistralmente: i cambi di scena e le svolte della trama sono spesso inaspettate ma sempre calibrate alla perfezione. Discorso a parte, poi, per gli ottimi disegni, e per la costruzione delle tavole di cui Lloyd è un veterano. Il procedimento di elaborazione dei colori (v. intervista) restituisce una peculiare e riuscitissima atmosfera hard-boiled. Oltretutto il thriller, invero piuttosto classico per quanto incalzante e ricco di suspence, è solamente uno degli aspetti di questo fumetto: un format che Lloyd usa per focalizzare sulla vicenda personale di Canelli. L’introspezione psicologica è l’aspetto più interessante della storia, la dimensione al contempo onirica e biografica che coinvolge aeronavi e balene (Joe come Job nella pancia della balena… chi legge capirà).
Non sono un appassionato di crime fiction, quindi non saprei dare un giudizio circostanziato o fare dei paragoni; Lloyd stesso cita Ian Fleming e Mickey Spillane come influenze, oltre ad una lunga serie di film e serial TV.
LC&G 2011
Questa graphic novel mi è stata regalata (autografa!) da una persona adorabile che aveva gentilmente promesso di procurarmi un pensiero dal Lucca Comics & Games. O quantomeno di provarci, data la folla. Io mi sarei aspettato al massimo un disegno e lei se n’è uscita con questa sorpresa, del tutto inattesa. Perciò grazie, sei adorabile.
E ora immaginate la scena: David Lloyd, notoriamente una persona gentilissima ed alla mano, firma la mia copia di Kickback, poi si alza, lascia il suo stand e va a cercare Dave McKean.
Pensate, Lloyd e McKean, insieme!
Beh, McKean non c’era.
Extras
La sezione di Kickback nel sito ufficiale dell’autore, L for Lloyd.
Voto
Tre abbondante. Darei quattro stelline ai disegni, a maggior ragione considerando che Lloyd fa tutto da sé (matite chine colori ed elaborazione grafica), oltre che al bellissimo finale.
David Lloyd
Kickback (2006)
traduzione di Leonardo Rizzi
pp. 96, €10
Magic Press
Giudizio: 4/5.
Hans Rodionoff, Lovecraft
Tuesday, June 4, 2013
“N’GAI, N’GHAA’!!! Buggsghoggoth, y’hah! Yog-sothoth!”
In quanto profano della produzione di Lovecraft non sono probabilmente la persona più adatta a recensire questa graphic novel.
Nella prefazione, John Carpenter la descrive come “il sonetto d’amore di un altro appassionato di Lovecraft. Tra quelli che lavorano nel mondo dell’orrore si tratta di una sorta di rito di passaggio. Quasi tutti gli autori di questo genere, da Stephen King a Clive Barker, hanno scritto almeno un racconto lovecraftiano”.
Ricordo ancora quelli di Gaiman, omaggi sinceri e ironici fin dal titolo, come l’esilarante Shoggoth’s Old Peculiar oppure I, Cthulhu, or, What’s a Tentacle-Faced Thing Like Me Doing in a Sunken City Like This (Latitude 47° 9’ S, Longitude 126° 43’ W).
Nello specifico, l’omaggio a Lovecraft consiste in questo caso in un’ipotesi forse tanto scontata quanto suggestiva: fondere la sua biografia con il suo immaginario.
Una peculiare attenzione per i dettagli biografici di Lovecraft si unisce al tentativo di dare forma grafica agli indescrivibili orrori senza nome che popolano le sue opere, con esiti a mio avviso felicissimi e di grande effetto: le creature in agguato alle soglie della vita di Howard sono dipinti con una paletta caleidoscopica di colori vividi e cangianti, che mi ha ricordato The Color Out of Space e che si intrufola sempre violentemente nella vita a tinte smorte del protagonista.
Eppure è forse proprio quest’ultimo il vero punto di forza della graphic novel: l’intelligenza, direi quasi una certa tenerezza o magari devozione, con cui vengono mostrati la solitudine, l’introversione, il rapporto con la madre, con la moglie, con il suo agente e con i colleghi. Non mancano le perle, come questa sul suo idolo:
“Poe mi ha influenzato più di ogni altro, come nel tuo caso, e mi sembra che un racconto non inizi mai nel modo giusto, se non ha un non so che del suo stile. Ma preferirei mettermi un anello al naso piuttosto che farmi crescere i baffi”.
Ho letto poco di e su Lovecraft; ma negli ultimi 18 anni ho letto un buon numero di fumetti e graphic novels, e questa è senz’altro ben riuscita.
Hans Rodionoff
Lovecraft
illustrazioni di Enrique Breccia e Keith Giffen, prefazione di John Carpenter
pp. 144, €12,5
Magic Press, 2010
Giudizio: 4/5.
Tsutomu Nihei, Wolverine: Snikt!
Tuesday, June 4, 2013
Nell’ambito della recente wave di ristampe la Panini Comics pubblica anche un’edizione economica di questa miniserie, che affida il personaggio più noto della Marvel (dopo l’Uomo Ragno) al mangaka forse più idolatrato e peculiare dei noughties, Tsutomu Nihei.
Il risultato è la somma di questi due fattori: Logan trapiantato in un fumetto di Nihei (letteralmente, con tanto di viaggio nel tempo).
Architetture oppressive e desolate, virus mutanti, mostri biomeccanici, c’è l’intero corredo, perfino il punto esclamativo nel titolo come in Blame! La trama è davvero esile e i suoi sviluppi scontati, ma non sono le storie di Claremont che si aspetta chi già conosce Nihei; ed io lo conosco bene, avendo già collezionato tutte le sue serie pubblicate in Italia tranne la recente Knights of Sidonia (di cui, per inciso, non ho letto poi granché bene). Quello che ci si aspetta sono futuri distopici e cyberpunk, atmosfere cupe, lunghe sequenze silenziose, e architetture, tante architetture, sempre più desolate. E in questa miniserie il design mozzafiato, il tratto inconfondibile ed unico, in una parola gli splendidi disegni di Nihei non deludono.
Per la cronaca, l’edizione nei 100% Marvel quanto costava?
Questa l’ho pagata €5,5 e giusto perché io non ho un abbonamento in fumetteria…
Tsutomu Nihei
Wolverine: Snikt! (2003)
traduzione di Pier Paolo Ronchetti
pp. 128, €5,5
Panini Comics/Marvel Italia, 2011
Giudizio: 3/5.
George Pratt, Wolverine: Netsuke
Tuesday, June 4, 2013
Piacevole sorpresa sugli scaffali della biblioteca: a quanto pare in occasione del Fumetti in TV 2009 è stata inaugurata anche una sezione di fumetti & graphic novels.
Oltretutto questo volume mi era del tutto sfuggito all’epoca.
Come giustamente diceva qualcun altro, avventura tra l’onirico & il samuraio (ergo fuori continuity, sia detto per chi si preoccupa di queste cose), presenta Wolvie con le basette perennemente congelate & gli artigli troppo lunghi.
Mi ha colpito in particolare la conoscenza che Pratt sfoggia (forse in maniera un po’ smaccata) delle tradizioni del Giappone feudale.
Assolutamente strepitosi i suoi disegni, dipinti con quella che a me sembra una tecnica mista ma rigorosamente ‘analogica’: acquerelli, tempere…
Non ho invece ben capito cosa c’entra Claremont in tutto il progetto, a prescindere dai casuali incontri a Brooklyn.
Naturalmente l’ho finito il giorno stesso in cui l’ho prelevato dallo scaffale, ma cercherò di tenerlo il più a lungo possibile, se non altro per poter sfogliare ancora le splendide tavole.
George Pratt
Wolverine: Netsuke (2003)
traduzione di Pier Paolo Ronchetti
pp. 72
Panini Comics/Marvel Italia, 2003
Giudizio: 4/5.
Barry Windsor-Smith, Wolverine: Arma X
Tuesday, June 4, 2013
I capolavori hanno il fattore rigenerante?
Naturalmente, arrivo a quest’opera fuori tempo massimo, con un ritardo di quasi vent’anni (nemmeno ricordo quale fu la prima edizione italiana). Questo non dovrebbe fare differenza nella fruizione di un presunto capolavoro; ma penso che Arma X risenta degli anni. Non tanto per le sue qualità, quanto piuttosto perché fu probabilmente sopravvalutato a suo tempo. Oggi invece lo leggiamo senza il valore aggiunto della novità, della scoperta. Forse il problema è che all’epoca la storia era un tesoro di segreti finalmente svelati — che però nel frattempo sono diventati parte integrante del personaggio: chiunque conosce la storia di Arma X, senza il minimo bisogno di averla letta. Tuttavia, in questo senso l’opera di Windsor-Smith è né più né meno che una pietra miliare.
Inoltre, le sue qualità restano.
La narrazione ha un ritmo particolare, dovuta non solo al carattere onirico-retrospettivo, ma anche al fatto (secondo me) che il fumetto fu originalmente pubblicato in episodi molto brevi, di sole 7 pp.
Uno dei meriti di Windsor-Smith è di aver focalizzato tutta la vicenda su un trio di personaggi ‘secondari’, ritornando sempre su di loro, ossessivamente, e facendo in modo d’altro canto che Wolvie sia sempre visto in maniera oggettiva, dall’esterno, dal loro punto di vista. Molto efficace l’espediente narrativo finale, anche se getta una luce ambigua su quello che nel frattempo avevamo imparato sul trio di protagonisti, sulle loro personalità & sui loro comportamenti.
Ma forse la morale di Arma X è questa: tutto è fittizio, ricostruito a tavolino.
Bellissimi i disegni, ovviamente; anche se, per quel poco che ricordo, mi pare che il buon Barry avesse fatto di meglio con Conan.
Irrimediabilmente datati i colori, che pure per l’epoca dovevano essere all’avanguardia, e che per quanto ho capito sono ugualmente farina del sacco di BWS. A questo proposito, più delle parole parla l’ultima pagina di questo volume: la scena clou in cui Wolvie massacra le guardie, ricolorata con le tecniche attuali: sembra un’altra tavola.
Barry Windsor-Smith
Wolverine: Arma X (1991)
traduzione di Gino Scatasta e Max Brighel
pp. 144, €12
Panini Comics/Marvel Italia
Giudizio: 3/5.
Brian Michael Bendis, Secret Invasion
Tuesday, June 4, 2013
Ho letto Civil War all’epoca della sua pubblicazione originale in Italia, nel 2007. Fu l’ultima saga della Marvel che seguii in tempo reale, ed era per me già un ritorno di fiamma. Di conseguenza, solamente il 31 agosto 2012 ho scoperto che il successivo megaevento marvelliano fu proprio Secret Invasion.
Il quale svela che, dopo il collasso del loro impero spaziale visto nella saga Annihilation, la razza di alieni mutaforma Skrull ha segretamente infiltrato il pianeta Terra, sostituendosi e prendendo le sembianze di alcuni umani che occupano posti chiave nella società—inclusi alcuni eroi.
Narrativamente Secret Invasion ci viene presentato come il naturale sviluppo della Guerra Civile, e strutturalmente è organizzato allo stesso modo: la vicenda principale è contenuta in una miniserie apposita, a cui si collegano le altre testate regolari (i tie-in), più altre miniserie e frattaglie assortite.
Senonché in questo caso la miniserie portante, che sarebbe poi il contenuto del volume, non è poi così “leggibile a sé” quanto si vorrebbe far credere. Sarà forse conseguenza della storia stessa, con i suoi risvolti segreti e complottistici; sarà che questa saga conivolge quasi esclusivamente i Vendicatori, che io non ho mai digerito (un supergruppo governativo, vi pare?…) e di cui non conosco quindi singoli membri e vicende personali, indispensabili per comprendere ogni sfumatura della storia; sarà che in questa più che in altre occasioni è necessario conoscere tutti i dettagli della trama, ovvero tutti i tasselli del grande mosaico. O ancora, sarà che Bendis stavolta sfoggia uno storytelling scricchiolante e poco efficace, tanto che solamente leggendo lo storyboard sono arrivato a capire più di un dettaglio che sulle pagine della serie era tutt’altro che chiaro. Per non parlare dell’irritante frequenza dei non sequitur, delle frasi spezzate, dei dialoghi senza senso… Suvvia, questo dovrebbe essere l’evento principale del mondo Marvel for the time being, e si risolve invece in una miriade di episodi eseguiti male?
E che dire del fatto che buona parte della mini consiste nel chiamare in causa il più grande numero possibile di supereroi & supercriminali per poi farli incazzare sempre di più, in un crescendo che vorrebbe essere epico e risulta solamente ridicolo, costellato com’è di momenti in cui nessuno può fidarsi di nessuno?
Oltretutto, proprio questa idea portante mi sembra in fin dei conti una riproposizione dell’espediente narrativo di Civil War: la trovata di quella saga era di mettere gli eroi contro gli eroi, spezzando famiglie, amicizie, gruppi e dinamiche consolidate, e forzando i personaggi a trovarne ex-novo sul momento. In Secret Invasion, invece… anche.
Con la differenza che gli schieramenti finiscono semplicemente per disintegrarsi, dato che gli invasori Skrull hanno trovato il modo di non farsi sgamare.
Ci sono in verità alcune trovate divertenti: ad es. la scena in cui un gruppo di eroi scoperchia una navicella Skrull e si trova davanti… gli eroi Marvel dei seventies! Ma la mia impressione è che la potenzialità di questa vicenda non sia stata sfruttata appieno.
Ho apprezzato moltissimo, come tutti, il ciclo di Bendis su Daredevil, ma temo che in questa saga abbia mostrato alcuni punti deboli; e non tanto nell’orchestrazione del piano generale dell’opera, che sarebbe stato perdonabile, quanto nella narrazione dei singoli episodi, cosa inaccettabile da parte di un grande storyteller della Marvel.
Sono sempre stato vagamente allergico alle megasaghe marvelliane: odiavo il modo in cui le serie che seguivo venivano scaraventate in un quadro narrativo più ampio, spesso pretestuoso, e incomprensibile se non seguendo tutti gli sviluppi dell’evento. Per questo, anche per questo, le mie testate preferite sono sempre state Devil & Hulk (due personaggi che, per motivi diversi, spesso non venivano coinvolti in questi eventi; senonché poi è arrivato World War Hulk…) e quelle mutanti. Che, guardacaso, non ebbero nulla o quasi a che fare con Secret Invasion.
Ah, dimenticavo: nell’ultima pagina di Secret Invasion vengono poste le basi per la saga successiva, Dark Reign… no comment.
Se non altro quello str**** filo-Cheney di Stark ha avuto il benservito.
Per la cronaca, ho letto questo volume grazie ad un prestito di terza mano: era stato prestato a mio cugino da un amico.
Brian Michael Bendis
Secret Invasion (2007)
disegni di Leinil Francis Yu
pp. 272, €10
RCS, 2011
Giudizio: 2/5.
Kurt Busiek, Marvels
Tuesday, June 4, 2013
Ricordo quando uscì in Italia la prima volta, a ridosso della pubblicazione originale. Era l’autunno del 1994, ed io avevo iniziato a seguire i fumetti da pochi mesi, contestualmente alla nascita della Marvel Italia. All’epoca le cose succedevano in fretta; eppure questa miniserie divenne subito una pietra di paragone quanto ad ambizione e qualità.
Il progetto era sensazionale già nella scala: Marvels è un affresco che abbraccia l’intera storia del Marvel Universe dalle sue origini, decenni di storie e decine di personaggi.
L’intento celebrativo è evidente fin dal titolo: marvels, meraviglie, sono i supereroi che irrompono in una New York da poco uscita dalla Grande Depressione e momentaneamente solo spettatrice della Guerra Mondiale. Proprio in quel 1939 erano usciti i primi pulp magazines della Timely Comics, che un paio di decenni più tardi sarebbe diventata la Marvel Comics. La miniserie ripercorre la storia di quell’universo fittizio, dalla Golden Age dei ’40 passando per la Silver Age dei ’60 fino al 1974.
Una rivisitazione della storia della casa editrice, ma dalla prospettiva dell’uomo comune. Il concept non è del tutto originale: un’idea simile era stata usata ad esempio da Barry Windsor-Smith per Arma X, che raccontava le origini di Wolverine senza mai adottare il punto di vista del protagonista. In questo caso tuttavia l’espediente è particolarmente azzeccato, perché l’occhio narrativo è quello di Phil Seldon, fotoreporter che inaugura la propria carriera proprio alla fine degli anni ’30 e nel corso della sua vita vede salire alla ribalta varie generazioni di supereroi.
Tra i tanti, prominenti sono ovviamente gli eroi ‘pubblici’, quelli non mascherati: i Vendicatori, soprattutto Capitan America, e ancor più i Fantastici Quattro. L’Uomo Ragno fa qualche apparizione fugace, più che altro sulla copertina dei quotidiani: come sanno gli appassionati, il suo alter ego Peter Parker è a sua volta fotoreporter, e il suo direttore notoriamente detesta i supereroi. Seldon ha quindi occasione di indignarsi per il modo pregiudiziale con cui, pur di sbarcare il lunario, Parker presenta l’Uomo Ragno, ignorando ovviamente che si tratta della stessa persona. J. Jonah Jameson compare d’altronde fin dalla primissima vignetta, giovane collega di Seldon.
La miniserie affronta la reazione della gente comune ai supereroi: all’iniziale sgomento davanti ai loro poteri segue lo sdegno per le distruzioni, che sono un semplice effetto collaterale dei loro scontri epici; fino al senso patriottico quando diventano ‘i nostri ragazzi’ e combattono al fianco degli Alleati nella guerra mondiale. E ancora il glamour mondano dei Fantastici Quattro (il matrimonio di Reed e Sue è uno degli episodi clou), contestuale però all’odio violento e irrazionale per i mutanti. La loro comparsa, nel secondo numero della serie, è uno dei miei episodi preferiti, uno dei più profondi e storicamente significativi: la ‘caccia al mutante’ sembra rispecchiare l’atmosfera di tensione sociale dei ’60, e non a caso buona parte delle vittime dei disordini sono di colore.
Questo è solo un esempio del modo in cui la Storia e le vicende dei supereroi si fondono magistralmente in questa serie. La compressione temporale evidenza un aspetto delle storie Marvel che ho sempre trovato comico -e non nel senso di comics-: ogni cosa succede a New York. Namor decide di attaccare la terraferma, e dove si infrangono le sue onde artificiali? Galactus, il divoratore di mondi, decide di papparsi il pianeta (ergo il nomignolo), e dove atterra?
D’altro canto c’è un momento, forse meta-narrativo, in cui è affrontato questo aspetto: un collega di Seldon si congratula quando lui rifiuta di andare in Europa come corrispondente di guerra, pur di poter seguire i supereroi nella Grande Mela.
I due autori sfruttano al meglio questa prospettiva.
Lo scrittore Kurt Busiek dà alla storia un taglio giornalistico, mostrando in che modo la stampa e l’opinione pubblica fanno i conti con un mondo popolato di supereroi e supercriminali. All’importanza del mondo giornalistico nella serie ho già accennato; Busiek è arrivato perfino a scrivere appositamente una serie di articoli fittizi…
Ancor più funzionale è lo strepitoso ‘fotorealismo’ pittorico di Alex Ross, davvero innovativo e di una qualità inedita nei fumetti mainstream (correggetemi se sbaglio, ma non mi pare che si fosse visto qualcosa del genere). I suoi personaggi hanno una vividezza spettacolare, e lui ha spiegato di aver usato spesso modelli in carne e ossa per studiare il gioco di luci e ombre, le pose, le espressioni facciali. Non stupisce che abbia impiegato un anno a disegnare le 180 pagine della serie. Ross si è divertito ad infarcire le sue vignette di personaggi famosi: i Kennedy, i Beatles (più volte), gli Who, &c. Ha citato inoltre vari autori e personaggi del mondo fumettistico, da Jack Kirby all’immancabile Stan Lee allo stesso Busiek ubriaco, passando per Lois Lane e Clark Kent (anche loro sono giornalisti) piuttosto che Owlman e Silk Specter da Watchmen. Ma soprattutto, Ross ha ritratto i supereroi anche in incognito, come semplici passanti. Per motivi affettivi io sono legato alle apparizioni di Daredevil, ma ognuno ha le sue preferenze.
Per la cronaca, la miniserie fece ovviamente la fortuna del duo di autori, che riproposero il loro stile anche nelle successive opere per altri editori: Busiek utilizzò il punto di vista dell’uomo comune anche nell’ottima serie Astro City della Image, mentre Ross dipinse Kingdom Come per la DC Comics—che non mi ha emozionato quanto Marvels per il semplice fatto che io sono un fan della Marvel dall’aprile 1994.
Kurt Busiek
Marvels (1994)
illustrazioni di Alex Ross, traduzione di Pier Paolo Ronchetti
pp. 240, €6,9
La Repubblica, 2005
Giudizio: 4/5.
The storyline is here razor-sharp; as in the textbook example of the silent opening sequence.
Moreover Morrison plunges head-on (as he will) into a theme that is absolutely up-to-date, made even more poignant by his trademark viciousness.
I would love to see some of Quitely’s sketches, especially for the biorgs (a bit of mecha nerdism on my part).
Grant Morrison
We3 (2005)
pencils and inks by Frank Quitely
p. 104, $13
DC Comics/Vertigo, 2006
Giudizio: 3/5.